ENI IN NIGERIA: CONCESSIONI PETROLIFERE E MAXI-TANGENTI

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Il gigante italiano dell’energia protagonista del più grande caso di corruzione internazionale mai avvenuto in seno all’industria petrolifera mondiale.

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Non sta facendo troppo clamore il processo riguardante quello che è il più grande caso di corruzione internazionale che sia mai avvenuto in seno all’industria petrolifera mondiale. La multinazionale petrolifera italiana Eni e il colosso anglo-olandese Shell sono infatti, attualmente, sotto processo dinanzi alla Procura di Milano per corruzione internazionale aggravata, a seguito della vicenda riguardante la loro acquisizione in Nigeria, nel 2011, del blocco OPL 245, conclusa a fronte del pagamento di una presunta maxi-tangente di 1, 3 miliardi di dollari.

 La concessione petrolifera nota come OPL 245, (Oil Prospecting Licence – Concessione esplorativa di idrocarburi) è una concessione esplorativa su un’area delimitata, situata in acque profonde, che si trova a circa 150 chilometri a largo del delta del fiume Niger. Il blocco è piuttosto lucroso, considerando che si tratta del più grande giacimento in Africa, le cuiriserve stimate ammontano intorno ai 9,23 miliardi di barili di greggio. L’opportunità esplorativa era imperdibile, secondo le dichiarazioni di Vincenzo Armanna, imputato e, contemporaneamente, teste chiave dell’accusa, il quale rappresentava il top manager in pianta stabile in Nigeria.Quest’ultimo sostiene, infatti, che a terra le pipeline dell’azienda erano costantemente vittime degli attacchi di guerriglieri, appartenenti, in particolare, al Movimento per l’Emancipazione del Delta del Niger (MEND), che contrabbandavano il petrolio per finanziarsi, causando all’azienda perdite sempre più ingenti.

La Nigeria, 182° Paese al mondo per aspettativa di vita secondo le stime delle Nazioni Unite, dove l’84% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorni e dove si registrano tassi altissimi di disoccupazione, è paradossalmente uno dei Paesi più ricchi dell’Africa, nonché, il primo esportatore di petrolio del continente. Il delta del Niger, dove negli anni ‘50 furono scoperti enormi giacimenti petroliferi, è una delle aree più esemplificative della dipendenza del Paese dal petrolio. Questa caratteristica è influenzata dalla debole se non inesistente diversificazione economica nigeriana, dalle contraddizioni interne e dal disastro ecologico e umano causato dall’estrazione petrolifera, i cui principali avventori sono le potenti multinazionali, tra cui: Shell, Total, Eni, Repsol, Bp, Chevron, ExxonMobil.

Enormi sono state le sofferenze patite dalla popolazione della regione a causa del deterioramento dell’ecosistema e della svendita delle risorse, avvenuta ad opera delle dittature militari, notoriamente corrotte, che si sono avvicendate nel Paese dall’indipendenza dal Regno Unito del 1960, con la connivenza delle multinazionali ivi operanti. Gli introiti derivanti dalla vendita del greggio hanno arricchito i pochi a scapito dei molti, senza essere assolutamente reinvestite; ne è una prova la mancanza cronica di infrastrutture di cui soffre il Paese. Sicuramente, povertà e inquinamento sono due delle principali cause strutturali dei notevoli flussi migratori di nigeriani che si dirigono verso i Paesi europei.

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È anche in questo che trova rilevanza il processo a Eni e Shell su OPL 245, che riguarda una delle presunte tangenti più grosse mai pagate al mondo. Il processo italiano è stato aperto nel marzo 2018, quando le ONG The Corner House, Global Witness e Re:Common presentarono un esposto presso la Procura di Milano, dando origine al procedimento giudiziario. Il procedimento, denominato sommariamente “Scaroni ed altri”, ha tredici imputati, tra cui l’attuale amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni,  il Chief Operations and Technology Officer di Eni Roberto Casula, il capo della divisione Esplorazione e produzione di Shell Malcolm Brinded e due ex agenti dell’MI6, impiegati dalla Shell.

Sono incriminati, inoltre, due intermediari coinvolti nell’operazione e l’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete, figura chiave dell’intera vicenda. Secondo l’accusa, gli imputati sono corresponsabili di aver sottratto oltre 1 miliardo di dollari alle casse del governo nigeriano, soldi che sarebbero invece stati dirottati verso alcuni politici e imprenditori nigeriani. Sin dal 1998 la licenza OPL 245 è stata coinvolta in accuse di corruzione, quando fu assegnata per la cifra irrisoria di 20 milioni di dollari, una frazione del suo valore attuale, alla Malabu Oil & Gas, società controllata dall’allora ministro nigeriano del petrolio Dan Etete insieme al figlio dell’allora dittatore, il generale Sani Abacha.

