UN RITORNO ALLA POLITICA ESTERA OTTOMANA PER LA TURCHIA?

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Negli ultimi anni si è visto come la Turchia abbia cercato di aumentare le sue sfere di influenza, agendo in Libia, in Siria, e anche in Nagorno-Karabakh. Dopo la caduta dell’Impero Ottomano, la Turchia si è ritrovata isolata dalle politiche mediorientali, ma ultimamente ha ripreso l’utilizzo di determinate policy passate: l’impiego di milizie, o foreign fighters, per portare avanti le proprie strategie geopolitiche. Come ha recentemente fatto presente l’Istituto Curdo di Washington, già l’Impero Romano aveva reclutato dei non-romani come mercenari per combattere le proprie guerre, e anche gli Spagnoli e gli Inglesi, ad esempio in Nepal, durante il colonialismo. L’Impero Ottomano aveva infatti impiegato delle strategie simili in passato, reclutando anch’esso soldati esterni sotto contratto, e oggi si evince come questa strategia di realpolitik sia di nuovo in atto. Negli ultimi tempi, a destare particolare scalpore, è il reclutamento di foreign fighters da parte della Turchia per combattere le guerre in Siria, ma anche in Libia e recentemente in Nagorno-Karabakh. Questa analisi vuole infatti mettere luce sull’utilizzo di mercenari da parte del governo turco e sottolineare le somiglianze con le politiche passate attuate dall’Impero Ottomano.

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Il reclutamento turco

Nel 2016, il governo turco ha reclutato centinaia di ribelli siriani per combattere contro l’alleanza curda del Syrian Democratic Forces, e lo Stato Islamico, in Siria, che ha conseguentemente favorito l’invasione turca nella zona al confine e il consolidamento della safe-zone. Questa scelta ha favorito non solo il sistema difensivo turco, ma anche la propria strategia di realpolitik. L’impiego di mercenari locali ha permesso alla Turchia di svolgere le missioni in Siria senza l’interferenza internazionale, dato che le campagne sono state considerate guerre civili tra i ribelli e le forze siriane. Anche in Iraq, dal 2017, la Turchia utilizza mercenari per portare avanti le proprie policy, reclutando e rafforzando questo gruppo di ribelli a cui si sono recentemente uniti ex-combattenti dello Stato Islamico. Infatti, questi mercenari hanno oggi un nome: la Syrian National Army (SNA) e godono del pieno appoggio militare ed economico di Ankara.

Dall’ufficializzazione del gruppo, il primo utilizzo di questi da parte della Turchia è stato in Libia, una zona su cui da molti anni Ankara cerca di guadagnare influenza. Infatti, nel gennaio 2020, la Turchia ha mandato oltre 2.000 SNA in aiuto alla coalizione alle prese contro il Generale Khalifa Haftar – appoggiato dalla Russia. Oggi sono invece circa 10.000 i mercenari siriani presenti in territorio libico sotto contratto turco. Questi contraenti, come riporta il The New York Review, sono molto spesso soldati in pensione, combattenti dello Stato Islamico che hanno abbandonato la causa, o semplicemente uomini che data la situazione economicamente precaria in Siria cercano uno stipendio. In Siria, un combattente della SNA guadagna in media 500 lire turche ogni due mesi, che equivalgono ad 1 lira al giorno. In Libia la paga è invece molto più alta, ammonta a circa 2.000 lire al mese, anche se metà di questo compenso viene spesso trattenuto dai comandanti. Questo aumento di retribuzione per la SNA attiva in Libia ha favorito la Turchia nel reclutamento di mercenari siriani, inizialmente titubanti nel combattere una guerra così lontana.

