L’INCUBO DEL PARTITO REPUBBLICANO

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Insieme al Presidente e alla totalità dei membri del Congresso, il 3 novembre verrà rinnovato parte del Senato: corsa determinante per i futuri equilibri sociali e di potere negli Stati Uniti.

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Quando più di 70 milioni di americani hanno già votato per corrispondenza, la data che secondo molti potrebbe segnare uno spartiacque nella vita politica statunitense si avvicina. Un’analisi più approfondita di tale appuntamento elettorale, tuttavia, deve essere condotta volgendo lo sguardo al futuro assetto del Senato. Tra i 100 senatori ne verranno rinnovati, ai sensi della Costituzione, 35. Al Campidoglio, il Partito Repubblicano teme di perdere la maggioranza dei seggi, che per ora ammonta a 53 contro i 47 Democratici. Lo scenario è concreto: una fragorosa sconfitta del Presidente Trump contro l’ex Vicepresidente Biden potrebbe condurre ad un’analoga sconfitta al Senato dei Repubblicani.

Un effetto traino che potrebbe rivelarsi esiziale per la futura influenza dei Repubblicani nella vita politica statunitense. A tal proposito, l’accelerazione delle procedure al Senato per la conferma della nuova giudice della Corte Suprema, Amy Conney Barrett, si può leggere come un tentativo dei Repubblicani per galvanizzare la propria base elettorale, come accadde in occasione delle elezioni di medio-termine del 2018 con la nomina alla Corte Suprema del giudice Kavanaugh. Ma tutto ciò potrebbe non bastare: per sovvertire gli equilibri al Senato, ai Democratici basterebbe conquistare 3 seggi in più, magari negli Stati del Maine, North Carolina e Iowa, dove i candidati Dem hanno reali possibilità di emergere.

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Alla luce di quest’ultimo scenario, la composizione del Senato sarebbe in perfetta parità (50-50). Ma, ricordiamo, che in caso di parità al Senato, il voto del Vicepresidente risulta decisivo. Dunque, un’eventuale elezione di Biden- pronosticata da tutti i sondaggi- e della sua Vicepresidente, Kamala Harris, sarebbe in grado di spostare gli equilibri politici del Paese, consegnando ai Democratici la maggioranza nell’unico organo contendibile, dato che al Congresso i Repubblicani hanno poche speranze di vincere.

Rischio impotenza politica? Pur mettendo in conto che gli esiti elettorali possano slittare in avanti, causa non riconoscimento del voto e conseguenti battaglie legali, il 2021 potrebbe consegnare una “America a senso unico Democratico”. In questo momento di estrema polarizzazione politica, una tale concentrazione di potere (presidenza e maggioranza nelle due Camere legislative) rischierebbe di far riversare nella piazza quella consistente minoranza non rappresentata, soprattutto le frange più estreme e violente della destra conservatrice. E gli scontri con il movimento dei Black Lives Matter, che presumibilmente abbasserà il tiro con un’eventuale presidenza Biden, potrebbero rappresentare la prima patata bollente del nuovo esecutivo. È questo l’incubo del Partito Repubblicano, totalmente schiacciato sulle posizioni del Presidente. Sembra che la pessima gestione della pandemia da parte di Trump abbia allontanato parte dell’elettorato moderato dalla base Repubblicana. “Vi sono segnali evidenti che non esiste un percorso da seguire”, ha dichiarato un esponente Repubblicano anonimo a Reuters. L’incrollabile fiducia che il Partito ha nutrito sul Presidente Trump per almeno tre anni inizia a vacillare: sarà il voto al Senato a smentire o confermare questa asserzione.

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Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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