Nel 1999, il nuovo governo di Olusegun Obasanjo annullò la licenza per evidenti irregolarità ed Etete si rivolse alla magistratura, aprendo un lungo contenzioso. Nel 2010, salì al potere il Presidente Goodluck Jonathan, vicino all’ex ministro del petrolio Etete, con cui cercò una soluzione alla questione, aiutato da Mohammed Bello, Attorney General del governo (una sorta di ministro della giustizia e super-procuratore), e di alcuni mediatori chiave, tra cui Emeka Obi e Gianni di Nardo. Questi ultimi, in seguito, furono i primi ad essere condannati nel 2018, dal giudice per l’udienza preliminare, per corruzione internazionale, con una condanna di 4 anni e alla confisca di 140 milioni di euro. Quando nel 2011 il blocco venne ceduto a Eni e Shell per 1,3 miliardi di dollari, di questi solo 300 milioni furono destinati, effettivamente, alle casse del governo nigeriano, mentre 1 miliardo circa fu incassato come tangente.

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Le compagnie petrolifere negano di essere state a conoscenza, all’epoca dei fatti, della reale destinazione dei flussi di denaro. Eni sostiene, oggi, di aver avuto solo transazioni regolari con il governo nigeriano, sottolineando la correttezza della transazione “sia rispetto alle leggi vigenti, sia rispetto alle pratiche utilizzate dall’industria a livello globale”. Nonostante sia giusta una presunzione di innocenza sino alla sentenza definitiva, le prove emerse contro i vertici di Eni e Shell sono schiaccianti. I magistrati della Procura della Repubblica di Milano hanno ricostruito l’intricata rete di trasferimenti del denaro versato da Eni e Shell.

Questi trasferimenti, inizialmente erano transitati per un conto londinese riconducibile al governo di Abuja, ma poi subito furono diramati in molteplici direzioni, finendo nei conti correnti di politici nigeriani di alto livello, intermediari e manager della stessa Eni tra cui proprio Descalzi e Scaroni. Nel luglio 2020 la pubblica accusa ha chiesto 10 anni di carcere per Dan Etete e 8 per Descalzi e Scaroni. Diversi report condotti da ONG, nonché dall’accusa, calcolano che Eni e Shell, non rispettando le normali logiche contrattuali che regolano lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi, i cosiddetti contratti di produzione condivisa, abbiano tagliato la principale entrata per il governo nigeriano, l’accisa Profit Oil, causando un danno all’economia nigeriana di ben 800 milioni di dollari.

A settembre scorso, il legale che rappresenta il governo nigeriano, parte civile nel procedimento, ha chiesto a Eni e Shell un risarcimento danni da quantificare in sede civile e una provvisionale di 1,092 miliardi di dollari. Attualmente la parola è della difesa, che per Descalzi è l’ex ministro della giustizia, l’avvocato Paola Severino, la quale sostiene che i fatti non sussistono. La sentenza è prevista entro fine anno. Il Governo federale della Nigeria ha definito l’OPL 245 un accordo corrotto, nonché una cospirazione per ferire la Nigeria. Sicuramente, lo scandalo getta luce sulla centralità della corruzione nell’industria dello sfruttamento petrolifero, e il protagonismo del Cane a sei zampe nella vergognosa vicenda pone l’urgenza, in verità mai assopita, di un ruolo regolatore, per questioni non solo legali quanto anche puramente etiche, sull’attività delle multinazionali,anche e soprattutto di quelle in cui il controllo pubblico, diretto o indiretto, ha così tanta rilevanza come in Eni.

 

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Annachiara Cammarata

Annachiara Cammarata, analista per IARI di Diritto Internazionale e diritti umani. Laureata in Mediazione linguistica e culturale presso l’Università degli studi di Napoli l’Orientale, con una tesi sulla tutela dei diritti umani nel sistema giuridico islamico, sono attualmente laureanda magistrale in Relazioni Internazionali per l’area MENA nello stesso ateneo, redigendo la mia tesi sulla cooperazione strategica dell’Ue con i Paesi terzi per la gestione dei flussi migratori, e sto frequentando un Master di II livello in Politica e Relazioni Internazionali presso la LUMSA di Roma. Durante il mio percorso universitario ho avuto l’opportunità di studiare all’estero in Europa, America Latina e Nord Africa, esperienze preziose che mi hanno aiutata a dare forma ai miei progetti accademici e lavorativi.

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