IL PARLAMENTO EUROPEO CONDANNA L’ARABIA SAUDITA

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L’Arabia Saudita detiene migliaia di migranti etiopi sul suo territorio. Ma più in generale: cosa rappresenta la presenza migrante per le potenze del Golfo?

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La Risoluzione del Parlamento europeo sulla situazione dei migranti e delle migranti etiopi nei centri di detenzione in Arabia Saudita

Lo scorso otto ottobre il Parlamento europeo ha condannato a larga maggioranza l’Arabia Saudita per la situazione disumana e degradante in cui versano migliaia di migranti etiopi, detenuti  arbitrariamente in numerosi centri di detenzione sparsi sul suo territorio. Il testo – adottato in plenaria e in un’unica lettura – ha ottenuto 413 voti a favore, 49 contro e 233 astenuti. Si tratta di una risoluzione comune, depositata da alcuni eurodeputati ed eurodeputate  afferenti ai gruppi parlamentari dei Socialisti e Democratici, dei Verdi\Alleanza libera europea e di Renew Europe, che ha fatto seguito all’inchiesta del quotidiano britannico The Sunday Telegraph, pubblicata a settembre e basata sulla rivelazione di immagini e video, registrati direttamente tramite i propri cellulari dalle migranti e dai migranti stessi. Secondo queste testimonianze, i lavoratori e le lavoratrici migranti, arrestati violentemente dalle forze saudite, sono stati portati nel centro di detenzione di Al-Dayer e poi trasferiti in almeno altri dieci centri, tra cui quello di Shmeisi, tra le città di Jeddah e Mecca, e quello di Jizan, città portuale al confine yemenita.

Il voto europeo di condanna è stato tenuto segreto fino all’ultimo, a causa del timore concreto di possibili pressioni coercitive da parte del potente regno saudita. D’altronde, come si evince dalle inchieste successive, neanche un mese dopo l’immediata dichiarazione d’impegno a indagare sulle terribili condizioni dei centri sotto accusa, nonostante lo sdegno mondiale, le forze saudite hanno in realtà incrementato gli strumenti di controllo e punizione collettiva, per scongiurare nuovi rischi di contatto tra i migranti e le migranti e il mondo esterno. A conferma dell’indagine britannica, ad un mese dalla sua prima uscita, anche Amnesty International pubblica “il catalogo delle crudeltà”, che le migliaia di migranti – uomini, donne, donne incinte, bambine e bambini – subiscono indistintamente in questi veri e propri centri dell’orrore. Mancanza totale di servizi igienico-sanitari; fame e disidratazione; ferite di arma da fuoco non curate; decessi e suicidi, anche di minori, difficili da quantificare; corpi legati tra loro con catene; elettroshock.

Queste sono soltanto alcune delle forme di tortura e abusi di diritti umani, riportati nelle inchieste e nei report in questione, che raccontano di migranti stipati in stanze asfissianti in piena pandemia e vittime di un’iniziativa governativa, paradossalmente volta a fermare la diffusione del coronavirus.Come sottolineato durante la discussione in Parlamento, la crisi del COVID-19 ha aumentato la vulnerabilità dei migranti e delle migranti, a causa del rafforzamento delle stigmatizzazioni e discriminazioni, di cui sono già di norma oggetto, e del crescente rischio di perdere il lavoro; lavoro attraverso cui passa la loro scarna sicurezza economia e il riconoscimento della loro presenza sul territorio. In questo senso, vale la pena ricordare il sistema Kafala, che regola il rapporto di lavoro affidando concretamente il destino del lavoratore o della lavoratrice migrante al suo datore di lavoro. Inoltre, dal 2017 l’Arabia Saudita sta portando avanti una vera e propria campagna antimmigrazione, che a detta delle stesse autorità governative, a settembre dello scorso anno aveva già determinato l’arresto di circa 3.8 milioni di migranti e l’emissione di oltre 962.000 decreti di espulsione.

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Basandosi sui dati forniti da Human Rights Watch – che attestano la presenza ad aprile di quest’anno di 30.000 migranti etiopi detenuti arbitrariamente sul territorio saudita, in seguito all’espulsione forzata dallo Yemen settentrionale, e di oltre 2.000 bloccati alla frontiera – e facendo riferimento al quadro legislativo, internazionale ed europeo, relativo alla protezione dei rifugiati e all’implementazione di una migrazione sicura, ordinata e regolare, il Parlamento ha chiesto alle autorità saudite il rilascio immediato di tutti i detenuti e tutte le detenute, con priorità ai soggetti più vulnerabili, accodandosi in tal senso all’appello dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite. Questa richiesta è stata accompagnata dall’invito ad assicurare un accesso sicuro per chi entra nel Paese dal vicino Yemen, attraverso l’implementazione di percorsi d’accoglienza, che escludano la privazione della libertà e che siano adeguati alle norme internazionali e a quelle legate alla contingente situazione sanitaria; a porre fine alla tortura e a consentire l’accesso delle agenzie umanitarie e del rappresentante speciale UE per i diritti umani nei centri detentivi, per l’avvio di un’indagine indipendente riguardo le accuse di tortura e violazione di diritti umani nelle strutture in questione e lungo le frontiere, contemporaneamente assicurando processi equi per gli eventuali responsabili; alla collaborazione internazionale per la completa abolizione interna del sistema Kafala, invitando alla ratifica della Convenzione Fondamentale dell’OIL relativa alla libertà sindacale, alla protezione del diritto sindacale e al diritto di organizzazione e negoziazione collettiva, ed esortando a un lavoro congiunto con l’OIM e l’Etiopia, per garantire rimpatri volontari, sicuri e dignitosi, a partire dal riconoscimento reciproco della complementarietà di interessi nei rispettivi mercati del lavoro.

