IL LIBANO GUARDA AD EST

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Il Libano attraversa, da anni, una difficile crisi economica che fatica a vedere una fine. La possibilità che, da parte dell’Occidente e dagli Stati arabi produttori di petrolio, arrivino aiuti economici soddisfacenti, si fa sempre più remota secondo il governo libanese. Beirut quindi guarda strategicamente ad est, a Pechino, alla ricerca di investitori che possano rimettere in moto l’economia del Paese.

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Il contesto libanese

Libano: un piccolo paese di cinque milioni di abitanti con una posizione strategica sul Mediterraneo. Crocevia tra Asia e Europa, questo paese è stato, per anni, prima teatro di guerra tra Iran e Arabia Saudita, mentre oggi diventa luogo di escalation diplomatica che vede protagonisti la Cina e gran parte dell’Occidente. In una situazione di crisi e di emergenza come quella che vive il paese dall’anno scorso — a seguito dello scoppio delle proteste per la tassa su Whatsapp — l’ex primo ministro Hassan Diab diede inizio al processo di avvicinamento nei confronti della Cina. Supportato dall’Iran, da Hezbollah e dai suoi alleati, il primo ministro chiese, alla Cina, assistenza economica e finanziaria. Una scelta questa oggi ampiamente condivisa e supportata anche dai gruppi militanti sciiti del paese.

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Le relazioni libano-cinesi

 Il 1971 è l’anno in cui formalmente hanno avuto inizio le relazioni diplomatiche tra Pechino e Beirut. Nonostante gli sforzi di normalizzazione i rapporti tra i due paesi hanno fatto fatica a svilupparsi e rafforzarsi viste le condizioni di crisi, di instabilità politica e di  guerra che hanno gravemente indebolito il Libano. Soltanto all’inizio del decennio scorso, l’interesse della Cina nei confronti del Libano, sembra aver guardato oltre gli ostacoli del contesto libanese, subendo un importante incremento. Il Medio Oriente in generale è diventato, nell’arco di pochi anni, un area geopolitica di fondamentale importanza per la Cina.

Quando si parla di relazioni libano-cinesi si fa spesso riferimento al ruolo della Cina durante la guerra del Libano contro Israele nel 2006. Nonostante questo sia un punto fondamentale da tenere a mente, la “natura” delle relazioni tra i due paesi non è tanto politica, quanto economica. O meglio sono stati i rapporti economici che hanno determinato e organizzato le agende politiche dei due paesi. A partire dal 2013 la Cina è diventato il primo paese, in Libano, in termini di prodotti importati, in particolare di attrezzature elettriche e tessili. A partire dal 2011 numerose aziende cinesi hanno investito ed aperto le loro attività in Libano. La spinta principale avvenne dopo l’Expo di Shangai nel 2010.

Altro settore di fondamentale importanza, che ha contribuito notevolmente a rafforzare le relazioni tra i due paesi, sono stati gli aiuti cinesi in campo umanitario forniti a seguito della crisi umanitaria causata dalla guerra in Siria. La Cina ha fornito al Libano 16 milioni di dollari destinati ai rifugiati siriani in Libano ed in Giordania. Lo stesso lo fece nel 2000 quando Pechino concesse a Beirut circa 812mila dollari destinati invece ad opere infrastrutturali.

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Le accuse agli Stati Uniti

 La scelta di chiedere aiuti finanziari a Pechino è stata condivisa anche da Hezbollah, che accusa gli USA di essere i primi responsabili della crisi libanese. Il gruppo rivendica unautonomia economica e finanziaria da Washington che avrebbe, negli anni, imposto al Libano un sempre più stretto assedio finanziario. Lex primo ministro libanese ha accusato, pochi mesi fa, gli Stati Uniti, per il blocco sia dell’arrivo di mezzi di sussistenza come medicine e alimenti primari, ma anche della fruibilità delle linee di credito atte ad importare benzina e diesel. Il tutto, secondo il governo libanese, per debilitare ulteriormente il paese. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano però, Morgan Ortagus, ha dichiarato che accusare gli Stati Uniti perché il Libano oggi versa in condizioni critiche, è falso e fuorviante.

