BREXIT E COVID-19 ALLONTANANO EDIMBURGO DA LONDRA

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Le dinamiche relative sia al processo Brexit che alla pandemia di Covid-19 continuano a distanziare la Scozia dal resto del Regno Unito con possibili ripercussioni sulla futura tenuta dello stesso.

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La Scozia ha sempre mantenuto una certa distanza dal resto del Regno Unito fin dalla sua unione con l’Inghilterra nel 1707 ma mai si era creata una spaccatura con Londra visibile come quella odierna. Infatti, se il risultato del referendum sull’indipendenza scozzese del 2014 (55.3% dei voti contrari all’indipendenza, 44.7% favorevoli) sembrava aver accantonato la questione, adesso le cose sono decisamente cambiate in un contesto in cui le relazioni tra Edimburgo e Londra sono le più difficoltose della storia moderna. Il referendum sulla Brexit e i conseguenti negoziati, sempre più critici, hanno avuto chiaramente un ruolo primario nell’allontanare le due nazioni, ma è il Covid-19 ad essersi dimostrato come l’elemento cruciale per questa lontananza.

Si nota infatti una volontà, di giorno in giorno più forte, da parte del governo e del popolo scozzese di distaccarsi politicamente ma anche comunicativamente da Westminster e da Boris Johnson. Contemporaneamente, le trattative sulla Brexit si sono dimostrate molto delicate per tutte le parti coinvolte e ad oggi non è chiaro ancora come verrà strutturata l’ufficiale dipartita del Regno Unito dall’Unione Europea. Prendendo in considerazione prima la questione Brexit e poi la questione Covid-19, analizzeremo il loro impatto sulla Scozia e sul suo rapporto con il resto del Regno Unito, cercando di capire come la situazione potrebbe evolversi nel prossimo futuro.

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È necessario quindi partire analizzando cosa ha significato per la Scozia il referendum sulla Brexit del 2016. La Scozia votò per rimanere parte dell’Unione Europea con un’importante percentuale (62% remain, 38% leave).  Lo spirito europeista è sempre stato forte in Scozia e l’appartenenza all’Unione Europea fu anche un elemento significativo nel corso del referendum per l’indipendenza del 2014, quando rimanere all’interno del Regno Unito significava anche rimanere all’interno dell’Unione Europea. Questo di per sé è un elemento significativo: la maggioranza della popolazione scozzese pur avendo votato per mantenere il Regno Unito all’interno dell’UE ha dovuto accettare la possibilità concreta della Brexit contro la propria volontà. Se già nel 2016 gli animi scozzesi si erano dimostrati ben lontani da quelli inglesi, le cose non hanno fatto che peggiorare nel corso di questi difficili anni di trattative con Bruxelles e sia popolazione che il governo scozzese hanno perso ulteriore fiducia nei confronti del governo centrale, disapprovando la sua gestione della Brexit.

Si sono create forti spaccature tra i leader politici, con il primo ministro scozzese Nicola Sturgeon che ha criticato la poca considerazione riservata alle volontà scozzesi durante i negoziati sia da parte di Theresa May che di Boris Johnson. La possibilità di un’uscita senza accordo, un’opzione che la Scozia ha sempre cercato di evitare, e le recenti modifiche all’Internal Market Bill for Northern Ireland hanno aggiunto ulteriori criticità. Quest’ultimo documento è stato infatti duramente criticato dal governo scozzese, il quale lo ha interpretato come uno strumento per soverchiare i poteri delegati al parlamento scozzese, violando di fatto il principio di devoluzione del potere su cui si basa la legislazione dell’intero Regno Unito.

 

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In questa situazione già complessa si è aggiunta la pandemia del Covid-19 che ha allargato le tensioni ed evidenziato le differenze tra la Scozia e il resto del Regno Unito. Il governo scozzese si è dimostrato più attivo riguardo alle misure da mettere in atto e soprattutto ha utilizzato una comunicazione molto diversa da quella del n.10 di Downing Street, evidenziando ancora una volta la distanza tra le due Nazioni. Sturgeon è infatti apparsa in più di 150 conferenze stampada marzo a settembre, al contrario di Johnson che è apparso raramente e brevemente nel corso di questi mesi. Gli approcci sono stati percepiti diversamente, con quello scozzese che si è mostrato più cauto, più chiaro e più empatico (elemento fondamentale nella gestione di una crisi, in special modo sanitaria), creando così un’immagine, seppur non sempre veritiera nei fatti, di una Scozia più pronta ed efficiente nel combattere la pandemia.

