CRISI DEGLI OSTAGGI DEL 1979: 41 ANNI DOPO

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Sono passati esattamente 41 anni dalla crisi degli ostaggi in Iran avvenuta il 4 novembre del 1979. Cos’è accaduto quel giorno e come sono cambiate le relazioni tra gli Stati Uniti d’America e la neo repubblica islamica?

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Sono passati esattamente 41 anni dalla crisi degli ostaggi in Iran avvenuta il 4 novembre del 1979, 400 studenti fedeli all‘Ayatollah Khomeini, leader religioso dell’allora appena nata repubblica islamica, fecero irruzione nell’ambasciata americana a Teheran sequestrando il personale diplomatico e i marines presenti negli uffici. L’occupazione che si era svolta in maniera pacifica sarebbe stata destinata a durare ben 444 giorni, dal 4 novembre del 1979 fino al 20 gennaio del 1981. Ad oggi possiamo riconoscere che questa crisi è un evento cardine nelle relazioni diplomatiche tra gli stati uniti e la repubblica islamica ed è diventata il simbolo della rottura definita di rapporti amichevoli tra le due cancellerie.

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La crisi degli Ostaggi cosa rappresenta sul piano internazionale?

Il 1979 è stato un anno particolarmente importante per l’Iran, proprio in questo periodo, infatti, è scoppiata la rivoluzione islamica iraniana che ha dato il via alla deposizione del monarca Muhammad Reza Pahlavi, criticato per i suoi forti legami con l’Occidente, ed ha visto l’ascesa dell’Ayatollah Khomeini come guida religiosa suprema. Lo stato iraniano è passato dall’essere una monarchia al divenire una repubblica islamica sciita, la cui costituzione si ispira alla legge coranica. Questo periodo turbolento per il paese non lo ha solo trasformato internamente, ma ha portato anche a dei cambiamenti nelle relazioni internazionali con gli atri stati. La Crisi degli Ostaggi si innesta proprio in questa difficile situazione sconvolgendo le relazioni diplomatiche amichevoli, costruite nel tempo, tra l’Iran e gli Stati Uniti d’America. Nell’arena internazionale, infatti, questo evento rappresenta un punto di rottura per la stabilità americani nella regione e con l’ascesa dell’Ayatollah, Teheran smise di essere un garante degli interessi statunitensi. Dalla rivoluzione islamica del ’79, infatti, c’è stata una vera e propria rottura dei rapporti tra le due cancellerie caratterizzate poi da conflitti e contese, istaurando delle relazioni travagliate e difficili che perdurano tutt’oggi.

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Cos’è accaduto?

La crisi è iniziata quando il presidente Carter ha accettato che Mohammed Reza Pahlavi, lo shah (Re) iraniano estromesso, entrasse negli Stati Uniti per accedere a cure mediche. Il presidente era consapevole delle possibili conseguenze che questa scelta avrebbe potuto portare ma decise comunque di cedere alla richiesta del monarca credendo (erroneamente, come si è poi scoperto) che il trattamento sanitario richiesto fosse disponibile solo in America e che questa fosse una questione di vita o di morte, non sapendo che Muhammad Reza Pahlavi in realtà fosse già un malato terminale. Gli studenti iraniani indignati per la decisione del presidente Jimmy Carter e spaventati che dietro alla scelta di accettare lo shah a New York ci fosse un complotto architettato contro la neo repubblica islamica, decisero quindi di occupare l’ambasciata il 4 novembre del 1979.

Il presidente Carter cercò di ottenere il rilascio degli ostaggi, inizialmente attraverso sforzi diplomatici, che fallirono miseramente poiché Khomeini respinse qualsiasi accordo per liberare gli ostaggi. L’Ayatollah, infatti, anche se inizialmente negò più volte di aver ordinato l’azione studentesca, cercando di far sgombrare al più presto l’ambasciata e di impedire azioni analoghe, poco dopo si rese conto della portata politica e ideologica di tali azioni e decise di appoggiarle pienamente.

Visti i tentativi fallimentari di dialogo l’entourage presidenziale decise di stabilire una strategia che imponesse pressioni costanti attraverso sanzioni economiche per garantire il rilascio degli ostaggi. La prima delle misure economiche progettate per reagire all’azione iraniana fu il divieto delle importazioni di petrolio dalla repubblica islamica, un passo molto importante essendo l’Iran principale fornitore di greggio, l’America così facendo dichiarava pubblicamente che la questione petrolifera non avrebbe influenzato il suo comportamento nella risoluzione della crisi degli ostaggi. Con il passare del tempo, non ottenendo i risultati voluti, il presidente decise di prendere in considerazione l’opzione di imporre il “congelamento di beni” riconducibili alla nazione islamica presenti nelle banche statunitensi. Si trattava, quindi, di asset posseduti dal governo iraniano che però erano custoditi o controllati dagli Stati Uniti con un valore di oltre 2 miliardi di dollari.

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La guerra economica tra le due cancellerie perversava ormai da diversi mesi ma non aveva portato ad alcuna soluzione, proprio per questo motivo il 24 aprile del 1980 l’intelligence americana decise di dare il via ad un’operazione militare di salvataggio degli ostaggi: l’operazione Eagle Claw (artiglio d’aquila). Il piano prevedeva semplicemente di spodestare gli studenti e liberare gli ostaggi, ma l’operazione nella pratica si rivelò decisamente più complessa del previsto e fallì a causa di una tempesta di sabbia nel deserto iraniano che provocò la collisione di due aerei militari statunitensi ed il dietro front americano. L’azione si dimostrò tanto sciagurata nelle premesse quanto fallimentare nell’esito, infatti non solo gli ostaggi dell’ambasciata rimasero tali, ma furono separati e collocati in diverse zone tenute segrete, vanificando qualsiasi altro progetto di salvataggio. Il fallimento dell’operazione Eagle Claw aumentò la diffidenza degli iraniani nei confronti degli Stati Uniti e il rancore degli americani nei confronti della Repubblica islamica, alimentando stereotipi e dissapori che durano tutt’oggi.

I negoziati ripresero con l’aiuto di intermediari algerini solo dopo che Ronald Reagan vinse le elezioni presidenziali nel novembre del 1980. Mentre preservare le vite degli ostaggi statunitensi era la massima priorità di Carter, gli iraniani credevano che Reagan, un freddo guerriero repubblicano, avrebbe seguito una strada più belligerante. La minaccia percepita di un’invasione americana apparentemente ha influenzato la fine della crisi che terminò con la liberazione degli ostaggi grazie a un accordo favorito dall’Algeria e firmato il 19 gennaio 1981 ad Algeri che garantiva all’Iran lo scongelamento dei fondi nazionali depositati presso banche americane e la riaffermazione del principio di non ingerenza

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