CITIZENSHIP “FOR SALE”: LE (NON) REGOLE DEI PASSAPORTI D’ORO

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La Commissione Europea, nonostante la competenza interna degli Stati Membri in tema di concessione di cittadinanza e/o di visa, ha mostrato, sin dal 2019, una seria preoccupazione per i regimi di concessione di cittadinanza e residenza per gli investitori stranieri di paesi terzi all’UE e, quindi, per i rischi ad essi connessi.

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In un report del 23 gennaio 2019, infatti, la Commissione elencava quali erano i rischi più ampi e potenzialmente lesivi del diritto dell’Unione Europea che da tali regimi avrebbero potuto derivare se non fossero stati adeguatamente monitorati: attentato alla sicurezza dei bordi e confini della Comunità, riciclo di denaro, evasione fiscale , corruzione e mancanza del “ genuine link” tra cittadino e Paese interessato tra i più evidenti. Dopo diverse indagini e richieste di maggiori dettagli effettuate tra gli Stati Membri da Bruxelles sul tema, solo lo scorso 20 ottobre 2020 si apre il primo sipario nei teatri della “vendita dei golden passports” di due Paesi Membri: Cipro e Malta. La Bulgaria potrebbe essere il terzo.

È con la costituzione in mora dei due Paesi Membri, Cipro e Malta, inviata dalla Commissione Europea il 20 ottobre scorso, che si apre ufficialmente la procedura di infrazione a loro carico a causa del regime di concessione di passaporti dietro lauti investimenti da parte di investitori stranieri. Come già detto, nel 2019, le preoccupazioni della Commissione Europea avevano condotto la stessa a presentare un report completo sulla “citizenship by investment” (CBI, ovvero cittadinanza da investimento) e sulla “residence by investment” (RBI, ovvero residenza da investimento). Si tratta di due diversi regimi: il primo fa da cornice ai cd. “golden passports”, il secondo ai “golden visas”. Infatti, è nel comune interesse dell’Unione Europea tutta monitorare l’acquisto o la perdita della nazionalità di uno Stato Membro che, a sua volta e simultaneamente, acquisisce anche quella dell’Unione.

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Il report, relativamente ai “golden passports”, spiega che nel momento in cui uno Stato membro garantisce la nazionalità dietro un investimento, automaticamente garantisce anche il libero movimento e accesso al mercato interno dell’UE nel quale può liberamente esercitare diversi diritti, quali ad esempio, oltre a quello economico, anche il diritto di voto o quello di essere eletto alle consultazioni Europee  o locali:  in sostanza, sembrerebbe, quindi, che tali regimi potrebbero essere espedienti- per nulla trasparenti- di far acquisire ai beneficiari sia i diritti che i privilegi annessi alla stessa.

Secondo la Commissione, vi sarebbero , quindi, delle aree di collisione ed incompatibilità con il diritto comunitario ben più ampie e complesse di quelle del più semplice rilascio della cittadinanza  quali sicurezza, riciclaggio di denaro, corruzione, evasione fiscale, trasparenza e informazioni, da cui la stessa vorrebbe che tutti gli Stati prendessero le dovute distanze e i dovuti provvedimenti per due ordini di motivi: il primo, perchè si tratta ovviamente di azioni in contrasto con le leggi dell’ordinamento giuridico vigente in ogni singolo Stato Membro e, quindi, dell’UE; il secondo, perché, in contrasto con i valori fondanti la Comunità tutta ai sensi dell’art. 4(3) del TUE secondo cui “In virtù del principio di leale cooperazione, l’Unione e gli Stati membri si rispettano e si assistono reciprocamente nell’adempimento dei compiti derivanti dai trattati”.

