NAGORNO KARABAKH: TRA PRINCIPIO DI AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI ED INTEGRITÀ TERRITORIALE

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Nel conflitto in Nagorno Karabakh si stanno scontrando due popoli, Armeni ed Azeri, ma anche due principi fondamentali del diritto internazionale: diritto all’autodeterminazione dei popoli e principio di integrità territoriale.

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La vicenda del conflitto in Nagorno Karabakh rappresenta un tema classico, per il diritto internazionale; si tratta di un tentativo di secessione di una porzione di territorio, nei confronti dello Stato, del quale la popolazione non riconosce la sovranità. Il caso in questione, tuttavia, presenta degli elementi di peculiarità tali da renderlo particolarmente interessante, agli occhi della comunità giuridica internazionale, quanto fatalmente conflittuale, per la popolazione che vi risiede. L’elemento della classicità si combina ad un elemento di novità, che nel caso di specie è dato dal mancato riconoscimento dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno Karabakh, persino dallo Stato che principalmente le dà appoggio: l’Armenia. In ambito internazionale si parla di frozen conflict, la “bassa intensità” del conflitto, che alterna fasi di tensione a fasi di quiete, schermaglie a veri e propri combattimenti, rende quasi “dimenticabile” per la comunità internazionale la contesa. Eppure si tratta di un dissidio che, “a singhiozzo”, riemerge ed ha radici troppo profonde per essere estirpato con facilità.

Le questioni storiche ed etniche

Nagorno Karabakh, letteralmente “giardino nero montuoso”, nei fatti è un enclave armena, in territorio azero. Si tratta di una porzione del Caucaso meridionale, lungo l’Altopiano armeno, eppure racchiusa tra i confini dell’Azerbaigian, la cui storia identitaria appare particolarmente complessa. Il nome stesso, un impasto di parole russe e turche, combinate assieme, è sintomo di una commistione etnica, forzata dagli eventi storici. Ed è proprio la questione identitaria alla base dell’annoso conflitto tra Azerbaigian ed Armenia, emblema di una contrapposizione  etnico-culturale, prima ancora che militare. La Repubblica dell’Azerbaigian è un paese musulmano sciita, all’interno del quale si parla un dialetto turco ed in questo sistema di valori culturale ed identitario si riconosce il popolo azero.

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La Repubblica Armena, invece, è cristiano-ortodossa, seppure si parli una lingua priva di affinità con le altre lingue indoeuropee, è culturalmente considerato un paese europeo. La convivenza di azeri ed armeni è il frutto di un progetto politico di Stalin, ideato per le Repubbliche Sovietiche non russe di Caucaso ed Asia centrale, per nulla attento ad esigenze ed aspirazioni delle popolazioni. Tra il 1918 ed il 1922, furono ridisegnati i confini della regione caucasica, di modo che ogni repubblica sovietica avrebbe dovuto includere le minoranze etniche delle repubbliche vicine, ciò allo scopo di ridurre al minimo il rischio che si potesse sviluppare una identità nazionale forte. In base a tale orientamento, la porzione del Nagorno Karabakh, la cui popolazione era per ben 4/5 armena, venne attribuita all’Azerbaigian, dando avvio ad un malcontento che non accennava a sopirsi.

Non a caso, ben settant’anni dopo, il processo di dissoluzione dell’URSS ha dato avvio ad una prima brutale ondata di conflitti tra i due paesi, tra il 1992 ed il 1994. Ben seicentomila gli azeri e trecentomila gli armeni, costretti ad abbandonare le proprie dimore, in quegli anni, per poter fuggire da vere e proprie operazioni di pulizia etnica. Al termine della prima guerra, contro ogni pronostico, vista la netta inferiorità numerica, l’Armenia riesce ad occupare militarmente la regione, esercitandovi un controllo effettivo, ciò però non ha determinato la fine delle ostilità. La ferita del Karabakh, infatti, periodicamente si riapre e ricomincia a sanguinare, fu così nel 2016, quando si risolse con “soli” quattro  giorni di guerriglia, ed è così oggi. Seppure, di ben diversa intensità appare il contrasto riaccesosi lo scorso 27 settembre.

Principio di autodeterminazione dei popoli ed integrità territoriale

Quella della popolazione armena del Karabakh, dunque, potrebbe definirsi una rivendicazione del principio di autodeterminazione dei popoli, qualificato pacificamente dalla comunità internazionale come norma di ius cogens ed in quanto tale inderogabile da qualsiasi altro accordo contrario. Il principio di autodeterminazione dei popoli ha alle spalle una storia giuridica travagliata; pur essendo stato sancito, nel 1945, dalla Carta delle Nazioni Unite, in realtà all’epoca aveva blanda efficacia. Già in apertura, al paragrafo 2 dell’art. 1, la Carta chiarisce che tra i fini delle Nazioni Unite vi è quello di “sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli, fondate sul principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodecisione dei popoli”. Principio, poi, ulteriormente ribadito all’art. 55, in apertura del Capitolo IX “Cooperazione internazionale, economica e sociale”. Ma è l’art. 76 a dare contenuto al principio, chiarendo che fosse necessario tenere conto delle “aspirazioni liberamente manifestate dalle popolazioni”, in quei territori sottoposti ad amministrazione fiduciaria.Tale principio, all’epoca, si traduceva in una pura formalità, considerata l’esistenza di colonie e regimi di segregazione razziale.

