CAMBIO DEL PARADIGMA: VERSO UNA POLITICA DELLA RELAZIONE

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È  corretto pensare all’accoglienza e all’approccio con il quale si studiano i fenomeni migratori attraverso la lente dell’integrazione? Studi recenti hanno considerato la possibilità di cambiare la semantica relativa alle politiche dell’integrazione, volgendo lo sguardo verso un altro approccio, che sia di relazione e scambio reciproco.

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Migrare fa parte della natura umana e il fenomeno migratorio non è esclusivo della nostra contemporaneità. La specie umana si sposta fin dai suoi albori. Diventa, quindi, fondamentale conoscerne le dinamiche intrinseche e interrogarsi su quale debba essere il linguaggio comune pertinente da adottare al fine di accorciare la distanza fra ciò che viene erroneamente chiamato “noi” e “loro”. Questa contrapposizione, resa dalla dialettica prevalente, sancisce un’opposizione fisica e ideologica. Ed è da quest’ultima che prende piede quella politica dell’integrazione, che poco tiene conto del vissuto e dell’essenza della persona che migra e che non considera la possibilità di uno scambio reciproco.

La parola “integrazione” deriva dal verbo latino “integrāre” e implica il “completare, aggiungendo ciò che manca o che serve a migliorare, ad arricchire o a modificare”. Ci dobbiamo quindi chiedere che cosa vada ad arricchire o a modificare. Essendo le politiche dell’integrazione uno strumento della “nostra” società, quella cosiddetta “Occidentale”, possiamo immaginare che l’arricchimento o la modifica colpiscano la “nostra” parte della medaglia. In altre parole, il concetto di “integrazione” parte da premesse occidentalcentriche e si esaurisce in esse.Questo approccio viene scardinato dall’autore M.Agier,[1] che si interroga sull’ opposizione “noi”, “loro”, e evidenzia come questo tipo di approccio binario non restituisca la complessità della realtà. Si rende necessario ripensare al fenomeno migratorio in quanto legato a una circolarità, e non a una staticità unidirezionale, in cui l’“altro” viene inglobato nella società d’arrivo.

Recentemente, grazie agli studi di Glick Shiller et all, nel 1992 e di Basch et all, 1994, il fenomeno migratorio inizia ad essere analizzato facendo riferimento alla persona coinvolta e alle eterogeneità che questo presenta. Si inizia a fare riferimento a un transnazionalismo, ovvero “il processo mediante il quale i migranti costruiscono campi sociali che legano insieme il paese d’origine e quello d’insediamento”[2] . E’ necessario tener presente che colui che si sposta vive una “doppia assenza”[3], non fa più parte del contesto d’origine e contemporaneamente nemmeno del contesto d’arrivo.

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I nuovi studi transnazionali tengono presente questo. E’ importante non tendere all’essenzializzazione: una migrazione non si limita a essere la partenza da un contesto di origine e l’arrivo in un contesto d’approdo, ma comprende tutto ciò che sta in mezzo, il vissuto, il corpo dell’individuo, lo spazio che occupa, il tragitto, la memoria, il nome, le attese e le aspettative, la cultura e la sua costante trasformazione.[4] Il fenomeno della globalizzazione ha inciso profondamente sul movimento e, allo stesso tempo, ha sancito ulteriormente le disuguaglianze. È proprio da questi studi che nasce il concetto di vissuto “in-between[5] di colui che migra, in bilico fra il contesto di partenza e quello di arrivo, e bloccato in uno spazio altro, che è proprio quello transnazionale. In questo spazio confuso, la persona tende all’alienazione da sé e da ciò che la circonda, soggiogata da un movimento continuo di sé stessa e di contesti che sono a lei incomprensibili.

Come ben si può intuire dalla denominazione stessa “politiche per l’integrazione”, il tema delle immigrazioni è stato, fin dalle sue origini, fortemente politicizzato e poco ha tenuto conto di questi vissuti “in-between”. Nel contesto italiano, tale politicizzazione si è dovuta spesso scontrare con l’essenzializzazione degli interventi realmente messi in pratica. Inoltre, se la gestione dei flussi e del controllo geopolitico del fenomeno migratorio sono da sempre stati di competenza statale, le decisioni e le politiche per l’integrazione vengono implementate principalmente dalle regioni e dagli enti locali, attraverso una multi-level governance, complessa e di difficile realizzazione. Il ruolo degli attori periferici è stato sancito dalla Legge n.943 del 1986, al fine di concedere un margine d’influenza nel processo decisionale nazionale attraverso la loro partecipazione alla Consulta. La mancanza di finanziamenti ad hoc, però, non consentì di raggiungere i risultati sperati.[6] Anche nel momento in cui sono stati messi a disposizione finanziamenti consistenti, come quelli introdotti dalla Legge Martelli, nel 1990 o dalla Legge Napolitano-Turco, nel 1998, non si sono riusciti a mettere in atto interventi concreti orientati all’integrazione. La forte delega alla periferia nella gestione delle politiche d’integrazione, è stata, poi, ulteriormente confermata dalla legge Bossi-Fini, del 2002. C’è da dire che fra il 2005 e il 2007 vennero fatte forti restrizioni al Fondo Nazionale dedicato a tali politiche, e che sia stato grazie al Fondo Europeo per L’ Integrazione(FEI) che alcune regioni sono riuscite a portare a termine progetti d’integrazione, quali corsi di lingua o di formazione professionale.