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L’ultima avanzata

Importanti fonti, come Reuters, Foreign Policy, e Politico, riportano che la Turchia abbia recentemente messo in campo i mercenari SNA a favore dell’Azerbaijan nel recente conflitto con l’Armenia per il Nagorno-Karabakh. Questa scelta risulta essere l’ennesimo atto di aggressione turca con l’utilizzo di mercenari siriani e foreign fighters in una guerra che non gli appartiene. Infatti, nonostante le richieste internazionali da parte dell’Armenia per far luce su questi eventi, le Nazioni Unite, la NATO, l’Unione Europea e gli alleati armeni, non sono riusciti a dimostrare l’utilizzo improprio di militari, ma anche armi, da parte della Turchia. Vi sono però immagini satellitari che provano il dislocamento di F-16 turchi all’aeroporto di Ganja, in Azerbaijan, e molte prove raccolte dal The Guardian e The Wall Street Journal che confermano la presenza della SNA nel conflitto. Nonostante le diverse prove raccolte, l’Azerbaijan continua a negare la possibile alleanza militare con la Turchia, anche se il rapporto tra i due paesi è sempre stato solido, sia per la nutrita ostilità in comune contro l’Armenia sia per l’esigenza turca di guadagnare influenza nel Caucaso. Come in Siria e Libia, ora anche in Nagorno-Karabakh, la Turchia ha messo in moto la sua macchina strategica a livello geopolitico, a meno che, con le prove portate ai media, la comunità internazionale riesca a fermare questa avanzata dovuta unicamente un rapporto tra forza e potere.

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E la somiglianza con l’Impero Ottomano?

L’attuale partito di Erdoğan, il Justice and Development Party (AKP), risulta avere vari tratti simili alle idee ottomane, e per questo motivo non appare una novità il reclutamento di mercenari per combattere guerre estere. Il richiamo al tradizionalismo e al nazionalismo sono due fattori fondamentali che ricordano l’Impero Ottomano, come anche l’importanza data alla religione e l’elevazione dei valori di grandezza e potenza, pilastri dell’Impero. Il governo turco ha, ad esempio, dato asilo a molti componenti di Hamas, considerati terroristi per l’Occidente, ma anche ai membri della Fratellanza Musulmana dopo aver convertito Hagia Sofia in una Moschea. Queste azioni mostrano come vi sia la presenza di un nuovo “ottomanesimo”, più moderno in termini economici e militari, ma idealizzato nella stessa maniera ponendo il fattore religioso ai massimi livelli.

Per rispondere alla domanda posta in precedenza però, vi è il bisogno di un ultimo dato storico estremamente rilevante: i giannizzeri. I giannizzeri erano infatti combattenti cristiani di origine balcanica, arruolati dall’Impero Ottomano, e utilizzati per le loro campagne militari più pericolose, per evitare la morte ai militari ottomani musulmani. Questi giannizzeri hanno infatti combattuto a nome dell’Impero per le loro guerre più importanti, come nella presa di Costantinopoli nel 1453, nella guerra contro i Mamelucchi in Egitto e nelle guerre contro l’Impero Austro-Ungarico, prima di essere sciolti nel 1826 perché in quanto cristiani impedivano il rafforzamento di un nazionalismo religioso.

Per concludere, si nota come le forze della SNA siano le medesime dei giannizzeri: giovani non-turchi, o ottomani, mandati sul fronte per combattere una guerra in nome di un paese non proprio, ma pagati per portare avanti la causa. Data la somiglianza tra il AKP e l’Impero Ottomano, specialmente in termini di politica domestica, ma anche estera, non si può quantificare per quanto tempo la Turchia avrà intenzione di continuare ad utilizzare la SNA a suo favore, né tantomeno dove Ankara continuerà ad allocare questi mercenari e per quante guerra ancora. Si può però concludere sottolineando come la Turchia non abbia, ad oggi, nessuna intenzione di ritirarsi dalle guerre nella quale è presente fino a che non avrà maturato un senso di potere e, in certi versi, anche di controllo, nei paesi coinvolti – anche qui si può notare un’ultima somiglianza con l’Impero Ottomano: il bisogno di influenza geopolitica e strategica nei paesi confinanti.

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