 

In particolare, la questione della sicurezza richiederebbe un maggiore controllo sui richiedenti, nonché sul sistema centralizzato di informazione dell’Unione Europea, quale ad esempio il sistema di informazione di Schengen (SIS) dato che, al momento, non vengono utilizzati adeguatamente e sistematicamente; per quanto riguarda il riciclo di denaro bisognerebbe, invece, rafforzare i controlli relativi alla “due diligence” necessaria, al fine di garantire che le regole e le norme sul tema non vengano aggirate;  sull’evasione fiscale è importante, invece, che gli individui non si avvantaggino di tali regimi e beneficino, dunque, di regimi fiscali agevolati; sulla trasparenza, il report ha evidenziato la mancanza di informazioni chiare di come questi regimi vengano adottati, su quanti richiedenti ne abbiano beneficiato, acquisito o rigettato le domande o persino la provenienza di tali soggetti. Inoltre, non secondario è il fatto che gli Stati Membri non cooperino e non scambino informazioni relative  ai richiedenti su tali regimi, né si informino a vicenda sulle richieste rigettate. 

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Per quanto riguarda il regime dei “golden visas”, invece, la concessione di un permesso di residenza per gli investitori non trova al momento alcuna regolamentazione a livello europeo dato che è di competenza dei singoli Stati.  In questo contesto, ciò che la Commissione ha identificato come aree di particolare “concern” sono, in primis, i controlli di sicurezza che per la mancanza di informazioni disponibili su come –praticamente- gli Stati Membri si approccino a tali problematiche sulla sicurezza, rendono la questione troppo discrezionale (interna degli Stati appunto). Inoltre, un altro nodo particolamente dibattuto è quello relativo ai limitati o addirittura inesistenti obblighi per l’ investitore di risiedere effettivamente e fisicamente sul territorio dello Stato in questione, potendo rappresentare, quindi, la “fast- track”, ovvero la scorciatoia, per la cittadinanza del Paese Membro e, quindi, di quella europea.

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Ma perché adesso Cipro è nel mirino?

A seguito di un esclusivo documentario con Al- Jazeera che tende a fare luce sulle questione connesse alla vendita di passaporti Ciprioti, la Commissione di Giustizia Europea aveva detto – a fine agosto- che “the time had come for legal action”. Il tempo era, dunque, arrivato per un’azione legale di infrazione o eventualmete di una proposta di legge a causa dei numerosi passaporti venduti ai cd. “wealthy foreigner” tra cui anche criminali, ufficiali ad alto rischio di corruzione, che rappresentano un serio rischio per la sicurezza europea.

Pertanto, con la procedura di infrazione nei confronti di Cipro e Malta, la Commissione considera sia l’acquisto della cittadinanza del Paese e, quindi del’UE, in cambio di pagamenti predeterminati o di investimenti, sia l’assenza di un “ genuine link” , ossia un collegamento genuino ed effettivo, tra il soggetto e il Paese, non compatibile con i valori europei di leale collaborazione. Esso, inoltre, mina l’integrità dello status di cittadino Europeo fornito dall’articolo 20 del TFUE.

Pertanto, l’aquisto della cittadinanza solo perchè si hanno molti soldi e non per “reale vicinanza” al Paese in questione, degrada l’essenza stessa e i valori fondanti l’UE.

I governi Cipriota e Maltese adesso, nonostante il primo si sia difeso sostenendo che l’applicazione di tali regimi verrà sospesa dal primo di novembre, avranno due mesi di tempo per rispondere in maniera soddisfacente alla lettera di costituzione in mora pervenutagli. In caso contrario, seguirà un parere motivato da parte della Commissione. Inoltre, per via delle acque torbide in cui naviga anche il governo Bulgaro, la stessa Commissione ha inviato richiesta di più dettagliate informazioni, sulle quali, però, avrà solo un mese di tempo per farvi luce.

 

 

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Il contesto generale.