Poiché nella politica attuale le percezioni e le immagini comunicative sono più che mai cruciali non sorprende che, secondo alcuni sondaggi sulla popolazione scozzese, a maggio 2020 l’82% degli intervistati riteneva Sturgeon capace di gestire la pandemia e solo il 30% credeva lo stesso di Johnson, similmente il tasso di approvazione di Sturgeon toccava picchi del 60% mentre Johnson arrivava solo al 39%. Con i nuovi casi segnalati in ottobre, Sturgeon ha poi apertamente accusato Johnson di non comunicare a sufficienza con le altre Nazioni del Regno Unito e di ignorare i pareri degli scienziati. Il primo ministro scozzese ha quindi deciso di introdurre in Scozia un piano di confinamento a 5 livelli – diversamente dai 3 di quello inglese – e nuove restrizioni. Il che ha

 

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Se la situazione della Scozia era già critica prima della pandemia, quest’ultima ha decisamente aggiunto un ulteriore elemento di allontanamento e i prossimi sviluppi saranno decisivi.  Non vi è ancora certezza su come sarà realizzata la Brexit ma, in ogni caso, il governo scozzese non mancherà di allontanarsi da Londra. Se Sturgeon sarà riconfermata assieme al suo partito (Scottish National Party, SNP) alle elezioni scozzesi di maggio, sarà difficile per Johnson non accettare la richiesta di un ulteriore referendum sull’indipendenza, che sembra ad oggi essere una possibilità più che concreta. Se prima della crisi provocata dal Covid-19 non vi era una maggioranza propensa per l’indipendenza scozzese adesso le cose, come suggeriscono i sondaggi, sono cambiate.  Tale referendum presenterebbe ora un risultato di circa il 55% dei voti favorevoli all’indipendenza, il che aprirebbe a scenari completamente nuovi per la Scozia.

L’avvicinamento alla fine del periodo di transizione, con tutta l’incertezza che ciò comporta, e ‘l’effetto Covid-19’ hanno infatti abbassato il supporto scozzese verso il Regno Unito ai suoi minimi storici: i desideri di indipendenza della popolazione scozzese non sono mai stati più forti e più persistenti di ora.  In particolare, il Covid-19 ha sottolineato le limitazioni politiche e decisionali scozzesi, creando così l’idea che una Scozia indipendente sarebbe stata più efficiente contro la pandemia. Ciononostante, assistiamo ad un momento politico e storico nel quale le preferenze cambiano velocemente e tutto è ancora da decidere. Non è da escludere un nuovo referendum ma non è ugualmente da escludere una nuova sconfitta per il fronte indipendentista nonostante gli incoraggianti sondaggi, poiché ‘l’effetto Covid-19’ potrebbe presto svanire e i dibattiti su economia – nodo cruciale tra Londra e Edimburgo – difesa e posizione internazionale della Scozia indipendente potrebbero convincere gli scozzesi a preferire la continuità rappresentata dal Regno Unito. Se invece l’indipendenza dovesse effettivamente vincere rimane incerto il ruolo della Scozia all’interno dell’UE o della NATO così come le sue possibili relazioni con il resto delle isole britanniche.

I prossimi passaggi del processo Brexit e le elezioni di maggio, nelle quali è ipotizzata una vittoria del SNP con il 57% dei voti, saranno fondamentali per comprendere almeno la direzione nella quale la Scozia si muoverà nel prossimo futuro. Tra molte incertezze l’unica cosa chiara è che la tenuta del Regno Unito è compromessa in un modo critico e senza precedenti e il confronto tra Londra e Edimburgo è ormai inevitabile. Johnson e l’intera classe politica inglese devono guardare alla situazione scozzese con attenzione poiché la potenziale dipartita della Scozia provocherebbe in ogni caso delle conseguenze. Il 2021 sarà un anno decisivo per le sorti del Regno Unito, della Scozia e del loro rapporto, di qualunque tipo di rapporto si tratterà.

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