IL VOTO ANTICIPATO NELL’AMERICA DEL 2020: L’IMPORTANZA DEI MEZZI

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Il voto per posta è La questione di queste elezioni. Il Presidente Trump ha ripetutamente affermato che tale modalità incoraggi irregolarità. Biden la incentiva, al fronte dei contagi. Si prevede che ricorreranno al voto per posta più di 80 milioni di persone: significa che con ogni probabilità non conosceremo il nome del nuovo Presidente la notte del 3 novembre, in quanto entro quella data non saranno ancora arrivate tutte le schede.

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Stando ai dati del 20 ottobre, 35.351.389 di elettori hanno già votato, con un incremento di più di 7 milioni negli ultimi 2 giorni. Nel 2016, in un momento temporalmente analogo, avevano votato 5,9 milioni di persone: la crescita è inequivocabile. Complessivamente nel 2016 avevano votato anticipatamente più di 57 milioni di elettori, un quarto del totale. In 16 Stati tra Sud, Sudovest e West Coast, più del 50% dei voti arrivarono prima dall’election day. Paragonare il voto per corrispondenza di questa tornata con quello del 2016, è comunque un puro esercizio retorico in quanto, a causa della pandemia, le richieste di quest’anno saranno inedite.

Ci sono molte differenze tra il nostro voto e quello statunitense. Negli Stati Uniti non basta essere cittadini per fare parte delle liste elettorali: è obbligatorio iscrivervisi. Inoltre può votare per posta, con il vote by mail, anche chi non risiede all’estero. Il cosiddetto voto in assenza, l’absentee ballot, è un voto a distanza nato per gli elettori che non potevano trovarsi nel proprio Stato nei giorni delle elezioni, ma che nel tempo è stato concesso con criteri sempre meno stringenti, tanto da essere spesso definito ‘no-excuse’ permanent absentee voting. Il successo del voto anticipato, l’early voting, è cresciuto esponenzialmente negli ultimi 20 anni. Si parla di voto anticipato, poiché la scheda può essere richiesta, ricevuta, votata e rinviata, prima delle elezioni. La scheda può essere inviata per posta o, in alcuni Stati, via mail, o consegnata personalmente ai seggi elettorali prima del 3 novembre compreso, data dell’election day.

Ogni Stato segue proprie regole per organizzare il voto anticipato, c’è chi inizia prima e chi dopo, chi invia automaticamente le schede agli elettori e chi richiede ancora alcuni requisiti. Washington, Oregon, Colorado, Utah e Hawaii, votano esclusivamente via posta. Va in questa direzione anche la California, che a maggio ha predisposto un ordine esecutivo per l’invio delle schede a tutti gli elettori. Tra gli Stati esiste un ulteriore differenza sulla regolamentazione del voto anticipato: ognuno sceglie in autonomia l’organo competente a dettare le regole. In alcuni tali organi sono “di parte” e agiscono secondo le indicazioni del proprio partito in modo da favorirlo; in altri, come il Wisconsin, le regole vengono decise da una commissione bipartisan. Gli organi competenti sono formati da figure elettive in 35 Stati, in 12  vengono nominati dal governo statale e in 3 non esistono.

L’efficienza nella spedizione delle schede è centrale, in quanto gli elettori devono ricevere e poter rinviare tutto entro il giorno del voto, cosa che richiede, vista la mole delle richiesta, un grande impegno del servizio postale. Se le schede arrivassero troppo tardi o dovessero verificarsi problemi nelle consegne, la cosa ricadrebbe sull’esito del voto. Louis DeJoy, direttore generale dell’USPS, il servizio postale degli Stati Uniti, nei primi giorni di agosto ha dichiarato che avrebbe compiuto dei tagli al servizio e che non sarebbe riuscito a recapitare le schede nei tempi previsti. DeJoy, nominato dal governo a maggio, fino a quel momento responsabile finanziario della convention repubblicana 2020, è stato accusato di potenziali conflitti di interesse in quanto proprietario di un’azienda fornitrice del servizio postale. Il presidente si è detto contrario al rifinanziamento delle poste, nella convinzione che il voto per posta favorisca i democratici. Nel corso dell’estate qualcosa è cambiato, e le pressioni, non ultime quelle dei quotidiani fruitori del servizio postale, hanno convinto DeJoy a dichiarare che l’invio delle schede sarebbe stato effettuato nei tempi previsti, garantendo l’indipendenza dell’agenzia e la rinuncia ai tagli del servizio. Trump ha risposto promettendo l’utilizzo delle forze dell’ordine per monitorare la regolarità delle operazioni di voto. Numerosi attivisti conservatori hanno realizzato video e interviste volte a scoraggiare il voto per corrispondenza.

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Ci si chiede cosa spinga Trump nella sua crociata contro il voto per posta. Effettivamente esiste un dato politico dietro a tutto questo. La battaglia per l’aumento della partecipazione alle elezioni, di cui il voto per corrispondenza è parte, è appannaggio dei democratici per una ragione inequivocabile: sono quelli ad essere elettoralmente avvantaggiati quando l’affluenza al voto aumenta. Fino ad oggi è stato quasi sempre così. Negli Stati governati dai democratici, vengono estesi i giorni in cui è possibile votare per posta e sempre più spesso vengono riviste le norme per la registrazione degli elettori. In Virginia il Governatore democratico ha deciso che il giorno delle elezioni, che è sempre il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre, sia considerato alla stregua di un giorno di ferie, incoraggiando così l’affluenza. Inoltre, essendo Trump sfavorito nei sondaggi, la critica al voto per posta e alle irregolarità, renderebbero il Presidente più legittimato a impugnare il risultato in caso di sconfitta.