La condanna della situazione dei e delle migranti etiopi nei centri di detenzione è stata un’ulteriore occasione per il Parlamento europeo di far luce sulla sistemica violazione dei diritti umani in Arabia Saudita. Il quadro che ne è uscito è desolante forse più del previsto, dato che la stretta autoritaria sulla società ha sicuramente trovato nuova linfa nello sfruttamento interessato delle restrizioni necessarie al controllo della trasmissione del coronavirus. Inoltre, nella risoluzione è stata ricordata Loujain al-Hathloul, attivista dei diritti delle donne, così come alcuni membri dissidenti della stessa famiglia reale, e il giornalista Jamal Khashoggi, assassinato nel 2018 nel consolato saudita ad Istanbul e sulla cui morte non è stata ancora fatta chiarezza. In più, è stato sottolineato come il Regno si attesti tra i primi cinque Paesi al mondo per numero più alto di esecuzioni extragiudiziali, sommarie o arbitrarie e che non abbia mai ratificato i principali strumenti relativi alla protezione contro la detenzione arbitraria e la detenzione dei migranti, così come la maggior parte dei trattati internazionali fondamentali in materia di diritti umani.

Il Parlamento ha esortato il SEAE e gli altri Stati membri ad accodarsi al suo atto ufficiale di condanna, ancora esprimendo preoccupazione per la minoranza sciita nel Paese, con particolare riguardo ai e alle migranti che ne fanno parte, e per la persistenza di situazioni discriminatorie nei confronti delle donne, delle donne migranti, delle donne appartenenti alle minoranze e delle attiviste, chiedendone nuovamente l’immediata scarcerazione. Si legge, infine, che il Parlamento “esorta il presidente del Consiglio dei ministri dell’Unione europea, il Presidente della Commissione europea e gli Stati membri a declassare la rappresentanza istituzionale e diplomatica dell’UE in occasione del prossimo vertice dei leader del G20, onde evitare di legittimare l’impunità per le violazioni dei diritti umani e le detenzioni illegali e arbitrarie in corso in Arabia Saudita” e sollecita alla necessaria modifica dell’art.39 della legge fondamentale del Regno, per garantire la libertà d’espressione e l’indipendenza d’azione alle organizzazioni in difesa dei diritti umani. Il testo si chiude con l’esortazione al Consiglio di adottare il meccanismo di sanzioni UE in materia di diritti umani, in quanto facente parte degli interessi e obiettivi strategici dell’Unione, in conformità con il Trattato sull’Unione Europea.

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Ma cosa rappresenta la presenza migrante per le potenze del Golfo?

La zona del Golfo, oltre ad essere uno dei maggiori centri di produzione della ricchezza mondiale, è anche una particolare zona di convoglio del lavoro migrante. Come si legge nel testo adottato dal Parlamento, la forza lavoro migrante, proveniente dai paesi africani e asiatici, costituisce circa il 20% della popolazione totale dell’Arabia Saudita e, più in generale, i e le migranti, impiegati nei lavori stagionali, rappresentano più della metà dell’intera forza lavoro degli Stati del Golfo. Nello specifico, secondo l’UNDESA la percentuale dei lavoratori e delle lavoratrici migranti sul totale della forza lavoro si attesta intorno al 50% in Arabia Saudita, di cui il 95% è impiegata nel settore privato, con la conseguente minor garanzia di tutele sociali da esso derivante.

Alla luce di questo, è interessante capire quanto e come la presenza migrante incida sulla produzione della ricchezza del Golfo e come questa sia parte di processi globali di accumulazione capitalista. Quindi, per riuscire a cogliere la specificità delle forme relazionali che caratterizzano il lavoro migrante in Arabia Saudita, bisogna concepire quest’ultimo come strettamente legato all’organizzazione del mercato globale e alla sua riproduzione, perché parte del suo stesso processo di integrazione e divisione della forza lavoro. Così facendo, lo sguardo sulla presenza migrante può portare a una comprensione maggiore di come si (ri)produce la ricchezza regionale, come si articola localmente la relazione stato-società ad essa necessaria e ad analizzare, a partire da questo, la formazione di rapporti di classe, che si nutrono appunto dell’interazione continua tra ciò che è locale e ciò che non lo è (Hanieh, 2018). Ad esempio, l’istituzione del sistema Kafala è solo una delle forme sociali attraverso cui la classe regnante assicura la tenuta del suo potere, che rientra nel quadro ufficiale di interessi condivisi a livello mondiale, dove la tensione continua tra fissità e mobilità è necessaria all’appropriazione della forza lavoro.

I e le migranti non sono soltanto funzionali al raggiungimento degli elevati standard di ricchezza nella regione, ma, allo stesso tempo, la loro presenza diventa indispensabile all’organizzazione locale della governance e delle istituzioni statali, del potere militare e via dicendo. Tutto questo consente il protagonismo della classe dominante dei Paesi del Golfo – costituita da grandi conglomerati finanziari in piena alleanza con le famiglie regnanti – nella strutturazione generale del sistema-mondo. Allo stesso modo, i legami tra migranti attraversano spazi geografici e politici situati su più livelli: la working class trascende così i confini nazionali e di cittadinanza. Pertanto, il discorso relativo alla presenza migrante vive all’interno di relazioni di potere in cui globale e locale si confondono. Da questo deriva il bisogno analitico di relativizzare lo spazio statale – finora considerato l’unità d’analisi per eccellenza negli studi internazionali – in quanto esso non rappresenta più il contenitore esclusivo delle relazioni socioeconomiche e politico-culturali che animano il sistema internazionale, risultando, di conseguenza, non più sufficiente alla sua piena comprensione.

 

 

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