GREAT PACIFIC GARBAGE PATCH

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Il Great Pacific Garbage Patch (GPGP) è una raccolta di detriti marini, la più grande delle cinque zone di accumulo di plastica presenti in mare aperto, e si trova a metà strada tra le isole Hawaii e la California, coprendo una superficie approssimativa di 1,6 milioni di km2, un’area due volte la dimensione del Texas e tre volte quella della Francia.

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La plastica nell’ambiente marino

Una delle principali preoccupazioni a livello mondiale è la presenza crescente di platica all’interno dell’ambiente marino e le conseguenze negative per la vita marina e per la salute dell’uomo. Si stima che da 1,15 a 2,41 milioni di tonnellate di plastica entrino nell’oceano ogni anno trasportate dai fiumi. Più della metà di questa plastica è meno densa dell’acqua, il che significa che non affonderà una volta riversatasi in mare. Nell’Oceano Pacifico, tra la California e le Hawaii, bottiglie di plastica, giocattoli per bambini, scarti di oggetti di elettronica, reti da pesca abbandonate e milioni di detriti galleggiano nell’acqua. Sarà l’azione del sole, delle onde e della vita marina a mettere in moto il loro processo di degrado. Dal momento che sempre più materie plastiche vengono scartate nell’ambiente, la concentrazione di microplastiche nel Great Pacific Garbage Patch continuerà pericolosamente ad aumentare.

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Quali sono gli effetti sulla vita marina e sulla salute dell’uomo?

A causa delle sue dimensioni e del colore, gli animali confondono la plastica con il cibo, rischiando anche di restare intrappolati in reti e buste. Ciò minaccia fortemente la loro esistenza, la loro salute e il loro comportamento in generale. Diversi studi hanno dimostrato che circa 700 specie hanno incontrato detriti marini, interagendo nel 92% dei casi con la plastica. Il 17% delle specie colpite dalla plastica è nella Lista Rossa delle specie minacciate IUCN (International Union for Conservation of Nature). Le reti da pesca rappresentano il 46% della massa nel GPGP e possono essere pericolose per gli animali che nuotano o vi entrano in collisione e non possono estrarsi dalla rete. L’interazione con queste reti scartate, note anche come reti fantasma (ghost nets), spesso provoca la morte della vita marina coinvolta.

Tuttavia, una volta che la plastica entra nella rete alimentare marina, esiste la possibilità che contamini anche la catena alimentare umana. Gli scienziati non sono ancora del tutto sicuri della quantità di microplastiche, cioè qualsiasi pezzo di plastica più piccolo di cinque millimetri spesso visibile solo al microscopio, che un corpo umano può tollerare o di quanti danni esse siano responsabili. Nel 2017, uno studio del King’s College di Londra ha ipotizzato che, nel tempo, l’effetto cumulativo dell’ingestione di plastica potrebbe essere tossico. Diversi tipi di plastica hanno proprietà tossiche variabili. Alcuni sono realizzati con sostanze chimiche tossiche come il cloro, mentre altri raccolgono tracce di sostanze chimiche come il piombo. Un accumulo di queste tossine nel tempo potrebbe avere un impatto sul sistema immunitario. Quando i ricercatori della Johns Hopkins hanno esaminato l’impatto del consumo di frutti di mare contaminati da microplastiche, anche loro hanno scoperto che la plastica accumulata potrebbe danneggiare il sistema immunitario e sconvolgere l’equilibrio dell’intestino.

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L’intervento di The Ocean CleanUp

The Ocean CleanUp è un’organizzazione senza scopo di lucro che sviluppa tecnologie avanzate per liberare gli oceani dalla plastica. I ricercatori di The Ocean CleanUp hanno svolto diverse missioni di raccolta dati negli ultimi anni prendendo parte a diverse spedizioni, come la Multi-Level-Trawl Expedition e la Mega Expedition nel 2015. Oltre alle spedizione dedite allo studio del posizionamento e deterioramento della plastica presente negli oceani, The Ocean CleanUp sta sviluppando un metodo di pulizia passivo, il quale utilizza le forze oceaniche naturali per ripulire rapidamente ed economicamente la plastica già presente negli oceani. Gli sforzi per pulire ed eliminare la plastica dagli oceani non sono economici, ma anzi hanno causato notevoli oneri finanziari. Ripulire il Great Pacific Garbage Patch utilizzando metodi convenzionali – navi e reti – richiederebbe migliaia di anni e decine di miliardi di dollari per essere completato. Pertanto, con una flotta completa di sistemi di pulizia nel Great Pacific Garbage Patch, The Ocean CleanUp mira a ripulire il 50% della sua plastica ogni cinque anni e ad un costo assai contenuto. La vera sfida è rappresentata dai milioni di chilometri quadrati di detriti di plastica che si spostano in tutte le direzioni.

Per tale motivo, la tecnologia di pulizia è stata progettata per svolgere il duro lavoro di concentrare inizialmente la plastica, prima che possa essere rimossa efficacemente dall’oceano. Il sistema è costituito da un lungo galleggiante che si trova sulla superficie dell’acqua e da una sacca raccoglitrice posta al di sotto del galleggiante. La sacca impedisce ai detriti di fuoriuscire al di sotto conducendoli nel sistema di ritenzione. Sia la plastica che il sistema vengono trasportati dal vento, dalle onde e dalla corrente. Tuttavia, tali sistemi galleggianti sono progettati per catturare materie plastiche che vanno da piccoli pezzi di appena pochi millimetri, fino a detriti di grandi dimensioni, comprese enormi reti da pesca scartate, che possono essere larghe anche decine di metri. The Ocean CleanUp prevede di essere in grado di rimuovere il 90% della plastica oceanica entro il 2050. Ad oggi ogni pezzo di plastica recuperato è stato pulito, contato e classificato per dimensione e tipo. In totale, sono stati contati 1,2 milioni di campioni di plastica, e sono stati utilizzati per studiare ulteriormente le proprietà fisiche e la tossicità della plastica che galleggia nel GPGP.

 

Fonti:

Laurent C. M. Lebreton, et al., “River plastic emissions to the world’s oceans,” Nature Communications 8, no. 15611, June 2017.

https://www.forbes.com/sites/scottsnowden/2019/05/30/300-mile-swim-through-the-great-pacific-garbage-patch-will-collect-data-on-plastic-pollution/#20e3206f489f

Sarah Gall, Richard C. Thompson, “The impact of debris on marine life”, Marine Pollution Bulletin 6, no. 33882 (October 2016).

https://www.nationalgeographic.com/environment/2019/06/you-eat-thousands-of-bits-of-plastic-every-year/

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Chiara Ferro

Attualmente ricopro il ruolo di Junior Political Researcher presso la Parliamentary Assembly of the Mediterranean. Sono laureata in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario con menzione alla carriera presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, con una tesi in Politica ed Economia dell’Ambiente e correlazione in Geopolitica Economica sul futuro delle risorse idriche legate al caso studio della Grand Ethiopian Renaissance Dam. Con IARI, collaboro con l’associazione inglese “Cop26 and beyond” analizzando nelle mie analisi gli impatti del cambiamento climatico su ambiente e società. La curiosità e la ricerca scientifica sono state determinanti nello sviluppo del mio forte interesse per la geopolitica dell’ambiente e delle risorse energetiche. Tra le mie passioni rientrano la geografia, lo studio delle civiltà antiche, prime su tutte l’antico Egitto e l’antica Grecia, e la degustazione di birre artigianali in giro per il mondo.

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