L’ULTIMO TESTA A TESTA, MA DOV’È LA POLITICA ESTERA?

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Stasera (3.00 ora italiana) andrà in scena l’ultimo duello tra Trump e Biden prima del voto presidenziale del 3 novembre. Tra i sei temi oggetto di dibattito è pressoché assente la politica estera, su cui Trump, piaccia o meno, ha impresso orme indelebili.

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Questa sera- e viste le incertezze sul riconoscimento del risultato elettorale– per parecchie settimane a seguire, i fari del mondo saranno puntati sugli Stati Uniti, dove la battaglia presidenziale si fa serrata. L’ultimo appuntamento elettorale prima del voto avrà luogo in Tennessee, presso la Belmont University di Nashville. È lì che il Presidente Trump proverà a ricucire lo svantaggio attestato da tutti i sondaggi sul rivale democratico, l’ex Vicepresidente Joe Biden, il quale sente profumo di vittoria e giocherà presumibilmente di rimessa. Questa volta, però, al fine di evitare le interruzioni e la confusione dello scorso dibattito presidenziale, il microfono di uno dei due rivali sarà spento mentre l’altro risponde alle domande della moderatrice Kristen Welker di NBC News.

La Commissione per i dibattiti presidenziali ha reso noti i sei topics a cui verranno dedicati 15 minuti ciascuno. Si discuterà di temi ostici al Presidente Trump, come la lotta al Covid-19, le questioni razziali e il cambiamento climatico; ma anche di famiglia, leadership e sicurezza nazionale, argomenti generali che la moderatrice saprà circoscrivere ed approfondire. Il grande assente- come si nota immediatamente- è la politica estera statunitense. Potrebbe venir trattata di striscio all’interno di temi come sicurezza nazionale e cambiamento climatico; eppure per un Paese dalla straordinaria proiezione internazionale forse l’argomento meriterebbe più spazio. Si deve pur riconoscere che per gli americani la politica estera è solo il sesto tra i temi più importanti di queste elezioni; tuttavia nessuno sa rispondere con precisione alla domanda: “Nel prossimo decennio, quale sarà il ruolo degli Stati Uniti nel mondo?”.

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È innegabile come nell’ultimo quadriennio il posizionamento statunitense nel sistema internazionaleabbia subito delle modifiche, in linea con la piattaforma elettorale del Presidente Trump. L’impegno a ritirarsi totalmente o parzialmente da teatri difficili come Afghanistan, Iraq e Siria; la competizione strategica con la Cina per la ridefinizione del commercio internazionale; il ricorso frequente a dazi e sanzioni contro alleati e non per tutelare la produzione nazionale; lo smarcamento dall’approccio multilaterale alle relazioni internazionali; l’agenda energetica espansiva, che rifiuta qualsiasi tipo di vincolo sulle emissioni; la rafforzata vicinanza agli alleati sauditi ed israeliani come garanti dell’interesse americano in chiave anti-Iran; le interazioni con la Corea del Nord, le quali in ultima istanza non hanno sortito alcun effetto né accordo. Per sintetizzare la visione di Trump: “Si è rinunciato all’esportazione dei valori occidentali, per perseguire un’agenda più circoscritta e concreta. È cambiata l’interpretazione stessa dell’interesse nazionale americano. Il Presidente in carica non crede che la chiave della sicurezza degli Stati Uniti risieda nella democratizzazione universale. È, al contrario, persuaso del fatto che occorra soprattutto stabilità – perché nell’incertezza non si investe, non si esporta e non si cresce – e che il rispetto delle sovranità nazionali ne sia una componente necessaria” (Germano Dottori a IARI).

Al contrario, l’aspirante Presidente, Joe Biden, non ha una piattaforma di politica estera ben delineata, o almeno non ha ancora chiarito alcune posizioni, per il momento assai criptiche. In caso di una sua- molto probabile- elezione, è certo che riesumerà la collocazione multilaterale degli Stati Uniti, ritirando l’uscita dall’OMS e firmando gli Accordi di Parigi sulla riduzione delle emissioni. Ma come agirà in Medio Oriente? Con quale approccio continuerà il confronto commerciale e diplomatico con la Cina? Proverà a riprendere l’accordo sul nucleare iraniano, firmato proprio dall’amministrazione Obama, di cui era Vicepresidente? E, a differenza di Trump, considererà la Russia come una delle più grandi minacce per la sicurezza nazionale americana? Si spera, senza farci troppo affidamento, che tali argomenti verranno trattati nel dibattito presidenziale di questa sera.

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Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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