MAKE THE ARCTIC GREAT AGAIN?

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.24.1″ custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat” custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Come incideranno le elezioni presidenziali sulla politica artica americana?

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ _module_preset=”default” hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

A poche ore dal secondo ed ultimo dibattito tra il presidente uscente Donald Trump e il candidato democratico Joe Biden tenutosi poche ore fa a Nashville, in Tennessee, il futuro del voto rimane ancora incerto, sebbene Trump venga dato molto indietro nei sondaggi rispetto al rivale democratico. Il primo confronto sarà ricordato probabilmente come uno dei dibattiti più privi di contenuti di sempre. Il secondo, dai toni più pacati, ha offerto un confronto più civile. Non sembra ci siano stati vincitori ma,  di certo, il ritmo televisivo ha offerto una carta in più al candidato repubblicano che ha mostrato un’altra volta le sue doti da comunicatore. Gli argomenti hanno spaziato dalla gestione della pandemia alle proteste al grido di “ black lives matter”  diffusesi in molte città americane, dai problemi di sicurezza nazionale agli affari privati di entrambi i candidati. Il cambiamento climatico, ancora una volta sottovalutato, non sembra essere argomento in grado di cambiare le sorti del voto. Ma che effetto avrà la scelta del prossimo presidente per il futuro dell’artico americano? Per capire come il risultato delle elezioni potrà incidere sul futuro di una regione che per gli Stati Uniti rappresenta un importante, se non fondamentale, tassello di sviluppo economico e sociale, abbiamo seguito l’intervento della senatrice degli Stati Uniti Lisa Murkowski lo scorso 6 Ottobre alla conferenza online organizzata dall’ Arctic Circle. Partendo dal famoso discorso che il Segretaro di Stato Mike Pompeo fece a Rovaniemi in occasione dell’ Arctic Council Ministerial Meeting, la senatrice mette ben in luce le differenza tra l’approccio trumpiano e quello (prevedibile) dei democratici. L’eredità del discorso di Pompeo si basa sulla percezione di un Artico come una regione di interessi sempre crescenti che favoriranno la competizone tra gli Stati: “the region has become an arena for power and for competition. And the eight Arctic states must adapt to this new future”.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ _module_preset=”default” hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

