TRUMP VS BIDEN SHOWDOWN: IL RIFLESSO DELLA POLITICA OCCIDENTALE

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Trump vs Biden

Essendo alle porte delle elezioni presidenziali di novembre è necessario tirare le somme di quelli che son stati i provvedimenti che hanno caratterizzato l’uscente amministrazione Trump in politica estera e come questi potrebbero essere confermati da una sua rielezione o totalmente ribaltati da un eventuale approdo alla Casa Bianca del democratico Joe Biden. L’amministrazione repubblicana degli ultimi anni ha segnato un cambio di rotta radicale rispetto a quelle che erano state le scelte del precedente governo Obama. Trump ha, di fatto, sconvolto gli equilibri internazionali stringendo rapporti amichevoli con la Russia, andando ad identificare nella Cina il principale rivale politico e competitor economico e trascurando a fasi alterne il Medioriente e l’Europa. Di conseguenza una sua rielezione comporterebbe un prosieguo coerente con gli avvenimenti di politica estera degli ultimi quattro anni, a differenza di un’eventuale elezione dai toni cerulei, la quale comporterebbe un ritorno agli standard esteri obamiani.

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Quale posizione sul Nord Corea

Lo slogan “Make America Great Again” è stato portato avanti dall’amministrazione Trump dal primo momento di insediamento alla Casa Bianca. È stata un’infausta previsione di come le scelte di politica estera si sarebbero sviluppate da quel momento fino all’imminente fine del mandato presidenziale. All’interno dell’immaginario politico statunitense degli ultimi quattro anni, gli Stati Uniti sono diventati, di fatto, il centro dello scenario internazionale e ciò li ha portati a concentrare tutti i loro sforzi nell’osteggiare i tentativi delle potenze orientali di accrescere la propria influenza, a partire dal Nord Corea. La posizione di Trump all’inizio del suo mandato è stata apertamente contro questo paese e il suo leader Kim Jong-un a causa della corsa al nucleare senza ritegno che quest’ultimo stava conducendo. Corsa che era stata, per altro, condannata anche dall’ONU e che aveva portato il presidente statunitense ad adottare toni piuttosto accesi e minacce molto poco velate contro il dittatore nordcoreano. Il tutto si è concluso nei successivi anni con un susseguirsi di visite del presidente in Nord Corea e con dialoghi più distesi che non hanno evitato le critiche da parte del concorrente democratico, Joe Biden. Quest’ultimo ha sostenuto che non approva e non proseguirebbe le politiche accomodanti adottate dal presidente uscente. Queste non farebbero altro che legittimare il regime dittatoriale di Kim Jong-un e il suo rafforzamento militare.

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Il Medioriente secondo i candidati

Il Medioriente è da sempre un argomento spinoso quando si parla di politica estera statunitense. Per Trump questo fronte ha rappresentato molte scelte che negli ultimi anni hanno portato alla preminenza di alcuni paesi dell’area mediorientale su altri. In Israele, ad esempio, Trump ha trovato un forte alleato. Ciò lo ha portato ad allontanarsi dalle precedenti visioni dicotomiche dell’area, molto vicine all’ideologia di cui Biden si fa portatore e che vedrebbero una coesistenza di israeliani e palestinesi. Di fatto l’amministrazione Trump ha ampiamente prediletto una visione unitaria della zona israelo-palestinese sotto l’egida di Israele. Infatti quasi all’inizio del mandato, il presidente uscente ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, trasferendo l’ambasciata statunitense. Il 2020 non è stato meno ricco di avvenimenti da questo punto di vista, essendo l’anno in cui Trump ha deciso di siglare un nuovo piano di pace con il Medioriente. Questo è stato, infatti, redatto in collaborazione con i rappresentanti israeliani ed escludendo nettamente esponenti palestinesi. L’Iran è, invece, divenuto il nuovo principale nemico dell’amministrazione repubblicana. Da ultimo è da ricordare il caso dell’uccisione del generale delle forze armate iraniane ad opera di un raid aereo statunitense avvenuto proprio ad inizio 2020 e fortemente criticato dai democratici. L’Iran, secondo Biden, è una nazione che deve sicuramente essere tenuta alla larga dalla corsa al nucleare, ma per farlo bisogna rientrare a far parte degli accordi sul nucleare dai quali Trump ha deciso di uscire nel 2018. Tuttavia, altri paesi del Medioriente sono stati deliberatamente ignorati dall’amministrazione Trump. Primo fra questi la Siria che ha visto il ritiro delle truppe statunitensi e l’avvento delle forze turche che, subentrando, hanno avuto la possibilità di avventarsi violentemente sul territorio curdo. Atto dichiarato da Biden come un “tradimento”.

