MOLDOVA, TRA VECCHI DISSAPORI E NUOVE ELEZIONI

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Lo scorso marzo, con la scusa di un necessario incremento dei controlli sugli spostamenti di persone in forza delle misure anti-Covid, la regione autonoma della Transnistria ha creato trentasette nuovi posti di blocco nel distretto di Dubăsari; un’area che, seppur situata sulla sponda sinistra del fiume Nistru/Dnestr, è posta sotto la giurisdizione del governo moldavo centrale di Chișinău e che, per questo, rientra nella cosiddetta ‘security zone’. Nonostante ciò e nonostante Tiraspol abbia dichiarato la cessazione dello stato di emergenza già a metà giugno, alcuni posti di blocco risultano ancora in vigore. Una situazione – questa – che rischia di creare non pochi problemi: se nei mesi scorsi risultavano particolarmente allarmanti le continue denunce di violazioni dei diritti alla salute, al lavoro e alla libera circolazione degli abitanti della Zona di Sicurezza, oggi preoccupano gli effetti che questi blocchi potrebbero avere sulle imminenti elezioni presidenziali moldave.

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Le elezioni presidenziali del 1 novembre: la fine della politica del viţel deştept?

Il 1 novembre, infatti, in tutto il territorio della Repubblica Moldova – con la sola eccezione della regione autonoma della Transnistria – si terranno le votazioni per eleggere il nuovo presidente; una gara che si prefigge come un duello tra l’uscente presidente Igor Dodon e l’ex-primo ministro Maia Sandu. I due candidati favoriti presentano programmi opposti: infatti, se da un lato Dodon – in un manifesto dai toni marcatamente auto-celebrativi – propone di perseguire la storica politica socialista moldava fondata sui settori agricolo e industriale e sulla gestione statale di molte imprese, nonché di contrastare ogni influenza globalista che possa contrastare con i valori tradizionali della Moldova; dall’altro, Maia Sandu prospetta una riforma in campo sociale, economico e politico.

Dalla lotta alla corruzione della pubblica amministrazione al contrasto della povertà con la valorizzazione delle pensioni e la fissazione di una quota minima di 2000 lei, dalla proposta di nuovi finanziamenti e programmi di formazione per gli imprenditori per creare il maggior numero possibile di posti di lavoro ben retribuiti e contrastare la diaspora degli ultimi vent’anni, fino allo stanziamento di due miliardi di lei all’anno per ammodernare i villaggi e sviluppare le comunità locali, l’ex-primo ministro mira a mutare la situazione – ormai stagnante – della Moldova. La sostanziale differenza tra i due candidati, tuttavia, risiede nella loro visione della politica estera: l’attuale presidente è dichiaratamente filorusso e sostiene la necessità di mantenere buone relazioni – in primis – con la Russia e i Paesi del CSI; contrariamente, Maia Sandu ritiene vitale il sostegno internazionale, a partire dall’Unione Europea e dalla Romania.

Per questo, la scelta di uno o dell’altro candidato potrebbe porre fine alla tattica del viţel deştept che ha contraddistinto la politica moldava fino ad oggi: troppo debole per imporsi, Chișinău si è comportata negli anni come un ‘vitello intelligente’, allattandosi talvolta da Mosca, talvolta da Bucarest (e Bruxelles).

 

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Il rapporto con la Romania, tra sogni unionisti e politiche energetiche

La Romania considera la Moldova una propria appendice, separata da sé solo a causa di incidenti storici, a cui – però – si potrebbe porre rimedio. La soluzione sarebbe l’unificazione delle due nazioni in una grande Romania – la România Mare, appunto. Un progetto – l’Unirea – che sarebbe ben accolto anche dalla maggioranza della popolazione moldava: secondo gli studi condotti dall’agenzia IMAS, infatti, oggi il 37% dei moldavi si dichiara favorevole all’unione delle due nazioni; un +12% rispetto ai dati raccolti solo nel 2017, quando la quota si aggirava attorno al 25%.

In attesa che i tempi siano abbastanza maturi, la Romania sta implementando le proprie politiche energetiche, al fine di soddisfare il fabbisogno di Chișinău e liberarla così dal giogo dei ricatti di Mosca; tra queste, l’ormai completato gasdotto Ungheni- Chișinău, che riduce sensibilmente la dipendenza moldava dal gas russo, e il Memorandum sul finanziamento dei progetti nuclearifirmato a inizio ottobre con gli Stati Uniti, che dovrebbe assicurare a Bucarest un finanziamento di circa 8 miliardi di euro per costruire i reattori tre e quattro della centrale di Cernavodă.