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In Italia è mancato, quindi, un modello nazionale coerente di inclusione degli immigrati, e nondimeno delle pratiche concrete che auspicassero a un incontro con l’altro, piuttosto che all’assimilazione dell’altro.  A questo riguardo il sociologo Maurizio Ambrosini[7] sostiene che vi sia un “modello implicito di inclusione degli immigrati nel nostro Paese, connotato dal frequente ricorso a pratiche e politiche informali, solitamente parziali e che cavalcano le emergenze; mentre le politiche ufficiali tardano a essere formulate e in ogni caso ancora faticano a trovare una loro coerenza e lungimiranza”.

Essendo, quindi, le politiche per l’integrazione in capo alle regioni e agli enti locali, queste devono fare i conti con orientamenti politici differenti, con tempistiche molto lunghe dovute alle difficoltà di coordinamento, nonché con il fatto che gli unici veri finanziamenti su cui possano fare affidamento sono quelli stanziati dal Fondo Europeo per l’Integrazione (FEI). Forse potrebbe portare risultati migliori ripensare alla politica dell’integrazione in un’ottica nazionale centralizzata, creando un sistema reticolare che, a partire dal centro possa implementare una serie di interventi capillari, in cui le regioni siano attive.

Sempre Maurizio Ambrosini in “Prospettive Transnazionali. Un nuovo modo di pensare le migrazioni transnazionali” afferma: “Ragionare in termini di transnazionalismo significa dunque superare, o almeno fluidificare, le tradizionali categorie di “emigrante” e “immigrato” e cessare di concepire la migrazione come un processo che ha un luogo d’origine e uno di destinazione”.[8] Ed è proprio grazie ai recenti studi che viene teorizzata una nuova definizione di migrante, che ora viene concepito come “transmigrante”, una figura “caratterizzata dalla partecipazione simultanea ad entrambi i poli del fenomeno migratorio” e dalla costante oscillazione fra essi.

Su tali premesse si pone in gioco la “relazione” che, a differenza dell’integrazione, offre la possibilità di un mutuo movimento, di una conoscenza bidirezionale, di una evoluzione reciproca. Essa sgretola la concezione stereotipata del “noi” e “loro”, offrendo una prospettiva differente. Implementare programmi di relazione significa restituire all’accoglienza il suo significato più profondo, ovvero quello di accogliere dentro di sé ciò che si ha davanti, di farlo proprio, rimanendo consapevoli dell’identità dell’altro. Accogliere permette di evolvere, di costruire conoscenza nuova e restituirla. E solo a partire dalla conoscenza di ciò che è altro si possono concretizzare dei progetti di relazione efficaci.

Se prestiamo attenzione all’etimologia della parola “relazione”, dal latino relatio”, che deriva a sua volta da “relatus”, ovvero il principio passato di “referre”, che significa “riferire, riportare, stabilire un legame con”, ci accorgiamo dell’assonanza con la parola inglese “rely on”, ovvero “contare su”. È evidente che la parola “relazione”sia profondamente legata a un atto di fiducia intrinseco.

Proporre un cambiamento lessicale non consente solo di restituire alle parole i loro significati intrinseci, ma anche di sancire un mutamento dell’approccio delle politiche rivolte al fenomeno migratorio. Questo nuovo approccio permette di prendere in considerazione il complesso di dinamiche in gioco, la bilateralità con cui è necessario agire per poter effettivamente porre in essere progetti di carattere evolutivo, e non meramente integrativo.

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Note

[1] M.Agier, trad.it. “La Giungla di Calais. I migranti, la Frontiera e il Campo”, N.Manghi, 2018.

[2] Glick Schiller et all, “ Transnationalism: A New Analytic Framework for Understanding Migration, 1992.

[3] A. Sayad, trad.it.“La Doppia Assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle Sofferenze dell’Immigrato”, Raffaello Cortina Editore, Milano,2002.

[4] S.During, “The cultural Studies Reader”, Routledge, Londra,2007.

[5] H.Bhabha,trad.it.”I Luoghi della Cultura”, Meltemi, Roma, 2001

[6] F. Campomori, Le politiche locali dell’immigrazione, «Amministrare», 2005

[7] (La fatica di integrarsi. Immigrazione e lavoro in Italia, 2001)

[8] Maurizio Ambrosini , “Prospettive Transnazionali. Un nuovo modo di pensare le migrazioni transnazionali”, rivista Mondi Migranti, 2007

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