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Repubblicani e Democratici sulla Cina

La Cina di Xi Jinping ha da subito rappresentato per Trump il più grande nemico, soprattutto dal punto di vista economico. Un punto condiviso anche dal principale oppositore nella corsa alla Casa Bianca, Joe Biden, è proprio quello della condanna dei comportamenti nel campo del commercio internazionale. Sono state forti le accuse avanzate dal presidente uscente: spionaggio industriale, furto di proprietà intellettuale e manipolazione valutaria sono tre tra le maggiori imputazioni che hanno poi portato Trump a prendere provvedimenti economici, dando il via ad una vera e propria guerra commerciale che ha lentamente incluso tutto il mondo. Il modo di agire di Trump è stato giudicato da Biden quasi disordinato. Quest’ultimo ha suggerito, infatti, che sarebbe più opportuno e meno rischioso prendere delle posizioni dure, ma pur sempre servendosi delle leggi economiche internazionali già esistenti. I candidati non hanno mancato di incolparsi a vicenda per non aver agito più duramente contro il colosso orientale in passato o negli ultimi anni. Alternativamente Trump ha accusato Obama e il suo allora vicepresidente Biden di essere stati fin troppo accomodanti e quest’ultimo ha invece accusato il presidente uscente di non aver preso posizioni soprattutto sulla situazione di Hong Kong. La crisi del coronavirus non ha fatto altro che dare il colpo di grazia alle relazioni Usa-Cina. Il repubblicano Trump dopo avere inizialmente decantato le lodi di Xi Jinping e dei provvedimenti da lui adottati, ha successivamente ritrattato, accusando la Cina di non aver deliberatamente fermato prima la pandemia. Questa stessa critica gli si è ritorta contro quando il democratico Biden ha deciso di adoperarla contro di lui nel contesto della gestione della stessa crisi in territorio statunitense.

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Un cambio di rotta sulla Russia?

Sin dal principio del suo mandato, Trump ha avuto un rapporto piuttosto controverso con la Russia ed il suo presidente, Vladimir Putin. Le elezioni presidenziali del 2016 che lo hanno visto vincitore sono state messe in discussione a più riprese durante gli ultimi quattro anni. Le accuse mosse alla campagna del 2016 ruotavano attorno la forte ingerenza che i servizi segreti russi avevano avuto nella campagna stessa e nella vittoria del presidente Trump. L’atteggiamento di quest’ultimo nei confronti della Russia è stato, negli anni, piuttosto bipolare: egli ha sempre dichiarato di voler mantenere un rapporto cordiale ed ha sempre espresso simpatia per il presidente Putin. Ciononostante ha deciso di mantenere le sanzioni a danno della Russia create dal suo predecessore Barack H. Obama, andando, inoltre, ad aggravarle. Biden, d’altra parte, ha espresso una volontà di netto cambiamento nelle relazioni con la Russia nel caso fosse eletto: egli ha infatti sottolineato che la sua scelta sarebbe di invertire la rotta rispetto alle posizioni dai toni più amichevoli di Trump. È probabile che siano state proprio queste opinioni del candidato democratico a scatenare gli attacchi hacker russi alla sua campagna presidenziale individuati da Microsoft.

 

 

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