Il clima di tensione in cui si trovano oggi i rapporti bilaterali tra USA e Libano è fondamentale da teneramente a mente perché inevitabilmente condiziona anche il ruolo della Cina. Questo però non ha inficiato gli sforzi di cooperazione e apertura reciproci propri della riunione, l’estate scorsa, tra Wang Kejan ambasciatore cinese in Libano e l’ex primo ministro libanese Diab. La Cina si pone sempre di più come parte attiva nel processo di assistenza nei confronti del Libano, sia in termini di incremento degli accordi commerciali che in termini di aiuti economici. Beijing ha infatti offerto al governo libanese la possibilità di investire in opere infrastrutturali come per esempio centrali elettriche, lunghe gallerie in grado di connettere rapidamente Beirut con la Bekaa Valley e una ferrovia lungo tutta la costa libanese.

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La risposta del Fondo Monetario Internazionale

 Il pound libanese, dall’inizio della crisi, ha perduto circa l’80% del suo valore d’acquisto. Sono stati numerosi i tentativi, da parte del FMI e del governo libanese, di arrivare ad un accordo che potesse rimettere in moto l’economia del paese. Ma dal punto di vista del governo, il FMI non appare più una valida alternativa. I 17 round negoziali tenuti col Fondo Monetario infatti si sono rivelati fallimentari. Spesso gli aiuti finanziari provenienti da FMI sono condizionali, ovvero vengono concessi e mantenuti a patto che il paese ricevente adotti specifiche condizioni politiche ed economiche. Queste si basano sui principi e su rigidi parametri propri del liberismo economico, che in passato hanno esasperato in Libano, la già precaria situazione politica, economica e sociale.

L’Ambasciatore statunitense in Libano Dorothy Shea ha ammesso che il paese versa in situazioni critiche e che è alla disperata ricerca di assistenza finanziaria e investimenti. Secondo gli Stati Uniti però, la mossa di guardare ad est da parte del Libano, non risolverà tutti i problemi economici, politici e sociali del paese. Gli investimenti cinesi, secondo Washington arriverebbero alle spese della sua prosperità, stabilità e viabilità fiscale. Ma il vero pericolo per Beirut potrebbe però risiedere proprio nell’offerta del FMI. Questa intende coprire l’immediato deficit nella bilancia dei pagamenti, iniettare moneta liquida e avviare una serie di riforme, tutte finanziate dal FMI. Accettare gli aiuti del Fondo significa, per il Libano, una passiva adozione dei parametri imposti dal Fondo stesso, che in passato hanno gravemente danneggiato l’economia del paese. Inoltre, le continue ondate di proteste e la crisi finanziaria sono solo alcuni degli ulteriori elementi che impediscono il governo di Beirut di rivolgersi al FMI.

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Benefici reciproci per Pechino e Beirut

 L’economista libanese Hasan Moukalled ha dichiarato che, a fronte della crisi economica nel paese, la maggior parte delle imprese occidentali, si rifiuta di investire nel paese fino a quando non si sarà raggiunto un accordo con il FMI. La differenza ed il punto di forza maggiore della Cina sta proprio in questo: l’indipendenza e la non condizionalità dal FMI. Dopo una serie di visite da parte di Hasan Moukalled in Cina tra il 2018 e il 2019, il governo di Pechino ha affermato che la Cina è disposta ad investire in Libano 12.5 bilioni di dollari. Questi investimenti possono beneficiare in modo reciproco entrambi i paesi. Alla Cina, da un punto di vista economico, conviene, visto che Beirut serve alla Cina come base per  espandere ulteriori progetti di investimento: in Siria per esempio, anche lei forte alleata di Pechino. Inoltre la parte nord di Tripoli, potrebbe ora diventare il centro strategico del progetto commerciale cinese “Silk Road” che collega l’Asia all’Europa.

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Conclusioni

La Cina negli ultimi dieci anni ha saputo incrementare notevolmente la propria presenza sul territorio libanese. Per Beirut, guardare ad est appare una scelta quasi inevitabile, che trova ampia condivisione anche da parte di altre potenze come Russia, Siria e Iraq. L’assistenza finanziaria cinese non soltanto agevola il Libano da un punto di vista economico, ma rappresenta un trampolino di lancio anche per il miglioramento e il rafforzamento dei rapporti bilaterali tra i due paesi in termini politici e diplomatici

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