IL LIBANO UN ANNO DOPO: COS’È SUCCESSO ALLA ‘RIVOLUZIONE’?

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Il 17 ottobre 2019 i libanesi scendevano in piazza al grido di “Lubnan yantafed” (il Libano insorge). A distanza di un anno, innumerevoli ostacoli incontrati lungo il cammino rendono difficile la realizzazione di una vera “thawra” (rivoluzione).

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Ciò che è accaduto un anno fa in Libano sembrava l’incipit di una svolta epocale, l’inizio della fine di un’era e l’inizio di una successiva retta da nuovi paradigmi. Ad un anno dalle proteste iniziate il 17 ottobre dell’anno scorso, l’analisi dello scenario non può che essere parziale: in primo luogo, il periodo di tempo preso in considerazione (dal 17 ottobre 2019 ad oggi) è relativamente breve per poter ponderare i cambiamenti eventualmente realizzati perché questi potrebbero essere ancora in corso e dunque non ancora osservabili. In linea con questo ragionamento e con le considerazioni espresse da alcuni studiosi di scienze sociali e attivisti intervistati dal Lebanese Center for Policy Studies (LCPS), le manifestazioni verificatesi nel corso di un anno non possono (almeno non ancora) effettivamente essere categorizzate come una rivoluzione, in quanto, nelle parole di Rania Masri (scienziata esperta di ambiente e attivista) all’LCPS: “for something to be considered a revolution it must imply a significant change in the underlying conditions of a particular sphere of life. In essence, a revolution is either a fundamental change in political power caused by a popular uprising and leading to a political regime being overthrown in an extra-constitutional fashion, or a great, radical change in society”.

A ben vedere, nessuno degli effetti menzionati è stato prodotto dalle ultime proteste, ma questo potrebbe in parte essere dovuto al ristretto intervallo di tempo intercorso tra gli eventi e la valutazione che se ne propone. In secondo luogo, non si possono esaminare gli effetti delle mobilitazioni del 17 ottobre senza prendere in considerazione l’unicità del contesto internazionale che ha accompagnato questi eventi: sebbene la portata destabilizzante delle manifestazioni sembrasse preannunciare un cambiamento radicale, lo stato di emergenza sanitaria a livello mondiale causato dalla pandemia del nuovo coronavirus ha letteralmente bloccato ogni attività umana provocando un conseguente arresto delle proteste e della possibilità, per i manifestanti, di organizzare un programma politico.

Al quadro internazionale si aggiungono quello regionale e nazionale: da un lato, il concretizzarsi dell’influenza ‘israelo-americana’ attraverso gli accordi di normalizzazione con alcuni Paesi della regione ha minacciato il fronte filoiraniano, che in Libano ha una sua roccaforte grazie alla presenza radicata di Hezbollah; dall’altro, dopo le dimissioni di Saad Hariri e poi anche di Hassan Diab, tra la tragica esplosione del 4 agosto e il collasso economico, il Libano sembra essere abbandonato al proprio destino, senza una figura in grado di prendere le redini e guidare le istituzioni. In questo contesto, l’unica analisi possibile sembra quella che cerca di ricostruire un fenomeno in continuo divenire senza pretendere di scorgerne gli effetti o di coglierne l’essenza, cosa verosimilmente impossibile per un evento non ancora concluso.

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Ricostruire il mosaico delle proteste    

Sebbene, come affermato, non sia possibile fornire una chiave di lettura definitiva sugli eventi iniziati il 17 ottobre dell’anno scorso, ciò non significa che non sia possibile ricostruire il mosaico di avvenimenti e protagonisti delle manifestazioni per iniziare a scorgere alcuni punti di svolta. Le proteste del popolo libanese sono state spesso presentate come il tentativo di superare il sistema confessionale che risale agli accordi di Taif seguiti alla guerra civile, tuttavia tale descrizione può sembrare riduttiva e fuorviante: le rivendicazioni non esprimevano solo il desiderio di un cambiamento formale dell’organizzazione sociopolitica del Paese, bensì puntavano al superamento di tutto ciò che il sistema confessionale simboleggia. Lasciarsi alle spalle la corruzione e di conseguenza l’instabilità economica e politica, lavorare per l’inclusione di tutta la cittadinanza nel dibattito pubblico: questi erano alcuni degli obiettivi più profondi delle proteste.

Un altro aspetto fondamentale è la partecipazione ampia ed eterogenea dei cittadini: durante i primi mesi le piazze libanesi erano diventate i luoghi in cui tutti i libanesi si confrontavano sulle esigenze concrete della popolazione, ma anche su temi generali che stimolavano il dibattito e la partecipazione. Come conseguenza di ciò, tra gli effetti tangibili prodotti finora da queste manifestazioni risalta forse una nuova presa di coscienza da parte dei libanesi riguardo al proprio ruolo e al proprio potere decisionale. La consapevolezza di potersi riappropriare dello spazio pubblico per essere artefici del futuro del Paese ha portato i manifestanti ad avere un’influenza determinante sulle sorti del Libano che ha provocato le dimissioni del primo ministro Hariri alla fine del mese di ottobre 2019. È troppo presto per una valutazione a posteriori dei movimenti di protesta, ma è possibile considerare il nuovo ruolo della società libanese come un primo rudimentale prodotto di questi: è da vedere se i cittadini sapranno sfruttare lo spazio conquistato per trasformarlo in un piano programmatico al fine di diventare protagonisti delle decisioni sul futuro assetto sociopolitico del Libano.

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Gli ostacoli esterni alla rivoluzione

L’emergenza mondiale causata dalla pandemia di coronavirus ha inferto un duro colpo anche agli sviluppi del movimento di protesta e ha spostato l’attenzione su problematiche pratiche, sebbene le manifestazioni fossero nate anche da quelle stesse problematiche. Come la goccia che fa traboccare il vaso, l’emergenza sanitaria ha complicato la condizione già estremamente delicata dell’economia nazionale, con la svalutazione crescente della lira libanese e la perdita del lavoro per fasce sempre più ampie della popolazione. Mentre oggi per i libanesi non sembra esserci altra scelta se non quella di lasciare il Paese, un rinnovato timore giunge dalle previsioni del Fondo Monetario Internazionale il quale ha previsto una contrazione dell’economia libanese del 25%, seconda solo alla previsione fatta per la Libia, che nella regione versa nella condizione peggiore secondo le stime del FMI.La grave crisi economica, la nuova ondata di contagi con conseguente pressione sul sistema sanitario nazionale e le criticità già presenti nel Paese contribuiscono a rendere sempre più incerto il panorama futuro e le previsioni sul destino delle proteste.

In uno scenario che muta a ritmi sostenuti, l’inedita prospettiva di dialogo presentata dai negoziati con Israeleper la delimitazione dei confini marittimi tra i due Paesi e la promessa di aiuti che proviene dagli Stati Unitipongono un interrogativo sul posizionamento del Libano nell’assetto geopolitico regionale, mentre sul fronte interno continuano le consultazioni per la designazione di un nuovo primo ministro. Quale sarà l’impatto di tutti questi elementi sul grado di partecipazione popolare al dibattito pubblico e sulle sorti del movimento di protesta sembra impossibile da prevedere. Certo è che il capitolo del 17 ottobre non si è concluso, come dimostrato dalle manifestazioni di qualche giorno fa per celebrare l’anniversario delle proteste. I libanesi esprimono ancora una ferma volontà di cambiamento, la nuova sfida che devono affrontare oggi è strutturare la compagine della società civile, mantenere il ruolo di primo piano conquistato lo scorso anno ed elaborare una proposta politica in grado di ridare speranza al Paese.

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