IL VOLTO DELL’AMERICA DOPO LA TORNATA ELETTORALE. ALL’INSEGNA DELLA CONTINUITÀ STRATEGICA

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In queste brevi righe proveremo a tracciare la traiettoria geopolitica che gli Stati Uniti percorreranno nei prossimi anni per affrontare decisive sfide endogene ed esogene. Dall’Indo-Pacifico all’Europa, attraversando Russia e Medio Oriente, sino al cuore dell’impero.

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Indo-Pacifico

Nel teatro geostrategico dell’Indo-Pacifico, Cina e Corea del Nord continueranno a rappresentare minacce durature. Fallito il tentativo di scongiurarne la nuclearizzazione, Washington continuerà a mantenere un approccio bastone-carota verso il regime dei Kim. Colpendolo con sanzioni economiche paralizzanti ma mantenendo aperti sotterranei canali di dialogo per addivenire al congelamento del suo sviluppo missilistico balistico. Premendo anche sul tema della violazione dei diritti umani, qualora dovesse affermarsi il democratico Biden. Nel (difficile) tentativo di attirare lentamente Pyongyang nella propria sfera d’influenza in cambio di concessioni economiche. Per togliere ulteriori certezze alla Cina.

I rapporti con quest’ultima sono invece già segnati. La politica dell’ingaggio cooperativo è finita. Sarà tesa e strutturale competizione a somma zero anche negli anni a venire, chiunque siederà alla Casa Bianca. Il dossier cinese è uno dei pochi sui quali vi sia un consenso bipartisan nel sistema politico americano.

Con Trump la sfida conserverebbe toni ideologici e apocalittici da guerra fredda. Washington eserciterebbe pressioni sui partner europei ed asiatici affinché compiano una netta scelta di campo. Descriverebbe il Partito Comunista Cinese (Pcc) come minaccia esistenziale per il mondo libero e democratico. Per ricompattare un Occidente europeo che non lo considera(va) come pericolo, troppo lontano per avvertirne l’aggressività diplomatica e militare. Sfruttandone la crescente diffidenza verso Pechino. Biden perseguirebbe una public diplomacy meno conflittuale volta a coprire le dure iniziative tattiche degli apparati, provando a riportare Washington nella Trans Pacific Partnership (Tpp), per consolidare l’accerchiamento del rivale.

Per minare la legittimazione politica del Pcc, gli Usa continueranno a mantenere i dazi – ad applicarne di nuovi con Trump – a sabotare le nuove vie della seta per danneggiarne l’economia, ancora dipendente dalle esportazioni. Scontrandosi con la business community nazionale perseguiranno un (difficile) decoupling tecnologico ed industriale per ostacolare l’espansione all’estero di standard e aziende hi-tech siniche, per rallentarne lo sviluppo digitale, colpendone i trasferimenti tecnologici in settori critici. Sanzioneranno i tentativi di assimilare hongkonghesi, tibetani e uiguri, cavalcandone i separatismi, brandendo la bandiera della difesa dei diritti umani.

Potenzieranno il contenimento marittimo lungo la “prima catena di isole”, per contrastarne le manovre militari e le rivendicazioni territoriali. Armando i paesi di frontiera come Vietnam e Taiwan, trasformando quest’ultima in un’isola “porcospino”. Liberando la potenza di Tokyo. Aumentando il ritmo delle operazioni di libertà di navigazione (Fonop) e delle esercitazioni aeronavali congiunte tra Indiano e Pacifico, coinvolgendovi anche Francia e Regno Unito. Strutturando i legami diplomatici, militari, di sicurezza e di intelligence in ambito Quad con Giappone, Australia e India. Inducendo Dehli ad abbandonare progressivamente la sua tradizionale politica di non-allineamento, trascinandola dalla propria parte in chiave anti-cinese. Movimento strategico più importante di questo 2020.