Ed è così che è partito il 4 settembre in North Carolina, il voto per posta più dibattuto della storia contemporanea delle elezioni americane. In un comizio in questo Stato, Trump avrebbe consigliato ai cittadini di “votare due volte”, esprimendo così l’idea di verificare se il voto espresso per corrispondenza venisse effettivamente considerato e votando in presenza in caso di mancato conteggio. La frase, che non sta a noi giudicare se mal espressa o mal interpretata, ha fatto il giro del mondo e molti hanno accusato il Presidente di aver implicitamente consigliato agli elettori di infrangere la legge. Il movimento favorevole al mail voting è sostenuto da leader democratici del calibro di Hillary Clinton, Amy Klobuchar e Nancy Pelosi, che ritengono che tale modalità agevoli la democrazia (ma anche il loro partito).

Al momento i democratici sembrano dominare il voto anticipato su scala nazionale, ma ciò non significa che i repubblicani non possano recuperare. In ogni caso non esiste alcuno studio che possa empiricamente affermare che il voto per posta avvantaggi un partito a dispetto di un altro. Se è vero, come dicono i sondaggi, che la maggior parte dei voti per posta saranno per i democratici, è anche vero che Biden è quello che ha più da perdere, in quanto circa l’1% di queste schede viene annullato. Questo succede in quanto la procedura è complessa e sbagliare è facile. La scheda deve essere spedita dentro una busta anonima che a sua volta deve essere inserita in una firmata. Un quinto delle schede annullate nel 2016, e chiamano naked ballots, avevano problemi riguardo alla firma e quindi sulla riconoscibilità del voto. È per questo che in alcuni Stati i democratici hanno espresso la preferenza per il voto esercitato fisicamente ai seggi.

In alcuni Stati in bilico si stanno verificando problemi di organizzazione del voto via posta e alcune tendenze inedite, che confermano l’eccezionalità di questa tornata elettorale. In Ohio, uno dei più combattuti Swing States, sono emersi problemi per la stampa delle schede, tanto che la società di spedizione Midwest Direct, è stata pubblicamente criticata in quanto i suoi proprietari sono apertamente schierati per Trump, tanto da averne issato una bandiera a supporto nella sede principale della loro compagnia. In Pennsylvania, dove vinsero per la prima volta i repubblicani nel 2016, 372.000 richieste sono state respinte, poiché più del 90% di esse erano già state richieste contestualmente alla registrazione del voto per le elezioni primarie. Inoltre quasi 30.000 schede inviate agli elettori nella contea di Allegheny, sono arrivate all’indirizzo sbagliato. Il 19 ottobre la Corte Suprema ha respinto il ricorso dei repubblicani, contrari al conteggio dei voti fino al 6 novembre. In Georgia, Swing State del Sud, dal 12 ottobre gli elettori hanno iniziato a votare in anticipo e da subito ai seggi si sono formate enormi file: le strumentazioni necessarie sono assai inferiori alle richieste sopraggiunte.

 

In Florida, il più grande degli Stati in bilico, si è concluso il 6 ottobre il termine per le registrazioni al voto, che sono aumentate rispetto agli anni precedenti. Di tale aumento deve essere felice Trump, in quanto molti di questi elettori sono anziani che si stanno spostando verso il partito repubblicano, tendenza riscontrabile anche in North Carolina, Pennsylvania, Kentucky, West Virginia e Louisiana. In questo Stato il voto per posta potrebbe mostrare una tendenza diversa da quella nazionale, in quanto l’elettorato bianco anziano potrebbe preferire più di altri il voto per posta, essendo più sensibile al virus.  

In North Carolina, 70.000 schede già votate sono state bloccate perché non in linea con i criteri adottati. La metà di questi voti proviene da elettori afroamericani. Negli anni passati sono state adottate  molte leggi contenenti ostacoli al voto delle minoranze e che ridisegnavano i distretti in modo da rendere questi voti meno influenti possibile. Nel 2016 un tribunale federale respinse quelle misure. Il 21 ottobre la corte federale d’appello ha stabilito che in North Carolina sarà possibile conteggiare i voti via posta fino al 12 novembre, purché inviati entro il 3 novembre. È una vittoria schiacciante dei democratici.

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Costanza Spera

Costanza Spera, classe 1994, nata e cresciuta a Perugia. Laureata magistrale con lode in Relazioni Internazionali all’Università degli Studi di Perugia, ha presentato una tesi mirata all’evoluzione del concetto di sicurezza interna, dalla Linea Maginot all’US Patriot Act. Sin dalla laurea triennale, conseguita anch’essa con lode a Perugia, nutre un profondo interesse per la politica statunitense.
Ha svolto un Master presso la SIOI di Roma in “Protezione strategica del Sistema Paese, Cyber Intelligence, Big Data e Sicurezza delle Infrastrutture Critiche”, per il quale ha realizzato una tesi sull’evoluzione del terrorismo suprematista bianco e di estrema destra grazie ad un’analisi di Open Source Intelligence. Svolge, da gennaio 2021, un tirocinio presso la CONFITARMA di Roma.
Ha un diploma in programmazione informatica in linguaggio Python, si è occupata di cooperazione internazionale ed è da sempre attiva nel mondo dell’associazionismo, della politica e del teatro ed ha anche lavorato presso case circondariali umbre come tutor per gli studenti detenuti iscritti all’università.
Membro della redazione geopolitica IARI, scrive per l’area “USA e Canada”.

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