Accanto a ciò, la Romania porta avanti – come membro dell’Unione Europea – tutta una serie di politiche volte a mantenere la piccola nazione sorella vicino a Bruxelles: dalla concessione della cittadinanza romena – e, quindi, europea – ai moldavi che abbiano almeno un nonno romeno fino all’Accordo di associazione tra l’Unione Europea e la Comunità Europea dell’Energia Atomica e la Repubblica di Moldova, passando per lo stanziamento di quasi 90 milioni di euro per far fronte alla pandemia da Covid-19, l’Unione Europea risulta di gran lunga preferita alla sua avversaria Unione economica eurasiatica, di cui la Russia è membro.

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La Russia, tra influenze antiche e interessi sempre vivi

Come la Romania, anche la Russia è ben intenzionata a mantenere il proprio controllo della Moldova; un controllo saldo fin dalla seconda guerra mondiale, quando la nazione fu sapientemente creata a tavolino proprio da Mosca, unendo la Bessarabia con la Transnistria (Pridnestrovie in russo), al fine di assicurarsi che la Repubblica Socialista Sovietica Moldova – come allora si chiamava – non potesse essere economicamente indipendente, ma dovesse sempre soggiacere alle concessioni energetiche della ‘madrepatria’ russa e che – inoltre – la minoranza russofona potesse dominare facilmente la popolazione rumenofona[1].

Negli anni, il rapporto tra Mosca e Chișinău è stato caratterizzato dallo stanziamento di finanziamenti russi, così come dalla chiusura dei gasdotti ogni qualvolta la Moldova abbia cercato di legarsi maggiormente alla sorella maggiore romena. Un gioco-forza che, tuttavia, Putin non può perdere, visto l’avanzare delle mire geopolitiche della Turchia di Erdogan nel Mar Nero e l’installazione di scudi-missilistici NATO nei Balcani. Proprio per questo, Chișinău appare sempre più una pedina essenziale per la Russia, soprattutto in relazione alla Transnistria. Tiraspol, infatti, offre a Mosca un ultimo avamposto da cui bloccare l’attivismo militare atlantico, grazie anche alla possibilità di installare sistemi balistici terra-aria e terra-terra in tempi ridotti e al gran numero di truppe russe di peacekeeping già stanziate nella zona.

 

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I rischi dietro alle elezioni: una miccia pronta a prendere fuoco

La Repubblica Moldova – e, in particolare, la Bessarabia, ovvero la regione tra i fiumi Prut e Nistru/Dnestr – è storicamente ritenuta un territorio strategico per la geopolitica eusina, dal momento che, pur non avendo alcuno sbocco sul mare, offre un ottimo avamposto da cui esercitare pressioni sia verso l’Europa Centrale sia verso i Balcani e la Turchia. Per tale ragione, né Mosca né Bucarest hanno intenzione di perdere la propria sfera di influenza sulla piccola nazione. Questo comporta notevoli dubbi in merito alle elezioni che si terranno il 1 novembre.

Il rischio di votazioni controllate e fraudolente è oggi estremamente alto: la possibilità di voto nella regione autonoma della Transnistria – che de facto è uno stato a sé ed è storicamente filorusso – e il controllo di alcuni villaggi della Zona di Sicurezza da parte di Tiraspol, rischiano di compromettere la trasparenza dei voti. Proprio per questo, numerosi sono le istituzioni internazionali e i Paesi che hanno chiesto alla Moldova di assicurare elezioni libere. Tuttavia, il presidente uscente Dodon ha già dichiarato che non accetterà alcun tipo di interferenza ed è pressoché certo che Mosca si schiererà dalla sua parte, qualora dovesse essere messa in dubbio una sua vittoria. Similmente, appare verosimile che, nell’evenienza, Maia Sandu e i suoi sostenitori scenderanno in piazza a protestare – riprendendo i moti che stanno animando la Bielorussia dall’elezione di Lukašėnka -, forti del sostegno della Romania e dell’Europa; una situazione che potrebbe portare la piccola Repubblica di Moldova a vivere una delle più grandi crisi degli ultimi trent’anni.

Note

[1] M. Mussetti, Àxeinos! Geopolitica del Mar Nero, ed. goWare, Firenze, 2018

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