REGIONALISMO DIFFERENZIATO: FALLIMENTO?

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.24.1″ custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat” custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

I mesi della pandemia hanno messo a nudo i limiti strutturali di un Paese che sta attraversando il momento più critico della storia repubblicana. Si è parlato molto negli ultimi anni della valorizzazione delle autonomie locali, di un maggior potere per le Regioni, riconoscimento di potestà legislativa e regolamentaria in svariate materie con tanto di riconoscimento del Presidente della Regione quale massima autorità sanitaria. Questo processo di regionalismo differenziato ha iniziato a prender forma concreta a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione avvenuto agli inizi del nuovo millennio, a distanza di 20 anni e a fronte della crisi attuale, a che risultati ha portato?  

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Raccontare tutta la storia delle Regioni, partendo dal loro riconoscimento fino a oggi, sarebbe un discorso molto lungo e complesso. Per farla breve, il momento più significativo che ha gettato le basi al regionalismo differenziato e a un allargamento del raggio d’azione per i poteri locali risale all’inizio del nuovo millennio, con la riforma del Titolo V. A cosa ha portato?

Nel 2001 il criterio di riparto delle competenze legislative ha ribadito l’esistenza di competenze esclusive dello Stato (rapporti internazionali, politica economica e monetaria, giustizia, organizzazione dello Stato ecc.), di competenze concorrenti ripartite tra Stato e Regioni (commercio con l’estero, istruzione, ricerca, tutela e sicurezza del lavoro ecc.), competenze di potestà residuale di esclusiva gestione regionale. Le Regioni, oggi, hanno una vera e propria forma di governo propria rappresentata dai tre organi principali: Consiglio Regionale, Giunta Regionale e Presidente della Regione.

Il Presidente della Regione, o Presidente della Giunta regionale, dirige la giunta e ne è responsabile, promulga le leggi ed emana i regolamenti, dirige le funzioni amministrative delegate dallo Stato alla Regione e si conforma alle istruzioni del governo. È, in sostanza, il capo di governo della regione. Tra le sue numerose funzioni riconosciamo anche quella (come stiamo osservando soprattutto in questo periodo) di massima autorità sanitaria regionale, egli può emanare ordinanze contingibili e urgenti con efficacia su tutto il territorio regionale in caso di emergenze sanitarie e di igiene pubblica.

Sono ormai passati 20 anni a seguito della famosa riforma del Titolo V che ha dato il via al regionalismo differenziato, più volte si è dibattuto sulla bontà o meno dell’affibbiare maggior competenza e autonomia agli enti locali, da un lato i sostenitori hanno sempre messo in evidenza come la maggior autonomia regionale rappresenti una marcia in più per quelle regioni che sono in grado di sfruttare al meglio le proprio autonomie, dall’altro però vi sono anche gli scettici che hanno più volte ricordato come l’eccessiva autonomia possa portare a differenze troppo nette e discriminatorie tra Regioni con capacità differenti. Chi ha ragione? Sarebbe troppo riduttivo dire che qualcuno “ha torto”, visto che le obiezioni portate in merito sono entrambe degne di considerazioni e rappresentano due facce della stessa medaglia, eppure non possiamo non dare una valutazione all’evoluzione delle autonomie regionali in quello che è, a tutti gli effetti, il “grande esame” rappresentato da questa pandemia.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Il principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni è sempre stato fondamentale e tutt’oggi notiamo come il dialogo tra i due sia stato forte e costante durante i mesi della pandemia, ma la differenza sulla gestione e sulle risorse messe a disposizione per fronteggiare questa crisi è stata troppo profonda tra una Regione e l’altra, se da un lato abbiamo visto come la Lombardia (per quanto massacrata dall’ondata primaverile) sia comunque riuscita a salvarsi in qualche modo dall’emergenza sanitaria, cosa sarebbe successo se la Sicilia, la Calabria, la Campania e altre regioni del Sud si fossero imbattute nello stesso dramma (considerando la differenza abissale di risorse sanitarie)? Abbiamo esaltato il Veneto di Zaia per essere stata la Regione più virtuosa durante la prima ondata, lo stesso non può dirsi di altre che invece hanno attraversato situazioni ben più drammatiche anche e soprattutto a causa di una politica differente (vedi il disastro delle RSA successo in Lombardia). Le linee guida assegnate dallo Stato per fronteggiare l’emergenza sono state messe nelle mani delle Regioni che avevano il compito di implementarle nella maniera più idonea ma i risultati sono stati molto altalenanti di Regione in Regione. Perché? Capacità gestionali differenti, politica e gestione dei protocolli non uniforme in tutto il Paese,  il “protagonismo” sempre più elevato delle Regioni e dei suoi governatori hanno portato a una retorica malsana sulla questione Covid al punto che si fa fatica a capire di chi siano le vere responsabilità sulla gravissima crisi che si prospetta in questo autunno: è colpa delle Regioni o dello Stato? Entrambi stanno giocando allo scaricabarile sull’altro.

Alla luce di ciò, sarebbe stato più auspicabile un maggior controllo nelle mani dello Stato piuttosto che permettere alle Regioni di agire in maniera autonoma e differente? Abbiamo avuto esempi virtuosi è vero (come accennato prima riguardo al Veneto di Zaia,) ma anche esempi ahimè meno virtuosi, vedasi la Lombardia in primavera (in ritardo nell’istituzione delle prime zone rosse) e la Campania adesso (terapie intensive e ospedali non ancora messi a norma). Ci ritroviamo adesso in un Paese nel quale alcune Regioni hanno già istituito il coprifuoco e altre no, Regioni che auspicano un lockdown e altre di cui non ne vogliono sapere, Regioni che hanno ancora a disposizione un discreto numero di terapie intensive e altre che invece sono in condizioni drammatiche (ma questo è un problema che risale a ben prima del Covid, va detto). Di qui la domanda: siamo di fronte a un fallimento del regionalismo differenziato? Il caos che sta scatenando questo virus, anche a livello istituzionale, sia da monito per il futuro e si ragioni sull’effettivo valore dell’autonomia regionale visto che il primo grande esame pare sia stato un fallimento colossale. Va bene valorizzare le autonomie locali, ma se il tutto deve portare a una gestione schizofrenica che crea disagi non solo ai cittadini ma anche alle stesse istituzioni, forse è tempo che ci si ragioni su e si faccia un passo indietro.

 

 

 

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block” data-ad-format=”autorelaxed” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”3043690149″>[/et_pb_code][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

Latest from DAILY