IL NUOVO SUDAN, DALL’ISOLAZIONISMO AL MULTILATERALISMO

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Il Sudan ha accetto venerdì scorso di normalizzare i rapporti con Israele ed è stato rimosso da Washington dalla lista nera del terrorismo. Quali ripercussioni al livello statale e regionale?

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Il Sudan è prossimo a normalizzare i rapporti con Israele, diventando il quinto paese arabo ad avere relazioni con quest’ultimo, sulla scia di quanto fatto di recente da Emirati Arabi Uniti e Bahrein. Anche questa volta gli Stati Uniti hanno mediato l’accordo tra le due parti, decidendo tra l’altro la rimozione del Sudan dalla lista nera del terrorismo. L’accordo Israele-Sudan sarà firmato nelle prossime settimane alla Casa Bianca e prevede l’avvio di relazioni economiche in diversi ambiti, in particolare nel settore agricolo e dello sviluppo tecnologico, nonché la cooperazione nella lotta al terrorismo. D’altra parte, gli Stati Uniti, si impegneranno a adottare misure finalizzate alla rintegrazione del Sudan nei mercati internazionali, spingendo i paesi occidentali a ridurre l’ammontare del debito contratto dal paese arabo in questi anni.

Le dichiarazioni congiunte Washington-Khartoum parlano di grande successo diplomatico: l’accordo in questione garantirà una maggiore stabilizzazione della regione medio-orientale, inaugurando un nuovo corso politico per lo stato sudanese a un anno dalle proteste che hanno portato all’estromissione di Omar Al-Bashir, accusato nel 1993 da Washington di aver offerto supporto a gruppi terroristici legati ad Al-Qaida. Il presidente Donald Trump ha inoltre affermato che altri cinque paesi arabi sono prossimi a normalizzare i loro rapporti con Israele. “Ci aspettiamo che l’Arabia Saudita sia uno di quei paesi”, ha dichiarato.

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La popolazione sudanese ha subito espresso il proprio dissenso nei confronti dell’accordo con Israele, radunandosi venerdì scorso nella capitale Khartoum. Non è mancato il sostegno da parte di diversi partiti politici , tra cui il Partito del Congresso Popolare, la seconda componente più importante della coalizione Forces of Freedom and Change, nata asseguito delle proteste popolari anti-Bashir, e l’ex primo ministro Sadiq Al-Mahdi, membro del National Umma Party. Il quale ha dichiarato “Questo accordo contraddice la legge nazionale sudanese e prepara allo scoppio di una nuova guerra in Medio Oriente”.

Sul fronte regionale, se da una parte il presidente egiziano Al-Sisi ha accolto con molto entusiasmo questa nuova normalizzazione, similmente a quanto fatto a seguito dell’annuncio degli Accordi di Abramo, di parere contrario sono l’Autorità Nazionale Palestinese e Teheran, che considerano l’accordo in questione un ulteriore tradimento nei confronti della causa palestinese da parte del mondo arabo e islamico. Il ministro degli esteri iraniano si è espresso in questi termini: ”Il Sudan ha pagato un prezzo vergognoso per essere rimosso dalla falsa lista nera. Ovviamente la lista è fasulla come la lotta degli Stati Uniti contro il terrorismo”.

All’indomani del secondo dopoguerra, la lotta per la causa palestinese aveva mosso i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa a fare fronte comune istituendo la Lega Araba, mentre oggi mette in luce le loro differenti vedute in politica estera e costituisce un nuovo fattore di instabilità al livello statale e regionale.  Lo testimoniano le proteste scoppiate in Bahreinall’indomani della normalizzazione con Israele, prontamente represse, e il dissenso espresso da alcune forze politiche sudanesi, il che potrebbe ostacolare la transizione pacifica verso un nuovo governo.

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Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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