HAREDIM RIBELLI: IN ISRAELE RIAPRONO LE SCUOLE ULTRAORTODOSSE

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In Israele, le proteste nei quartieri ultraortodossi e la riapertura di centinaia di scuole religiose violano le restrizioni del confinamento e assestano un colpo alla legittimità del governo di Bibi. Si riapre la questione dell’integrazione degli haredim nella società israeliana.

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In obbedienza all’ordine del noto rabbino ultraortodosso lituano Chaim Kanievsky, la scorsa domenica migliaia di studenti haredi sono tornati a scuola. Ciò è avvenuto in prevalenza in quelle città d’Israele ad alta concentrazione di ebrei ultraortodossi individuate dal governo come “zona rossa” a causa dell’elevato tasso di contagi. Secondo le autorità, infatti, nel mese di ottobre il 40% dei nuovi casi di coronavirus si sarebbe registrato proprio tra la popolazione ultraortodossa, che nel complesso costituisce circa il 12% degli abitanti del paese. Un numero di contagi sproporzionato, dunque, per una comunità relativamente piccola, eppure sempre più politicamente influente.

Incuranti delle restrizioni imposte dal Ministero della Salute, all’inizio della scorsa settimana le scuole religiose di Bnei Brak, Elad, di alcuni quartieri di Gerusalemme e degli insediamenti di Modi’in Illit e di Beitar Illit hanno ripreso le proprie attività in presenza per gli alunni dai 5 ai 13 anni. Tali scuole rientrano nelle cosiddette istituzioni “esenti”, ossia quegli istituti ultraortodossi in buona parte esonerati dal controllo del Ministero dell’Educazione. E se, a seguito della diminuzione del numero di contagi, il 18 ottobre scorso le autorità avevano decretato una parziale attenuazione delle misure di lockdown, è altresì vero che tale cauta riapertura avrebbe dovuto riguardare solo gli asili nido e le scuole per l’infanzia. Tuttavia, trascurare lo studio della Torah è più pericoloso del virus – aveva ammonito il rabbino lituano già durante la prima ondata di contagi in primavera.

L’invito da parte del premier Netanyahu a riconsiderare la decisione di riaprire gli istituti ultraortodossi è caduto nel vuoto. “La Torah santifica la vita, mentre questo la mette in pericolo”, ha tuonato il premier Bibi. E nemmeno la minaccia di una multa da cinquemila shekel (poco più di 1200 euro) da applicare ai dirigenti delle scuole “riottose” o il ritiro dei finanziamenti ha fatto desistere la tenace comunità ultraortodossa dal desiderio di tornare alla normalità. Del resto, il leader novantaduenne Kanievsky, contagiato di recente dal coronavirus, ha annunciato che le scuole avrebbero dovuto riaprire già la settimana precedente, ma che la decisione era stata rinviata nella speranza di raggiungere un accordo con il Ministero della Salute. In ogni caso, lo stesso leader religioso ha assicurato che la ripresa delle attività scolastiche è da subordinare al rispetto delle norme igieniche e del distanziamento sociale, incluso lo smembramento delle classi in gruppi più piccoli e, se necessario, la frequenza a giorni alterni.

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“Non possono esistere due nazioni all’interno di Israele” – ha affermato il Ministro della Difesa Benny Gantz, reduce da un incontro con i sindaci di alcune città a prevalenza ultraortodossa: “È pericoloso da un punto di vista medico e sociale”. Eppure, la ripetuta violazione delle misure di confinamento da parte di alcuni haredim nei mesi scorsi aveva già fatto vacillare l’unità del paese nella lotta al coronavirus, e turbato parte della sua opinione pubblica. In un Israele già infiammato da proteste contro la cattiva gestione dell’emergenza da parte del governo Netanyahu, le forze dell’ordine sono state messe alla prova anche da raduni illeciti di ultraortodossi insofferenti. A Mea Shearim, il più famoso quartiere ultraortodosso di Gerusalemme, centinaia di credenti si sono radunati durante il secondo lockdown per celebrare la festa di Sukkot, violando le restrizioni vigenti sugli assembramenti. L’intervento della polizia in occasione di questo e di altri raduni illeciti (tra cui funerali e ritrovi per la preghiera, in casa o in sinagoga) ha provocato aspri scontri e l’arresto di alcuni membri di questa comunità.

La scelta di riaprire le scuole religiose – apparsa ad alcuni critici come un “atto di belligeranza” – è tecnicamente resa possibile dal particolare accordo che esiste tra lo Stato d’Israele e la sua comunità (ultra)ortodossa fin dal 1947, noto come “status quo”. Per non perdere l’appoggio degli haredim nei negoziati con le Nazioni Unite sul futuro Stato ebraico, infatti, il padre fondatore Ben Gurion accordò alla comunità religiosa una serie di prerogative e autonomie, tra cui un sistema educativo indipendente da quello statale – in cui fossero comunque garantiti l’insegnamento della lingua e della storia ebraica, oltre che della scienza. È precisamente per via di questa intesa che in Israele il giorno festivo è lo shabbat, le cucine delle istituzioni pubbliche servono esclusivamente cibo kasher e i matrimoni possono essere contratti solo presso le rispettive corti religiose, e non con rito civile.

Nel pieno di un’emergenza sanitaria di tale portata, la decisione di riaprire le scuole religiose appare motivata da ragioni ideologiche. L’insegnamento della Torah, dunque, è percepito come prioritario da buona parte della comunità ultraortodossa. Non tutta, per l’appunto, poiché alcuni leader religiosi, tra cui il rabbino Gershon Edelstein, si erano espressi a favore di una riapertura di concerto con il governo. Tuttavia, la quasi totale impunità nel riaprire gli istituti ultraortodossi è stata resa possibile anche dalle precarie condizioni in cui versa la politica israeliana. La vulnerabile coalizione di governo di Netanyahu, infatti, è sorretta dall’appoggio di alcuni partiti religiosi haredi di piccola entità, come “Giudaismo Unito nella Torah” e “Shas”. Note nella politica israeliana come “partiti-veto”, tali aggregazioni si rivelano spesso indispensabili nel sostenere governi di destra alla Knesset. Senza il loro appoggio, dunque, la base di potere su cui si regge il governo di Netanyahu potrebbe crollare da un momento all’altro.

Non da ultimo, la riapertura delle scuole religiose ha riattivato una delle spaccature più profonde della società israeliana. La sussistenza della comunità haredi è strettamente dipendente dagli aiuti dello Stato. È grazie ai sussidi, infatti, che gli ultraortodossi possono dedicarsi allo studio della Torah e dei testi religiosi – in quanto esonerati dal lavoro, dai contributi e, in buona parte, dal prestare il servizio militare. La violazione del lockdown e la riapertura delle scuole haredi hanno rappresentato un serio rischio per la salute pubblica, mal sopportato da chi contribuisce al loro sostentamento. Inoltre, una percentuale significativa della popolazione ultraortodossa vive in condizioni di povertà, di sovraffollamento e di marginalità sociale, e il loro tasso di partecipazione alla forza lavoro nazionale è assai modesto. Del resto, sembra che l’economia israeliana possa permettersi a fatica di sovvenzionare una society of learners in costante crescita demografica, la cui istruzione religiosa parallela non risponde alle esigenze del mercato del lavoro. La recente violazione delle misure sanitarie da parte degli haredim, dunque, ha riaperto vecchie fratture interne (e mai ricomposte) alla società israeliana, rendendo sempre più necessaria la piena integrazione della comunità ultraortodossa nella compagine dello Stato.

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