LA PRESENZA CINESE IN CAMBOGIA

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La Cambogia è storicamente il Paese dell’Indocina più vicino alla Repubblica Popolare Cinese. In questa relazione bilaterale e asimmetrica per sua stessa natura, il governo di Pechino si assicura grandi vantaggi non solo economici, ma anche potenzialmente strategici.

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Lo stretto rapporto tra Cina e Cambogia ha le proprie radici storiche nella vicinanza ideologica e strategica degli anni Sessanta e Settanta. Gli eventi relativi al colpo di stato dei Khmer Rossi, fortemente supportati da Pechino, e al successivo conflitto con il Vietnam hanno rafforzato ancora di più il rapporto di dipendenza della Cambogia verso la Cina. Attualmente la Cambogia è tra i Paesi che sta beneficiando degli ingenti investimenti cinesi facenti parte del programma del “One Belt, One Road” (OBOR), l’ambizioso progetto infrastrutturale cinese volto a creare una maggiore interconnessione tra Asia, Europa e Africa. Tuttavia, insieme a strade, porti e ferrovie che possono aiutare lo sviluppo economico locale, arriva anche la pesante ingerenza politica di Pechino, che può fare leva sul proprio potere economico per perseguire i propri obiettivi politici.

Nel mese di ottobre 2020 sono stati scoperti via satellite lavori in corso nella base di Ream. Per quanto dichiarato dal governo cambogiano i lavori sono di semplice adeguamento e dragaggio, in modo da poter aumentare il tonnellaggio delle navi che vi possono ormeggiare. Questi lavori sono stati finanziati dalla Cina e, per quanto sia molto improbabile l’ufficializzazione di una base cinese nel territorio (basi di forze armate estere sul territorio nazionale sono espressamente vietate dalla costituzione locale), è invece verosimile un eventuale utilizzo come base logistica avanzata, che permetterebbe alla Marina cinese un netto miglioramento delle proprie capacità expeditionary al di là degli stretti di Malacca e Lombok. Inoltre, i lavori hanno previsto anche la demolizione di una struttura finanziata dagli Stati Uniti, notizia che ha ovviamente sollevato polemiche a Washington: gli Stati Uniti infatti hanno buoni rapporti nel settore difesa con la Cambogia e, tra le altre cose, sono attivi programmi di addestramento per truppe anfibie e esercitazioni congiunte.

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Ma le inquietudini di Washington non si fermano solo a Ream. Spostandosi a ovest lungo la costa del Paese si trova Dara Sakor, un resort di lusso costruito negli ultimi anni tra le spiagge e la giungla. Il progetto è stato annunciato nel 2008 (molto prima dell’esistenza della OBOR) dalla Tianjin Union Development Group e prevede, oltre al resort e alle relative strutture ricettive, un aeroporto dedicato da diecimila passeggeri all’anno (il doppio di quello della capitale), approdi per navi da crociera e ferrovie ad alta velocità per integrare la struttura nella rete di comunicazione della regione. Il progetto è stato incluso formalmente tra i progetti OBOR solo nel 2017 e la gestione dello stesso non è mai stata trasparente. Attualmente il resort è aperto, ma gran parte delle strutture devono ancora essere completate e appaiono in stato di abbandono. Inoltre, nel settembre 2020 il Dipartimento del Tesoro statunitense ha disposto delle sanzioni verso la Tianjin Union, colpevole di essersi falsamente registrata come azienda cambogiana per acquistare la terra, che sorge in un parco naturale nazionale. L’azienda sembra aver ottenuto i diritti di utilizzo tramite la corruzione di alti ufficiali cambogiani e ha in seguito forzato gli abitanti locali a spostarsi dall’area.

Questi aspetti, unitamente all’apparentemente immotivata capienza dell’aeroporto, fanno pensare a un probabile doppio uso della struttura, che può essere già stata concepita in partenza per essere successivamente riconvertita ad uso militare. Per quanto la dirigenza della struttura abbia negato l’ipotesi, i vantaggi strategici che avrebbe la Cina dall’utilizzo di una base aerea a Dara Sakor sono notevoli. Unitamente alla base di Ream, una presenza militare di questo genere potrebbe avere una grossa influenza sullo scenario strategico locale, garantendo alla Cina un livello nettamente superiore in termini di capacità di proiezione regionale. La logica sarebbe la stessa che ha portato alle basi nel Mar Cinese Meridionale: in assenza di una flotta oceanica, numerose piccole basi logistiche avanzate possono funzionare come moltiplicatori di forza e l’utilizzo dell’aeroporto di Dara Sakor come base aerea permette alla Marina cinese di poter utilizzare altrove le sue due portaerei.

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Il rapporto tra Cina e Cambogia appare essenzialmente asimmetrico, con il governo di Pechino in grado di influenzare pesantemente l’azione del governo cambogiano. Un buon esempio è rappresentato dalle scelte della Cambogia in seno all’ASEAN, che nel 2016 ha impedito una presa di posizione da parte dell’organizzazione sulle dispute territoriali del Mar Cinese Meridionale, tema ovviamente molto caro a Pechino. La Belt and Road initiative si conferma quindi come un grande vettore non solo di investimenti, ma anche di influenza politica cinese. In questo caso, gli effetti di questa influenza potrebbero essere dirompenti e, unitamente alle altre scelte strategiche cinesi nella regione, cambiare sostanzialmente gli equilibri strategici dell’Indo-Pacifico. Similarmente al porto di Gwadar in Pakistan, strutture di questo genere permetterebbero alla Cina di risolvere il proprio “dilemma di Malacca”, ovvero la necessità di provvedere al proprio approvvigionamento di materie prime (combustibili su tutto) dipendendo sempre meno dalle navi che transitano nel canale di Malacca, facilmente controllabile dagli Stati Uniti e i loro alleati in caso di spiralizzazione di un conflitto.

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