L’INDO-PACIFICO E LE ELEZIONI AMERICANE: UNA PROSPETTIVA

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A una settimana dal voto, le prossime elezioni statunitensi sembrano essere tra le più decisive degli ultimi decenni. La pandemia globale causata dal nuovo coronavirus e le proteste per l’uguaglianza razziale sono tra i principali temi del dibattito elettorale, il cui risultato avrà sicuramente degli effetti sulla postura statunitense nell’Indo Pacifico.

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Il 2 novembre avranno luogo le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, che vedranno il presidente repubblicano Donald Trump cercare la riconferma contro il candidato democratico Joe Biden. A complicare notevolmente il quadro della situazione è la particolare congiuntura storica di fattori sia domestici che esterni, come le proteste del movimento Black lives matters e la pandemia di Covid-19. Questi fattori vanno a innestarsi su processi politico-strategici più ampi, come l’evoluzione della presenza statunitense nella regione dell’Indo-Pacifico.

Durante questa campagna elettorale, i temi della politica estera sono stati marginalizzati nel dibattito, che si è polarizzato sulle proteste, sull’economia del Paese e sulla pandemia. Pur non essendo mediaticamente in agenda, le scelte strategiche future degli Stati Uniti saranno cruciali per tutti gli attori dell’area, che hanno quindi un forte interesse a capire quali saranno le scelte del prossimo inquilino della Casa Bianca. L’area dell’Indo Pacifico è più che mai il punto caldo della politica mondiale, con al centro il contrasto tra lo status quo di Washington e l’ascesa di Pechino.

Pur essendo il Paese più interessato dalle scelte strategiche americane, la Cina ha mantenuto fino ad ora una posizione attendista, senza propendere per nessuno dei due candidati. Nonostante Trump abbia in molti casi assunto una postura molto muscolare verso la Cina, come nel caso della guerra commerciale e dei numerosi transiti di navi militari americane nel Mar Cinese Meridionale, il governo di Pechino è ben conscio del fatto che la diplomazia personalistica di Trump rappresenta un vantaggio anche per la Cina, che anch’essa predilige la diplomazia bilaterale a quella multilaterale e delle organizzazioni internazionali. La Cina inoltre dispone di numerose leve da utilizzare per comporre un’eventuale crisi ed evitarne una dannosa spiralizzazione. Pur essendo imprevedibile, Trump rappresenta allo stato attuale un’ipotesi ancora gestibile per gli interessi cinesi, considerando anche le tendenze parzialmente isolazionistiche della politica estera trumpiana. Inoltre, alcune mosse di Trump, proposte all’opinione pubblica come prodotto diretto dell’America first, vanno addirittura ad aprire nuovi margini di manovra per Pechino, come l’uscita americana dall’Organizzazione Mondale della Sanità: pur non essendo tra i suoi strumenti preferiti, questo permette alla Cina di espandere la sua influenza sull’organizzazione in una congiuntura storica in cui le preoccupazioni per la salute sono in cima all’agenda di tutti i governi. D’altro canto, un’eventuale elezione di Biden potrebbe riportare il dialogo politico tra i due Paesi all’interno delle istituzioni internazionali, accompagnato però da un maggiore attivismo americano su alcuni temi, come Hong Kong e la questione Xinjiang.

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Un’innovazione della presidenza Trump è stata invece il maggiore supporto mostrato a Taiwan, suggellato dal contratto di vendita di 66 F-16. Pur continuando a riconoscere formalmente il principio di “una sola Cina”, dogma diplomatico di Pechino, Trump si è spesso sbilanciato a favore di Taipei, prendendosi dei rischi che forse un’eventuale amministrazione Biden non prenderebbe.

I rapporti con la Corea del Nord sono invece stati il teatro di uno dei principali successi della presidenza Trump. L’approccio personalistico e più realpolitik di quest’ultimo sembra aver dato i suoi frutti, portando a incontri storici e canali di dialogo prima inesistenti. Resta da vedere come evolverà lo scenario, considerati i dubbi non solo sulla salute di Kim Jong-un, ma anche sulla sua imprevedibilità, ben maggiore di quella di Trump.

Due Paesi che invece sembrano subire relativamente meno l’influenza delle elezioni di novembre sono India e Giappone. Entrambi i Paesi hanno buone ragioni per credere che i rispettivi rapporti con Washington non cambieranno a prescindere da chi risulterà eletto. L’India è un partner importante per gli USA, specialmente in chiave anticinese. È stata instaurata da anni una partnership strategica, proficua per entrambi i Paesi: dal punto di vista statunitense, pur non essendo formalmente un alleato l’India è un Paese amico che provvede con i suoi stessi mezzi economici alla crescita e al mantenimento di un apparato militare potenzialmente utilizzabile per fini omogenei a quelli di Washington: non c’è ragione per cui Biden debba ridimensionare i rapporti con Nuova Delhi, e l’India è dello stesso parere. Il Giappone, dal canto proprio, è in una situazione simile, con l’aggiunta che il rapporto di alleanza è cementato da un trattato in piedi dal 1951. Pur dovendo affrontare in questi giorni il proprio cambio di leadership, è probabile che la politica estera giapponese prosegua lungo la direttrice della “normalizzazione” militare indicata da Abe. La stessa linea, oltre ad essere molto gradita a Trump in quanto meno onerosa per gli USA, potrebbe essere ovviamente un risparmio anche per l’amministrazione Biden.

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L’Australia, parte della Quad initiative insieme a USA, India e Giappone, è un altro Paese che ha beneficiato del nuovo para-isolazionismo statunitense. L’isola-continente è ormai diventata un security provider importante nel Pacifico meridionale grazie anche al minore impegno materiale americano nell’area. Nonostante ciò, l’opinione pubblica australiana non ha una buona opinione di Trump, che viene visto come una fonte di insicurezza per lo scenario internazionale.

L’ASEAN, in quanto foro multinazionale, è stato penalizzato dalla preferenza di Trump per il bilateralismo, con quest’ultimo che non ha mai partecipato di persona agli incontri dell’organizzazione. Pur avendo irrobustito le singole relazioni con i Paesi membri (Vietnam su tutti), l’ASEAN rappresenta un’opportunità maggiore per Biden che, qualora vincesse le elezioni, potrebbe sfruttare la piattaforma multilaterale per portare avanti l’agenda statunitense nell’Indo-Pacifico.

In ultima analisi, è possibile delineare alcuni aspetti fondamentali della presidenza Trump e confrontarli con un’ipotetica presidenza Biden. Da una parte imprevedibilità, preferenza per gli incontri di vertice e una maggiore percezione di instabilità generata, dall’altra un course of action maggiormente istituzionale, più “classico”, basato sul rule of law internazionale e sulle organizzazioni multilaterali. Nonostante queste differenze, la sensazione è quella di essere davanti a un processo storico molto più ampio, in cui le scelte operate da un’amministrazione o un’altra non possono deviare eccessivamente da una considerazione principale: per motivazioni economiche e politiche, gli Stati Uniti devono necessariamente fare maggior affidamento sugli alleati, rimodulando la propria presenza diretta nella regione senza aprire spazi di manovra che Pechino possa sfruttare a suo favore. Questa attualmente sembra l’unica strada percorribile per il futuro della presenza statunitense nell’Indo-Pacifico, in attesa di una vera strategia che non sia una semplice reiterazione di scelte e pattern comportamentali tradizionali.

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