ELEZIONI PRESIDENZIALI USA: DA CHE PARTE STA LA CINA?

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Il prossimo 3 novembre si terranno negli Stati Uniti le elezioni presidenziali. Nello scontro tra Trump e Biden sono molte le speculazioni su chi ne uscirà vincitore e su quali ripercussioni la vittoria avrà per il sistema internazionale. Alla luce di questo, per chi tifa la Cina?

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I riflettori della comunità internazionale sono puntati da ormai un mese sugli Stati Uniti nel tentativo di prevedere chi tra il candidato repubblicano Donald Trump e il candidato democratico Joe Biden avrà la meglio nelle elezioni presidenziali che avranno luogo martedì 3 novembre. Sembra difficile indovinare quale sarà il risultato di questo scontro e anche i media e gli osservatori sembrano non volersi sbilanciare troppo nel decretare un vincitore ante tempus, soprattutto alla luce del fallimento dei sondaggi nel prevedere la vittoria di Trump su Hillary Clinton 4 anni fa. Le principali testate giornalistiche, così come i maggiori centri di analisi politica e di opinione pubblica, hanno tutti fallito nel dare per scontata la vittoria della Clinton nel 2016. Perciò, alla luce dei sondaggi nazionali che vedono Biden nettamente in testa e Trump destinato alla sconfitta, sembra che le elezioni presidenziali statunitensi stiano vivendo una sorta di déjà vu.  

Se il risultato di queste elezioni è ancora incerto, quello che è certo è che l’esito avrà conseguenze importanti non solo per la vita economica, politica e sociale degli USA, ma per l’intero sistema internazionale. In particolare, alla luce delle travagliate relazioni tra Cina e Usa che hanno segnato il mandato presidenziale di Trump, in molti si chiedono come si evolveranno i rapporti tra i due Paesi nei prossimi quattro anni e quali sono le aspirazioni della Cina a questo proposito. Durante l’ultimo mandato, i rapporti tra Pechino e Washington si sono fortemente inaspriti a causa della guerra commerciale e tecnologica, delle numerose accuse di violazione dei diritti umani e per ultimo della gestione della pandemia di Covid-19 da parte della Cina, accusata di aver nascosto e ritardato gli interventi necessari per mantenerla sotto controllo. Alla luce di tutto ciò, sembrerebbe scontato che Pechino stia, non così segretamente, tifando per una vittoria di Biden su Trump. Ma è davvero così?

Nel 2016, parte della campagna elettorale di Trump è stata basata su un’idea di commercio e produzione fortemente protezionista, volta a salvaguardare gli interessi nazionali, minacciati dal comportamento aggressivo e non reciproco della Cina in materia di libero commercio. Già nel 2016, Pechino era il capro espiatorio di molti dei problemi economici statunitensi e della crescente disoccupazione tra gli operai, che hanno visto per anni il proprio lavoro esportato in terra cinese, dove costi di produzione e manodopera sono nettamente inferiori. La retorica anti-cinese di Trump ha avuto un forte appiglio sulla parte della popolazione USA più colpita dalla crisi economica, che è andata a costituire l’elettorato repubblicano più deciso e che vede in Pechino una grave minaccia per il mercato del lavoro statunitense.

 

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Viste le frizioni sempre maggiori che hanno caratterizzato i rapporti tra i due Paesi negli ultimi anni, viene spontaneo pensare che Pechino abbia dei forti interessi nel vedere una sconfitta di Trump alle prossime elezioni. Così sembra pensarla lo stesso Trump, che ha accusato la RPC di essere disposta a tutto pur di far sì che i repubblicani perdano le elezioni interferendo nel processo elettorale. Non è però così semplice: se la partita che Pechino sta giocando è a lungo termine, la vittoria di Trump significherebbe un ulteriore indebolimento della democrazia statunitense e un duro colpo alla legittimità del suo modello nel sistema internazionale, entrambi fatti che Pechino potrebbe utilizzare a proprio vantaggio per rafforzare la propria posizione internazionale e avanzare con maggior sicurezza un modello alternativo a quello USA. Sicuramente l’approccio di Biden nel gestire le relazioni sino-statunitensi sarebbe più costruttivo e volto a un’integrazione maggiore della Cina nelle organizzazioni internazionali con l’obiettivo ultimo di cooptarla nel sistema o in alternativa di isolarla completamente creando una coalizione con le altre democrazie. Si tratterebbe in questo caso di una possibilità poco gradita per il Partito Comunista Cinese, che trarrebbe poco vantaggio da un approccio alla diplomazia più convenzionale.

Sono ormai anni che Pechino prevede l’affermazione di un Nuovo Ordine Globale in cui gli Stati Uniti giocano un ruolo più marginale e la cui influenza, un tempo indiscussa, si sta ridimensionando a favore di nuovi attori. Un altro mandato di Trump, con le sue inclinazioni unilaterali, nazionaliste e isolazioniste, rappresenterebbe un modo per velocizzare ulteriormente questo passaggio, rendendo chiaro a tutto il sistema che i tempi in cui gli USA dominavano incontrastati l’ordine globale sono ormai superati. Oltre a questo, non è detto che una vittoria di Biden comporterà un’inversione di marcia da parte degli USA sulle tematiche più delicate in relazione alla Cina.

Le ricorrenti violazioni dei diritti umani così come le questioni di Hong Kong e Taiwan, che toccano la sovranità territoriale del Paese, rimarranno motivo di confronto e scontro, con l’unica differenza di uno stile meno aggressivo da parte dell’amministrazione Biden. Prospettandosi un esito molto simile in termini di interessi concreti per la Cina, che verranno toccati in caso di vittoria di una o dell’altra parte, quello che fa la differenza è la questione della percezione degli USA nella comunità internazionale. Con la vittoria di Trump, si prospetta un’erosione irreversibile della già labile egemonia internazionale degli Stati Uniti e da questo Pechino ha solo da guadagnare.

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