DIETRO LA MORTE DI SARAH HEGAZI C’È L’EREDITÀ COLONIALE

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L’identificazione dell’eterosessualità come un’autenticità culturale delle società arabo-islamiche è una distorsione della storia. Ciò che tutt’oggi viene considerato un conservatorismo «tipico» della società arabo-islamica ha origini perlopiù europee.

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Nell’attesa che in Italia venga approvata una legge contro l’omo-bi-transfobia e la misoginia, il ritmo con il quale il resto delle comunità LGBT+ vedano riconosciuti i propri diritti è sempre più lento. Secondo il più recente rapporto dell’ILGA (l’associazione per persone gay, lesbiche, bisessuali, intersessuali e transessuali in Europa ed Asia centrale) sono ancora 70 i paesi che criminalizzano gli atti sessuali consensuali tra adulti dello stesso sesso. In due di questi paesi, Egitto ed Iraq, l’omosessualità è criminalizzata de facto: pur non essendovi leggi che vietino esplicitamente le relazioni tra persone dello stesso sesso, gay, lesbiche, bisessuali e transessuali possono incorrere in denunce e arresti per aver tenuto «comportamenti immorali». Mediaticamente parlando, è l’Egitto il paese che attira una maggiore attenzione, a partire dal maxi-arresto del 2001, in cui 52 uomini a bordo del nightclub Queen boat, venivano arrestati con le accuse di «corruzione abituale» e «condotta oscena» in base all’articolo 9.c della legge 10/1961, una legge che non riguarda l’omosessualità, bensì la prostituzione.

Risale allo scorso giugno, invece, la scomparsa di Sarah Hegazi, l’attivista egiziana di 29 anni che, dopo anni di torture subite nelle carceri egiziane, si è tolta la vita in Canada, dove aveva chiesto l’asilo politico. Sarah era salita alla ribalta nel 2017, per avere issato durante il concerto di un noto gruppo musicale la bandiera arcobaleno. In seguito a quella vicenda, era stata arrestata insieme ad altre decine di persone con l’accusa, da parte della magistratura egiziana, di promuovere la devianza e la dissolutezza sessuale, sempre secondo la legge della prostituzione 10/1961. È lecito chiedersi, come sia possibile che in paesi in cui mancano delle norme che criminalizzano i rapporti omosessuali, le persone debbano correre il rischio di essere arrestati e torturati sulla base del proprio orientamento sessuale. Tuttavia, ciò che tutt’oggi viene considerato un conservatorismo «tipico» della società arabo-islamica ha origini perlopiù europee, o meglio, l’identificazione dell’eterosessualità come un’autenticità culturale delle società arabo-islamiche è una distorsione della storia.

 

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Atti o identità?

Anche se non apertamente discusse e riconosciute, le relazioni omosessuali e l’amore omoerotico, così come la pederastia, sono state ampiamente praticate in tutto il Medio Oriente per secoli, e la letteratura ne è testimone. Secondo Erodoto, i persiani avrebbero imparato l’omosessualità dai greci; secondo alcuni autori arabi, essa è la conseguenza della presenza eccessiva di concubine, al punto che gli uomini, annoiatisi, avrebbero dovuto cercare altri piaceri importando a questo scopo schiavi dalla Turchia, dalla Persia e da Bisanzio.

Tutto il mondo conosce, o avrà sentito parlare almeno una volta, di una delle opere più famose della novellistica araba, Le mille e una notte, ma in pochissimi sapranno che la raccolta ha subito, nel passaggio di traduzione alle lingue occidentali, una censura ai fini morali. Si tratta della storia del principe Qamar az-Zamān e sua moglie Budūr, ove quest’ultima, dopo una serie di peripezie, si traveste da uomo e ha rapporti sessuali con un’altra donna. Mentre la versione araba, senza troppi fronzoli, narra l’episodio, quella occidentale la occulta, rimarcando la superiorità – se non la unicità – del rapporto eterosessuale nella cultura di tipo patriarcale. Richard Burton, autore di un saggio dedicato all’edizione inglese dell’opera, afferma che «la sodomia è ampiamente praticata in tutti i paesi arabi e anche in quelli islamici»; ma ad un certo punto ribatte «il testo, tuttavia, è evidentemente il prodotto della sua epoca».

E veniamo alle teorie medievali: più che un’inclinazione naturale, il desiderio omosessuale all’interno di società patriarcali, come quelle arabo-islamiche, veniva considerato come conseguenza della segregazione dei sessi, insomma, un’attività omoerotica di ripiego, sia per le donne che per gli uomini. Anche qui, seppure ci sia il tentativo di giustificare l’atteggiamento omosessuale, per tutto il Medioevo non vi sono prove che i dettami culturali o religiosi proibissero tali atteggiamenti. Anche dopo il XIII secolo, quando ci si rivolgerà ad un Islam più puro, non c’è alcuna traccia di punibilità verso gli atti omosessuali, se non una maggiore discrezione verso il sesso in generale.