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Europa e Russia

Al di là dell’innegabile e spettacolare crescita economica e militare dell’Estremo Oriente, fattore che ha contribuito ad alimentare negli ultimi due decenni (improbabili) scenari di “Secolo Asiatico”, il Vecchio Continente è destinato a conservare una posizione centrale nei calcoli strategici degli apparati federali. Dalla Prima guerra mondiale il primario obiettivo strategico degli Usa è impedire che una potenza regionale (Germania, Russia, Cina) riesca a dominare la massa euroasiatica, trampolino di lancio per insidiarne il primato globale. Per livello di benessere, status culturale e capacità delle sue genti, l’Europa è massima posta in gioco nella competizione tra grandi potenze, spazio geostrategico cardine per assurgere all’egemonia mondiale.

È l’Europa, infatti, a costituire il primo mercato dell’export di petrolio e gas russo. Ed è qui che Pechino mira a far confluire le rotte terrestri e marittime della Belt&Road Initiative (Bri), vettore della sua espansione politica, geoeconomica e tecnologica, sfida diretta alla Pax Americana. Gli Usa non possono abbandonare il Vecchio Continente, la cui importanza è piuttosto destinata a crescere. Hanno interesse ad un’Ue forte – che possa resistere alle sirene russe e cinesi – ma al tempo stesso divisa. Quindi utilizzeranno la “Nuova Europa” per stroncare le ambizioni franco-germaniche di “autonomia strategica” (da Washington).

La Russia rimane nelle considerazioni delle burocrazie strategiche d’oltreoceano la principale minaccia alla sicurezza militare, politica, energetica e cibernetica del continente. Accusata di revanscismo geopolitico, di minare la fiducia delle opinioni pubbliche occidentali verso la liberaldemocrazia conducendo campagne di disinformazione sui social media ed interferendo nelle elezioni a colpi di cyberattacks, di utilizzare la leva energetica come strumento coercitivo. Gli Usa continueranno a sanzionarne le incursioni ibride e i progetti energetici in Europa. Aumenteranno la loro presenza e deterrenza militare nei paesi di frontiera (Polonia, Paesi Baltici, Romania) con contingenti rotazionali, frapponendosi fra Berlino e Mosca. Nonostante il prossimo presidente proverà ad aprire il dialogo con Mosca, per giocarla contro Pechino. Tentativo destinato a fallire come i precedenti di Obama e dello stesso Trump. Per opposizione di Cia, Pentagono e diplomazia.

Gli Usa osserveranno attentamente le dinamiche che stanno interessando la Germania. Da anni sotto il mirino degli strateghi della superpotenza per i suoi privilegiati rapporti con i rivali russi, iraniani e cinesi. Accusata di raddoppiare la dipendenza energetica del continente europeo da Mosca attraverso il gasdotto Nord Stream 2. Di essere troppo accondiscendente e morbida verso Pechino e Teheran per non danneggiare i propri legami commerciali.

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Se la Bundesrepublik – in scia agli effetti collaterali dell’epidemia che l’hanno costretta a farsi garante del salvataggio dell’Europa Mediterranea (a partire dall’Italia) via Recovery Fund – proverà a trasformare in geopolitica la sua sfera d’influenza geoeconomica, perseguendo una politica di integrazione europea (Transferunion e difesa comune), che vada oltre la dimensione prettamente economico-commerciale ed impugnando lo strumento del soft power e dei diritti umani, per ergersi a paladina dell’ordine liberale fondato sulle regole, minacciato dai tentativi americani di parziale deglobalizzazione, allora Washington non esiterà a colpire il benessere di Berlino – suo principale collante sociale – applicando dazi punitivi, quindi minacciando di ritirare le proprie truppe per sottrarle sicurezze, per costringerla a drenare risorse dal welfare alla difesa.

Quanto all’Italia, nella fase post-Covid-19, la relazione transatlantica sarà ancora più determinante. Lo stato dei conti pubblici nazionali – con il rapporto debito/pil che supererà il 160% – renderà vitale il sostegno finanziario e la benevolenza dei fondi di investimento e delle agenzie di rating a stelle e strisce. In cambio, saremo costretti a indurire il nostro atteggiamento verso la Cina su 5G e investimenti in infrastrutture strategiche. Interessati a bilanciare la Germania, dopo la dipartita di Londra, gli Usa vedrebbero inoltre di buon occhio un rafforzamento dell’asse Parigi-Roma. La cui cooperazione sarebbe (teoricamente) utile anche tra Libia e Mediterraneo Orientale contro le ambizioni marittime di Ankara. Per trovare una soluzione politica ad uno scontro tutto interno alla Nato – quello Francia-Turchia – che avvantaggerebbe la Russia, destabilizzando vieppiù la sponda sud dell’Europa.

