LO STATO DELLA DEMOCRAZIA IN TUNISIA

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Il percorso politico recente della Tunisia è un’esperienza davvero unica nel panorama del Medio Oriente e del Nord Africa: un processo rivoluzionario riuscito che ha condotto alla creazione di uno Stato democratico con una buona partecipazione popolare ai processi costitutivi, come quello della scrittura di una nuova carta costituzionale. Tuttavia, il paese attraversa infatti ancora delle gravi crisi di natura economica e sociale che non sono state ancora risolte e a cui toccherà far fronte nel corso dei prossimi anni.

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Dall’indipendenza alla rivoluzione

La Tunisia ha ottenuto l’indipendenza dall’occupazione francese nel 1956 tramite un processo sostanzialmente pacifico portato avanti fra gli esponenti del maggiore partito tunisino dell’epoca, il neo-Destur, e lo Stato francese. Il principale fautore dell’indipendenza è stato il segretario del partito, Habib Bourguiba, che nel 1957 si fece promotore nel paese, durante le prime fasi della scrittura della Costituzione, dell’abolizione formale della monarchia. Approfittando del vuoto politico creatosi, egli divenne presidente ad interim fino alla promulgazione della carta costituzionale nel 1959. Durante questo periodo il neo-presidente si pose subito come figura forte nel paese mettendo presto in atto alcune politiche di tipo autoritario principalmente indirizzate verso il controllo del dissenso, l’eliminazione delle forze politiche di opposizione e l’accentramento del potere. Al momento della promulgazione della carta costituzionale, egli era riuscito già ad aver concentrato tutto il potere nelle sue mani istituendo di fatto una “monarchia presidenziale” [1]che durerà fino al 1987, anno della sua destituzione.

In questo trentennio furono portate avanti una serie di riforme economiche di tipo socialista, come la nazionalizzazione di imprese private e la redistribuzione delle terre di proprietà di europei durante il periodo coloniale ed abbandonate al momento dell’indipendenza tunisina, cosa che comportò un’ingente disponibilità per lo Stato tunisino di terre coltivabili senza dover ricorrere ad un esproprio coatto dalla piccola borghesia autoctona. Il sistema industriale fu rivisto, soprattutto con lo sviluppo del settore minerario nel centro e nel sud del paese. Inoltre, diverse riforme per una secolarizzazione delle strutture della società, un unicum nel panorama mediorientale, furono tra i primi provvedimenti portati avanti da Bourguiba: nel 1956 fu abolita la shariʿa così come i tribunali islamici tramite la promulgazione di un Codice di statuto personale che eliminava alcune pratiche religiose come la poligamia e in generale tutto il diritto di famiglia basato sulla tradizione islamica, promuovendo inoltre una formale parità tra i generi e garantendo nuovi diritti alle donne. Con la promulgazione di una nuova carta costituzionale nel 1976 si sanciva il definitivo ritorno all’economia di mercato, pur tuttavia ribadendo il ruolo a vita del presidente e l’impostazione autoritaria del regime [2]. L’ultimo decennio di governo di Bourguiba fu però caratterizzato da un progressivo peggioramento delle condizioni di salute del presidente, divenuto nel frattempo sempre più insofferente nei confronti delle opposizioni, che si erano fatte sempre più forti nei primi anni ’80 a causa della crisi economica che aveva colpito il paese.

Nel 1987 un colpo di Stato “medico” portato avanti dal generale e primo ministro Zine el-Abidine Ben ʿAli depose Bourguiba, instaurando un nuovo periodo per la politica e la società tunisina. Gli obiettivi che Ben ʿAli aveva ufficialmente proposto come azione della sua politica erano il ritorno alla tradizione arabo-islamica nel paese, al pluralismo politico e ad un maggiore rispetto dei diritti umani [3]. Nonostante queste premesse, nessuna misura per cambiare il carattere autoritario e semi monarchico della presidenza fu proposto e i partiti di opposizione, in particolar modo quelli islamisti continuarono ad essere visti con sospetto e in alcuni casi perseguitati. Nel periodo del “regno” di Ben ʿAli non si registrano neppure miglioramenti della situazione economica, con imposizioni di misure quali tagli alla spesa pubblica e blocchi degli stipendi [4]. La situazione quindi sostanzialmente non cambiò con l’avvento del nuovo presidente e rimase tale almeno fino alle proteste del 2011, quando Ben ʿAli fu costretto a lasciare il trono presidenziale, in quello che passerà alla storia come il primo atto di una nuova fase per la Tunisia e per il Medio Oriente intero.

 

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La Tunisia post-2011: il percorso democratico del paese

La cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini è stata un evento fondamentale per la storia non solo della Tunisia, ma dell’intero Medio Oriente. Si tratta infatti dell’episodio che ha dato il via a tutto il fenomeno di quella serie di rivolte popolari passate alle cronache con il nome di “primavere arabe”. È opinione comune, comunque, che solo nel paese nordafricano si siano realmente raggiunti dei cambiamenti tangibili all’indomani delle proteste, nonostante molte richieste della rivoluzione siano rimaste ancora oggi non risolte.

