LA TURCHIA E L’INTERVENTO STRATEGICO NEL NAGORNO-KARABAKH

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Erdoğan ed il sostegno agli azeri. La contrapposizione con la Russia di Putin. La volontà di ergersi a potenza regionale ed il potere di mettere a tacere l’Europa. Perché la Turchia è cosi attiva nel conflitto tra Armenia ed Azerbaijan?

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Il conflitto nella regione del Nagorno-Karabakh, situata nel Caucaso meridionale, è solo l’ultimo ai quali la Turchia di Erdoğan ha preso parte negli ultimi anni. La peculiarità di questo conflitto sta nella posizione di Ankara nel quadro regionale di riferimento. Quali sono le motivazioni che spingono il presidente turco ad appoggiare con così tanta forza e determinazione Baku?È vero che, per ragioni storiche, culturali e politiche egli non possa far altro che stare dalla parte degli azeri, ma mentre la comunità internazionale si è limitata ad invocare il cessate il fuoco cercando di mediare le tensioni nell’area, Ankara ha abbracciato in tutto e per tutto la causa al punto di affiancare incondizionatamente Aliyev, sostenendolo con l’invio di armi e truppe di mercenari reclutati nel nord del territorio siriano occupato dalle milizie turche.

Questa pratica, per altro portata avanti anche in Libia a sostegno delle truppe di Haftar, gli ha permesso di non mobilitare l’esercito nazionale in uno scontro tra attori non statali, continuando comunque a perseguire una politica estera più aggressiva ed incisiva di quella russa a favore degli armeni. Tutto questo basandosi sull’assunto per cui il conflitto può essere risolto solo quando, e se, l’Armenia deciderà di lasciare il territorio occupato del Nagorno-Karabakh al suo legittimo proprietario azero. “Il Nagorno-Karabakh è un territorio azero e lì dobbiamo tornare” –ha dichiarato Aliyev. È chiaro quindi che Erdoğan non intenda procedere di pari passo con gli altri Stati.

La posizione di Ankara nei confronti dell’Azerbaijan ovviamente non stupisce.  Il sostegno si basa sulla retorica nazionalista che guarda al mito del viaggio dei popoli turcici dall’Asia centrale verso l’Anatolia. Come non stupisce l’avversione turca nei confronti del popolo armeno, questione che divide le due nazioni dall’epoca ottomana, per il genocidio che dal 1915 segna la storia armena. L’appoggio turco a Baku, che si traduce in un sostegno a livello militare,  è talmente sproporzionato che persino ad Istanbul, dove risiedono circa 60 mila armeni, sono state condotte parate a favore dello stato azero, a beffa dell’ormai irrisoria popolazione presente sul territorio.

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Sembrerebbe essere chiaro dunque che una delle motivazioni da cui scaturisce la decisione di Ankara di schierarsi contro Erevan in questo conflitto sia da ricercarsi nelle divisioni storiche e nel sentimento nazionalista neottomano che contraddistinguono il Paese; alla luce di questo non stupisce neanche che, dal canto loro, siano proprio i curdi del PKK ad essere impiegati sul campo dagli armeni in questa lotta.

Stabilito quindi il ruolo attivo della Turchia sul piano militare, bisognerebbe analizzare anche quello sul piano politico e strategico, perche l’appoggio turco agli azeri indebolisce ancora di più la posizione armena, la quale avrebbe tutte le motivazioni per voler mantenere lo status quo e non volersi imbarcare in un conflitto potenzialmente distruttivo, rinforzando invece quella del presidente Aliyev, non a caso traportatore di energia in Turchia nonché fulcro del futuro corridoio del gas che dal Caucaso dovrebbe arrivare sin all’ Europa mediterranea.

C’è dunque in questa affermazione tutta la politica regionale di Erdoğan, consapevole della scomoda posizione dei Paesi europei i quali, riluttanti nel prendere una posizione, si limitano ad invocare una mediazione che possa portare ad una risoluzione del conflitto. Il presidente turco cerca quindi di sfruttare il conflitto nel Caucaso per ottenere dai Paesi europei posizioni a suo favore o quanto meno non ostili anche su altri fronti, come ad esempio nel Mediterraneo orientale. Inoltre c’è da sottolineare come il tempismo non sia probabilmente casuale: in un momento in cui tutti i Paesi del Gruppo di Minsk (Russia, Francia e USA) sono alle prese con problemi esterni legati alla pandemia di CoVid-19 e a conflitti interstatali quali il caso Naval’nyj, Ankara ha sicuramente più spazio di manovra nell’azione in Nagorno-Karabakh.

Ma qui si presenta un altro nodo della questione: il rapporto della Turchia con Mosca. In una regione strategicamente importante come quella in cui si trovano Armenia ed Azerbaijan, Ankara non poteva di certo agire indisturbata e, come si accennava all’inizio, è proprio la Russia la nazione con cui si trova a scontrarsi: il conflitto nel territorio del Karabakh è il terzo che vede Erdoğan contrapporsi a Putin, proprio come successo in Siria – prima – ed in Libia – poi. Mosca è infatti obbligata a difendere Yerevan in caso di attacco, considerando che l’Armenia fa parte del Csto, l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva che ha una clausola di difesa collettiva come (quella della) Nato.Per adesso i russi hanno chiamato le parti al cessate-il-fuoco ed evitato un intervento diretto.  In questo scontro tra titani, è quindi a Erdoğan e alle prossime mosse di Putin che gli analisti guardano con attenzione, perché finora i due uomini forti hanno sempre trovato il modo di stabilire una tregua ed evitare l’escalation.

Alla luce di queste affermazioni, si fa sempre più plausibile l’ipotesi per cui un’eventuale risoluzione, o meno, del conflitto nel Karabakh dipenda non tanto dai Paesi direttamente coinvolti quanto dai loro sostenitori. Nonostante la presenza di Paesi decisi a frenare l’espansione turca tra cui l’Iran, possibile mediatore di questo conflitto nonché vicino all’Armenia, come anche – seppur ossimorico – l’Arabia Saudita, la Francia e l’Egitto in Libia, nonché la Grecia e la questione di Cipro e della Repubblica del Nord, sembra che Erdoğan sia deciso a perpetrare la strada dei conflitti e delle conquiste pur di ottenere un risvolto positivo nella sua politica del neottomanesimo. Il che fa sorgere una lecita domanda, cioè fino a che punto lo stato con capitale Ankara abbia davvero risorse, economiche e militari, per affrontare per un lungo periodo di tempo più crisi parallele.

C’è motivo di pensare che qualsiasi mossa faccia, Erdoğan sappia con estrema esattezza quali tasti premere per trovarsi sempre con il coltello dalla parte del manico. Ma, soggettivamente parlando, è probabile che un nemico del calibro di Putin possa costituire un problema dal quale non riuscirà così facilmente a divincolarsi. Sicuramente, tra le tante motivazioni riconducibili ai comportamenti turchi atterrate sul tavolo della geopolitica, si ipotizza anche la volontà del presidente di mettere in ombra le problematiche interne del Paese, fomentando sentimenti di nazionalismo nella popolazione ed utilizzando il conflitto in Karabakh come mezzo a suo favore per raccogliere consensi, sfruttando tra l’altro anche il sentimento di avversione dei nazionalisti turchi nei confronti dell’Armenia. Ed è certo che l’appoggio del proprio popolo sia uno degli ingredienti più importanti, se non il più importante, per la sopravvivenza di qualunque forma di governo che si rispetti.

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