LA FRAGILITA’ DELL’ACCORDO TRA ISRAELE E IL SUDAN

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Un frettoloso accordo che non prende debitamente in considerazione i punti critici del Paese potrà portare più danni che benefici al Sudan.

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La Casa Bianca ha annunciato l’avvio della normalizzazione delle relazioni tra Sudan e Israele, il terzo accordo di questo tipo tra Israele e il mondo arabo negoziato dagli Stati Uniti.  L’accordo, esaltato da Trump come accordo di pace, prevede l’inizio di negoziazioni per normalizzare i rapporti tra i due Paesi soprattutto per quanto concerne le questioni economiche, pertanto, non prevede l’avvio di piene relazioni diplomatiche e l’apertura delle ambasciate. È significativo sottolineare che Khartoum fu la sede dell’omonima dichiarazione, famosa per i tre ‘no’ ad Israele che ora, come ribadito dal premier israeliano Netanyahu, sono mutati in tre ‘sì’: sì alla pace con Israele, sì al riconoscimento di Israele, sì alla normalizzazione con Israele. È l’aspetto economico che sembra assumere particolare importanza dal momento che l’economia sudanese sta vivendo un momento di forte crisi, dato l’impatto delle sanzioni statunitensi, della guerra e la cattiva gestione del governo.

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Inoltre, e questo rappresenta un aspetto fondamentale, il Sudan sarà eliminato dalla lista nera dei Paesi che sponsorizzano il terrorismo, scelta che potrà contribuire a riabilitare il Paese dal suo isolamento internazionale e contribuire ad attrarre investimenti stranieri. Ma l’accordo solleva molteplici interrogativi e perplessità, in primo luogo perché il Sudan sta attraversando una delicata fase di transizione, dopo che il presidente Omar al-Bashir, al potere da trent’anni, è stato deposto lo scorso anno a seguito delle proteste popolari che hanno interessato il Paese. Il governo di transizione, scaturito da un accordo di condivisione del potere tra la parte militare e la parte civile, rischia di perdere il supporto di alcuni partiti parte della coalizione politica Forces of Freedom and Change (FCC),  perché fortemente critici nei confronti del nuovo accordo con Tel Aviv,  con la conseguenza che la storica decisione sarà priva di legittimità, ponendo in pericolo il già fragile processo democratico. Un frettoloso accordo, che non prende debitamente in considerazione i punti critici del Paese, potrà portare più danni che benefici al Sudan e sarà l’ennesimo tentativo della presidenza Trump di segnare una vittoria in politica estera, in vista delle sempre più vicine elezioni presidenziali.

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Noemi Verducci

Buon sabato a tutti, sono Noemi Verducci, analista IARI per la sezione Medio Oriente. Attualmente studentessa di Relazioni ed Istituzioni dell’Asia e dell’Africa all’Università “L’Orientale” di Napoli.
Ho conseguito la laurea triennale in Mediazione Linguistica presso l’Università del Salento, durante la quale ho svolto un anno di studio all’Università di Siviglia, nell’ambito del programma Erasmus.
Lo studio della lingua araba mi ha permesso di avvicinarmi al mondo mediorientale, dapprima dal punto di vista esclusivamente linguistico e culturale e, successivamente, anche dal punto di vista politico.
Il lavoro di tesi triennale, su Hezbollah e le sue strategie comunicative, mi ha fatto comprendere la necessità di studiare ed analizzare un’area geopolitica di cui si parla spesso in maniera impropria, attraverso una lente “orientalista” che impedisce di interpretare in maniera corretta eventi storici e politici.
Essere parte di IARI è un modo per mettermi in gioco ed approfondire dinamiche politiche che risultano centrali per comprendere ciò che accade nel mondo. IARI è uno spazio fertile in cui potersi confrontare ed arricchirsi, crescendo insieme.

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