Michel Foucalt, ne La storia della sessualità, ha osservato che l’identità omosessuale è un fenomeno relativamente recente, poiché prima del XIX secolo – i concetti di homosexualität/heterosexualität sono stati introdotti per la prima volta in Europa nel 1869 – esistevano solo gli «atti» tra persone dello stesso sesso, tollerati in diverse società, ma non delle persone che si identificassero come omosessuali. Prima di allora l’esistenza di un’identità diversa da quella etero-normativa non era neppure concepibile.

È a partire dal XIX secolo, che l’omosessualità diventa man mano una categoria distinta dagli atti, e il mondo islamico ne ha preso le distanze, dando avvio ad un processo di discriminazione, per il momento, culturale. Nei suoi viaggi a Parigi tra il 1826 e il 1831, l’eminente studioso egiziano Rifa’ah Tahtawi nota che l’amore tra ragazzi in Europa è considerato moralmente riprovevole, e pensava che così dovesse essere.  Processi simili si stavano verificando in Iran: la bellezza maschile come oggetto del desiderio veniva rinnegata, la bellezza femminilizzata, e l’amore etero-sessualizzato. Il cambiamento di tendenza nei confronti delle relazioni omosessuali era associato alla modernizzazione, e le nuove élite, istruite e occidentalizzate, adottavano sempre più gli atteggiamenti dell’Europa vittoriana, meno lassista e più puritana.

 

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Egitto: un’omofobia d’importazione

I viaggi in Europa non rappresentano l’unica fonte a cui un’intera generazione di letterati arabi si ispirava; inoltre, la sola letteratura non può aver influito sulle leggi che, tutt’oggi, criminalizzano gli atti e/o le identità omosessuali nelle società arabo-islamiche. Ad averlo fatto sono stati gli europei in persona: secondo molti studiosi, infatti, esiste un forte legame tra la criminalizzazione dei rapporti sessuali e il colonialismo, soprattutto in quei paesi che hanno subito l’influenza britannica.

Nel Regno Unito, la criminalizzazione della sodomia ha una storia ben più datata e definita: risale al XVI secolo – durante il regno di Enrico VIII – mediante il Buggery Act, che sanciva la pena di morte per chiunque si macchiasse di buggery (rapporto anale). Tale norma rimase in vigore fino al 1861, quando venne abolita dall’Offences against the Person Act, che all’art. 61 condannava all’ergastolo, o al carcere per un periodo non inferiore a dieci anni, chiunque venisse trovato colpevole di tale reato. In epoca vittoriana, invece, nasceva il Labouchere Amendment, la sezione 11 del Criminal Law Amendment Act del 1885, che sanciva l’arresto per un periodo non superiore a due anni per un atto di gross indecency, termine con cui ci si riferiva a qualsiasi atto sessuale tra uomini.

Il 1882 è l’anno in cui inizia l’occupazione britannica in Egitto, e un anno più tardi quest’ultimo adottava dei nuovi codici. Secondo Human Rights Watch, inculcare le proprie leggi ai colonizzati era una strategia dei legislatori europei per infondere la propria morale alle masse e, nell’ambito delle leggi sulla sessualità, essi ritenevano che le culture locali non punissero «abbastanza» le perversioni sessuali. Nonostante il sistema penale egiziano deve, tutto o quasi, al diritto francese, in particolare al Codice penale del 1810, è bene sottolineare che questo non prevedeva delle norme contro la sodomia. Infatti, i rapporti sessuali tra uomini consenzienti vengono puniti in Egitto secondo il già citato articolo 9.c della legge 10/1961, una legge per la lotta alla prostituzione che si colloca in un contesto iniziato, non a caso, nel 1882, l’anno della guerra anglo-egiziana, e che porterà la Gran Bretagna a controllare l’Egitto. Il suddetto articolo condanna i rapporti sessuali dello stesso sesso perché «lesivi alla pubblica morale», e prevede l’arresto per un periodo compreso tra tre mesi e tre anni e al pagamento di un’ammenda per chiunque pratichi abitualmente la prostituzione.

L’impianto generale del Codice penale del 1883 è rimasto immutato anche in quello del 1937, e seppure sia stato emendato in numerose occasioni – l’ultima riforma risale al decreto 11/2011 nel post Mubarāk – rimane tuttora in vigore. È sulla base dello stesso codice che nel 2001 venivano arrestati 52 uomini dalla polizia del Cairo, ed è attraverso la stessa legge che Sarah Hegazi 16 anni più tardi veniva condannata e imprigionata, durante il governo di Abdel Fattah al-Sisi.Verrebbe da chiedersi perché in un paese in cui mancano le norme che criminalizzano l’omosessualità, vengano puniti gli atti omosessuali attraverso una legge che riguarda la prostituzione.

La risposta è che la criminalizzazione degli atti omosessuali in Egitto non è la conseguenza di una legge che è frutto della propria storia, ma è legata alla creazione di un discorso anti-promiscuità promosso dai colonizzatori. Sebbene il mondo industrializzato abbia avuto un’evoluzione in tal senso, la società egiziana resta ancorata ad un’ideologia che le è stata inculcata, servendosi di leggi che non corrispondono né alla sua storia né alla sua cultura, quella in cui una principessa travestita da uomo poteva amare un’altra donna, e tutti potevano raccontarselo.

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