Medio Oriente

Pur essendo teatro secondario rispetto all’Asia-Pacifico e all’Europa, lo spazio compreso tra Levante e Hindu Kush resta un fondamentale crocevia tra Occidente ed Oriente. Verso il quale la superpotenza mostrerà un minor impegno, senza ritirarsi completamente dalla regione, muovendosi nell’ottica dell’equilibrio di potenza. Delegandone la gestione alle potenze autoctone, fornendo loro assistenza militare, presidiando gli strategici choke points di Hormuz, Bab el-Mandeb e Suez. Trattando con l’Iran, colpendolo con embarghi finanziari e petroliferi per costringerlo a negoziare in condizioni di debolezza il congelamento dello sviluppo missilistico e la rinuncia alla sua rete di delegati regionali, pilastri della sua strategia di difesa fondata sulla deterrenza asimmetrica. Ne conterranno l’espansione militare ampliando e rafforzando il fronte arabo-israeliano e strumentalizzando l’attivismo turco, anche in funzione anti-russa tra Libia, Siria e Caucaso. Prima di inserire Ankara nel mirino.

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Conclusioni

Chiunque uscirà vincitore il prossimo 3 novembre, la politica estera americana rimarrà all’insegna di una continuità strategica segnata dal conflitto tra il malessere coltivato dalla lower middle class desiderosa di porre parziale rimedio ai “mali interni” della nazione, intimamente connessi agli effetti psicologici ed economici dell’impero e l’opposta, irrinunciabile, necessità di mantenersi superpotenza egemone.

Perciò gli Usa continueranno a reagire più che ad agire. “Distratti” dall’esigenza di ricompattare il “fronte interno”, scosso da linee di faglia storiche, socioeconomiche, etniche, razziali, religiose e geografiche. Per prepararsi ad assimilare gli ispanici (soprattutto i messicani), in ascesa demografica, al canone identitario e culturale dominante, bianco, anglo-sassone e protestante. Per non arrivare disuniti ad una possibile guerra con il Dragone, per la quale il Pentagono sta già rivedendo la postura globale e regionale delle forze e modernizzando l’arsenale convenzionale e nucleare.

Il prossimo Presidente potrà agire soltanto sul piano tattico. In particolare, incidendo sulla modulazione della narrativa, principale causa di una generalizzata percezione di un declino, probabilmente tutt’altro che reale.

Con la conferma di Trump assisteremo ad un approfondimento dell’aggressiva azione unilateralista, retoricamente nazionalista e protezionista, verso rivali ed alleati che ha caratterizzato il suo primo mandato. Finalizzata ad obbligare gli antagonisti a cedere sui diversi tavoli negoziali alle condizioni del più forte. A costringere i clientes ad impegnarsi maggiormente sul piano economico, ed anche su quello militare, nella manutenzione della sfera d’influenza cui pertengono.

Anche un’Amministrazione Biden continuerebbe ad esigere un superiore contributo e protagonismo da parte di alleati e partner. Ma proverebbe a cooptarli. Ripristinando la loro fiducia nei confronti del potere americano. Ripulendo il volto di “egemone egoista” che ha caratterizzato la Casa Bianca guidata dal tycoon e che ha innegabilmente danneggiato il soft power dell’“Aquila calva”. Recuperando nel discorso pubblico la componente idealista (democrazia, diritti umani, sostenibilità ambientale, multilateralismo), con la quale provare a rilanciare l’immagine di leadership e bilanciare una condotta di politica estera che resterà comunque all’insegna di un necessario, anche se meno aggressivo, pragmatismo geopolitico.

 

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