In realtà non è solo Cipro che, al momento, adotta regimi particolari per l’acquisto della cittadinanza agli investitori, particolari nel senso che risultano essere meno rigide degli ordinari procedimenti di naturalizzazione vigenti. Di fatti, non solo a livello Europeo come in Austria, Malta, Bulgaria, Cipro (fino alla fine di ottobre), per non parlare dei Paesi Baltici, Portogallo, Italia e altri,  ma anche in ben oltre 100 Paesi del mondo- come riportato nel The Economist– vi sono programmi simili in cambio di residenza, tra cui anche tra Paesi più ricchi quali America, Nuova Zelanda, Inghilterra.

Insomma, si nota che il business della residenza/cittadinanza da investimento è largamente utilizzato nel mondo, dato che esso, spesso “sostanziale” a seconda del Paese che si prende in esempio, potrebbe essere d’aiuto per molteplici aspetti. Si pensi, ad esempio, al sostegno economico per la ripresa dopo una crisi finanziaria (Cipro), oppure dopo la distruzione di territori a causa di calamità naturali come fu per la Repubblica Dominicana che venne parzialmente ricostruita dopo l’Hurricane Maria nel 2017, oppure ancora la voglia di rifugiarsi nella “second potential home” quando le condizioni politiche interne dei propri Paesi non siano più così favorevoli o destino serie preoccupazioni di quieto viver (si pensi agli Inglesi a seguito della Brexit, oppure degli Americani le cui richieste di cittadinanza all’estero impennaro a seguito delle elezioni di Trump, per non tralasciare la situazione dei cittadini di Hong Kong a seguito di una nuova stringente legge di sicurezza nazionale). E ancora, quello che il The Economist denuncia è che, probabilmente, anche la crisi pandemica internazionale da covid- 19 abbia addirittura accelerato l’uso indiscriminato di questi regimi e delle metodologie annesse.

Ad ogni modo, in tempo di crisi, tali investimenti la cui portata varia da nazione a nazione (ad esempio a Cipro sono necessari 2 milioni di euro, a Malta circa 800 mila euro) divengono alquanto appetibili agli occhi di quei Paesi che per potrebbero beneficiarne, sebbene , poi, vi siano studi ufficiali sull’impatto che in realtà tali manovre abbiano dal punto di vista macro- economico: infatti, è positivo nel breve termine, ma sugli “spill over effects” derivanti dalle entrate delle tasse e dalla creazione di posti di lavoro, rimane ancora incerto.   Dall’altro lato, comunque, vi sono gli investitori che, come sciacalli, non si lasciano sfuggire occasioni di investimento (per lo più legato alle “big industries”) i cui vantaggi sono superiori agli svantaggi, derivanti dalle escamotage fiscali garantite dei regimi di citizenship and residence by investment (CRBI), e spesso pubblicizzate con vere e proprie campagne di marketing pubblicitario da “sell for sale” (per i Caraibi, vedi qui) da parte dei politici stessi dei Paesi per attirare laute ricompense monetarie.

In conclusione, alla luce di tali considerazioni, nonostante gli sforzi investigativi sulle pratiche poco trasparenti e nonostante a livello europeo si sia intrapreso un serio percorso legale al fine di colmare anche il gap legislativo sul tema (i cui esiti sono ancora tutti in divenire) e, ancora, nonostante lo sforzo degli Stati Membri di cooperare vicendevolmente al fine di rendere tali meccanismi più trasparenti e meno propensi a crimini più complessi, non si può tralasciare un aspetto fondamentale: il modello cipriota è largamente diffuso in un numero considerevole di Paesi del resto del mondo. Nonostante si cerchi disperatamente di correggerlo o seppellirlo, vi sono comunque molti, troppi interessi sia per le economie interne dei Paesi che per gli investitori esteri attratti dalla “migrazione da investimento” dal fascino così irresistibile. Pertanto, siamo proprio sicuri che il modello cipriota non ritorni di nuovo in auge, più forte di prima, soprattuto dopo le serie difficoltà post pandemiche?

 

 

 

 

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