È a partire dal 1960 che l’Assemblea Generale dà inizio ad un vero cambiamento, con la risoluzione n. 1514 “Dichiarazioni per la garanzia ed indipendenza dei Paesi e dei popoli coloniali”. La Corte Internazionale di Giustizia darà, poi, piena operatività al principio, soprattutto in sede consultiva, in una serie di pareri adottati per tentare una conciliazione in situazioni di conflitto interno. A partire da questo momento, si riconosce al popolo, sottoposto a governo straniero, l’aspettativa di divenire Stato, ovvero di associarsi od integrarsi ad altro Stato indipendente, scegliendo il proprio regime politico. La rilevanza di tale principio si comprende, ancor di più, se si considera che la soggettività internazionale, quale idoneità ad essere destinatari di diritti ed obblighi, non è riconosciuta direttamente al popolo, quanto piuttosto allo Stato, che sia in grado di esercitare un  controllo effettivo su quel determinato territorio e nei confronti degli individui presenti sullo stesso. 

L’autodeterminazione, però, incontra il limite di un altro principio fondamentale per il diritto internazionale, quello dell’integrità territoriale, enunciato all’art. 2, paragrafo 4 della stessa Carta, in virtù del quale gli Stati membri devono astenersi dall’uso della forza, al fine di violare l’integrità territoriale di un altro Stato. In base al principio di integrità territoriale, il diritto all’autodeterminazione non dovrebbe essere riconosciuto ad un popolo, qualora l’esercizio del diritto stesso comporti lo smembramento dell’unità territoriale.

 

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Il mancato riconoscimento e le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza

 Nella contesa tra le due nazioni, non si deve dimenticare che, pur essendo abitato da una comunità di etnia armena, il Nagorno Karabakh non intende far parte dello Stato armeno. Ancor prima dello scoppio delle ostilità, infatti, dopo regolare referendum, del dicembre 1991, dichiara la propria indipendenza. Il 6 gennaio 1992, viene proclamata la Repubblica del Nagorno Karabakh. Tuttavia, tale repubblica non è riconosciuta da alcun membro delle Nazioni Unite. Neppure dall’Armenia, che in assoluto intrattiene i rapporti politici ed economici più profondi con la regione.

Bisogna, però, ricordare che il riconoscimento, da parte degli altri paesi della comunità internazionale, non può dirsi costitutivo della personalità giuridica di uno Stato (come, invece, si riteneva in passato). Altrimenti, si finirebbe per attribuire agli Stati preesistenti una sorta di “potere di ammissione” nei confronti dei nuovi. Il riconoscimento può assumere valore da un punto di vista meramente politico, testimoniando la volontà degli Stati di intrattenere relazioni internazionali con il nuovo Stato. In riferimento alla questione, il Consiglio di sicurezza si è pronunciato attraverso una serie di risoluzioni, nel 1993 (822, 853, 874 ed 884), nelle quali si è arrivati alla qualificazione del Nagorno Karabakh quale territorio conteso, a maggioranza etnica armena, circondato da sette distretti azeri. Perciò, a parere dell’organo delle Nazioni Unite, si sarebbe trattato di una vera e propria occupazione militare da parte dello Stato armeno. La soluzione prospettata, fin dalle origini, è quella della restituzione di almeno cinque dei distretti, tutti tranne quelli che assicurano i legami tra Karabakh ed Armenia, ossia la continuità territoriale.

Le violazioni del diritto internazionale umanitario

Stiamo assistendo a gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. In base al rapporto di Amnesty International, a partire dall’avvio del conflitto, sono state sganciate sui civili, da entrambi gli Stati, bombe a grappolo. Si tratta di un tipo di ordigno, particolarmente dannoso, poiché contenente al suo interno sub munizioni esplosive, rilasciate al momento dell’esplosione dell’ordigno principale ed idonee ad investire una vasta area. Oltretutto, vi è una probabilità, addirittura del 20%, che le munizioni non esplodano immediatamente a contatto con l’obiettivo, diventando così un rischio ed una minaccia, anche nel lungo periodo, per la popolazione L’uso di tali munizioni è proibito dalla Convenzione ONU del 2008, sottoscritta da 108 paesi, ma non firmata da Armenia ed Azerbaigian. “Il lancio di munizioni a grappolo, in aree civili, è crudele e sconsiderato, provoca morte, feriti e miseria indicibili” ha dichiarato Marie Struthers, direttore regionale di Amnesty International per l’Europa orientale e l’Asia centrale, rivolgendo l’ennesimo appello alle parti di porre fine all’uso di tali armi e di dare priorità alla protezione dei civili.

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