Nell’ottobre del 2011, a pochi mesi dalla caduta di Ben ʿAli, si sono tenute le prime elezioni per la creazione di un’assemblea legislativa, una tornata elettorale che ha registrato un’affluenza del 52% degli aventi diritto al voto con una presenza elevata tra giovani e donne [4]. Questa prima tornata elettorale è stata dominata dal partito islamista di Ennahda, trascinato dal suo leader, Rashid al-Ghannushi, che ha ottenuto ben 89 seggi – il 41% – sui 217 totali della camera tunisina. I mesi seguenti alla creazione del nuovo governo con l’obiettivo di scrivere la nuova Costituzione saranno il primo banco di prova della democrazia tunisina, che pure ha attraversato delle fasi complesse, dalle quali è riuscita a uscirne senza ricadere nella trappola dell’autoritarismo. Proprio le fasi della scrittura della nuova Carta hanno infatti acceso importanti dibattiti sullo stato della religione all’interno del sistema statale. Tanto partiti secolari quanto religiosi hanno preso la via della piazza lungo tutto il 2012 per manifestare le proprie posizioni a favore o contro di un ruolo prominente della legge islamica, questione che aveva provocato uno stallo nei processi di scrittura della Costituzione. Nel 2013 queste tensioni sono sfociate nell’uccisione di due esponenti secolari e di opposizione, Mohamed Brahmi e Chokri Belaid che hanno rischiato di generare una spirale di violenze e minare le basi democratiche del nuovo Stato. A seguito di queste violenze nuove, imponenti, proteste hanno spinto il governo alle dimissioni, avvenuto con un passaggio del potere a tecnocrati affinché traghettasse il paese verso nuove elezioni, senza che Ennahda fosse costretto ad alcune concessioni sul ruolo della religione nel paese. Così, nella nuova Costituzione l’islam è identificato come la religione di Stato (art.1) ma viene lasciata libertà di culto (art.6) e nessun riferimento viene fatto alla Sharia. La carta è stata infine adottata nel gennaio 2014 e nuove elezioni sono state indette per l’ottobre dello stesso anno.

La seconda tornata elettorale nel paese ha restituito l’idea della polarizzazione dell’opinione pubblica attorno agli eventi che avevano contraddistinto la politica del paese negli anni precedenti: Ennahda con 69 seggi diventa la seconda formazione del paese, venendo superato dal partito laico di Nidaa Tounes – che invece ne ottiene 85 – che nel novembre successivo vedrà anche il proprio candidato alla presidenza, Caid Essebsi, venire eletto. Nonostante i dati parlino di un’affluenza intorno al 65%, i giovani recatisi a votare hanno rappresentato solo il 20%, con un boicottaggio generale delle elezioni da parte della fascia di età tra i 18-25 [5]. Gli anni della prima, vera, legislatura tunisina democratica saranno però segnati da un livello di instabilità politica – saranno due i governi a succedersi nell’arco dei 5 anni – e di incertezza economica, aggravati dai numerosi attacchi di matrice terroristica condotti tra il 2015 e il 2016 tra i quali spiccano quello al museo del Bardo e quello nella città turistica di Susa. Nel 2018, una nuova serie di proteste prende il via tra il gennaio e l’aprile contro l’incapacità della politica di rispondere ai bisogni economici del paese, una disillusione che registrerà nella successiva tornata elettorale per le municipalità l’affluenza più bassa dal 2011, ovvero circa il 33%.

Date queste premesse, la nuova tornata elettorale dell’ottobre del 2019 – con un’affluenza registrata del 41% – ha mostrato una spaccatura nei consensi: Ennahda, seppur in continua discesa, ritorna ad essere la prima formazione nel paese, vincendo 52 seggi in parlamento, tallonato da una serie di nuovi partiti di ispirazione populista come quello diQalb Tounes – con 38 scranni –  o che raccolgono personaggi e istanze legate alla politica pre-rivoluzionaria, come il Partito Desturiano libero. Nello stesso mese si è votato anche per il presidente, posizione vinta da un indipendente, Kais Saied, con una larghissima maggioranza del 72%.

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La giovane democrazia resiste (ancora)

Nonostante i numerosi problemi che attanagliano ancora la vita del paese principalmente di natura economica – un elevato indebitamento pubblico, la crisi del settore energetico – sociale – una percentuale di disoccupazione intorno al 15% [6] –  e politica – a luglio di quest’anno è stato sfiduciato il governo – l’impianto democratico del paese appare ancora stabile. Tuttavia, dev’essere compito della politica iniziare a sistemare le questioni rimaste aperte dal 2011. I dati numerici circa l’affluenza alle urne dimostrano una sfiducia nei confronti del sistema politico che potrà essere risollevato solo con azioni mirate e che risollevino le condizioni socio-economiche del paese, abbattendo la corruzione e lo spreco di denaro pubblico e nel contempo investendo nella creazione di posti di lavoro.  

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Riferimenti

[1]

K. Perkins, A History of Modern Tunisia, Cambridge: Cambridge University Press, 2014.

[2]

M. Campanini, Storia del Medio Oriente contemporaneo, Bologna: Il Mulino, 2017.

[3]

N. Ayubi, Over-stating the Arab State, USA: Palgrave Macmillan, 1995.

[4]

National Democratic Institute, «Final Report on the Tunisian National Constituent Assembly Elections,» 2011.

[5]

GNRD & IIPJHR, «Joint Observation Mission to Tunisian Parliamentary Elections 2014: Report,» 2014.

[6]

I. Diwan, «Tunisia’s Upcoming Challenge: Fixing the Economy Before It’s too late,» Arab Reform Initiative, 2019.

 

 

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