La percezione è che, piutosto che imbastire un discorso di mutua collaborazione anche con i partner non artici, ci sia una distanza ben netta nella strategia americana tra gli Stati artici e quelli non artici che sembra poter compromettere un approccio multinazionale di collaborazione e di sviluppo condiviso. A parere della senatrice il diverso approccio (repubblicano-democratico) consiste nel diverso punto di analisi strategico: se l’amministrazione Trump è concentrata sul piano della sicurezza nazionale, la politica di Obama era focalizzata sul cambiamento climatico, sancito poi dalla firma del Trattato di Parigi del 2015 (trattato da cui Trump ha ritirato gli Stati Uniti). Il passaggio più interessante è stato di sicuro la proposta della stessa senatrice di promuovere un approccio olistico per la strategia americana nella regione. Una environmental security che possa coadiuvare uno sviluppo che risponde alle necessità dettate dal cambiamento climatico con la messa in sicurezza dei confini grazie ad una politica di collaborazione multinazionale. Un aspetto da cui l’amministrazione americana, qualsiasi sia il risultato del prossimo 3 Novembre, non può più prescindere. Quindi non più due punti di vista agli antipodi, ma un unico approccio che prevede piani di sviluppo per la regione che non vadano a ledere ulteriormente il delicato ambiente artico e crei reali benefici per le popolazioni locali riaffermando i confini nazionali all’interno, però, di un framework condiviso.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ _module_preset=”default” hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Nonostante la generale distrattezza dell’amministrazione Trump per la regione artica, qualcosa è stato fatto sia sul lato diplomatico che sul lato di sviluppo energetico. Risale al Gennaio 2020 la riapertura del consolato americano di Nuuk nella capitale groenlandese. Un evento che rinsalda l’altalenante rapporto tra l’isola e gli Stati Uniti. Trasformata in un protettorato nel 1941, dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’isola venne utilizzata come un importante avamposto per l’aviazione americana. L’ambasciatrice americana presso il Regno di Danimarca, Carla Sands, conferma che questa nuova apertura può segnare un nuovo inizio per le relazioni tra Stati Uniti e il Regno di Danimarca: “As the consulate opens its doors again for the first time in 67 years, the United States will seek to open possibilities for strengthening our diplomatic, commercial, and people-to-people ties in Greenland, with Consul Sung Choi leading this effort in Nuuk. Partnering together, we can increase economic growth and sustainable development for the benefit of Greenlanders and the U.S.-Kingdom of Denmark alliance.” Questo evento segna di certo un importante passo che gli Stati Uniti compiono nello scacchiere artico. Un rafforzamento diplomatico con la Groenlandia, di fatti, facilita la possibilità per gli Stati Uniti di incrementare la presenza americana sull’isola, di poter prendere parte a progetti di sfruttamento di risorse e di beneficiare dei vantaggi commerciali che ne possono derivare. Dal lato energetico l’amministrazione Trump, coerentemente con la poca rilevanza che il cambiamento climatico occupa recentemente nei piani della Casa Bianca, pianifica l’avvio dei lavori per l’estrazione di gas e petrolio in Alaska, nella piana costiera (per un totale di 1.6 milioni di ettari) della Arctic National Wildlife Refuge. Con il rilascio del Final Environmental Impact Assessment nel 2019 da parte dell’ U.S. Bureau of Land Management, il progetto si avvia alle fasi finali e il termine da cui il governo potrà rilasciare contratti di locazione non è molto lontano. Una rielezione di Trump di certo favorirebbe la portata a termine dei lavori con estrema soddisfazione di buona parte dell’elettorato repubblicano che ha accolto il graduale avanzamento dei lavori in Alaska come un successo da tempo inseguito. Diversamente per Biden, il cui approccio alla regione artica verterebbe verso uno stop dei piani di estrazioni da idrocarburi.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ _module_preset=”default” hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Punto che sembra essere condiviso tra le parti è la distanza che esiste tra gli Stati artici e non artici all’interno della governance artica. Una separazione sotttolienata anche dalla senatrice Murkowski, ma che non deve precludere un approccio collaborativo e inclusivo da parte degli Stati artici. Lo statement del Segretario Pompeo al meeting di Rovaniemi adduceva a Russia e Cina (Paese non artico) una minaccia per gli Stati Uniti per la crescente presenza militare e per le ambizioni strategiche. Ma la minaccia più consistente e più pericolosa continua ad essere sottovalutata, forse addirittura ignorata, come i recenti piani di sfruttamento in Alaska testimoniano. Il quadro geopolitico artico sta cambiando molto velocemente. L’amministrazione americana degli ultimi anni si è dimostrata abbastanza distratta e in ritardo su politiche che riguardano la regione artica. A prescindere dal trionfo repubblicano o democratico alle prossime elezioni e ai relativi piani, l’amministrazione che guiderà la Casa Bianca nei prossimi quattro anni dovrà fare i conti con l’Artico più di quanto non sia stato fatto in passato. Non basterà ribadire la già affermata sovranità territoriale ad assicurare un futuro per le popolazioni locali o per il benessere del Paese, un approccio sistematico a livello diplomatico, politico, energetico e di sviluppo infrastrutturale ed urbano dovrà essere parte di una strategia ben delineata. L’auspicio è quello che il cambiamento climatico possa finalmente fungere da driver principe della strategia su cui, poi, relazioni e investimenti verranno pianificati ed implementati.       

 

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ _module_preset=”default” hover_enabled=”0″] style=”display:block” data-ad-format=”autorelaxed” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”3043690149″>[/et_pb_code][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

Latest from ANALISI

LA CAMBOGIA RISCHIA DI NON VEDERE PIÙ LA DEMOCRAZIA

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.22″][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”] Tra