ELEZIONI USA: LA COREA DEL NORD?

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Fra poche settimane si giocherà una partita importante in casa USA. Le preparazioni sono durate mesi e il 3 novembre (forse) finalmente si scoprirà il vincitore. Questo ultimo mese di campagna elettorale sta passando velocemente, tra il primo dibattito da dimenticare e Trump che finisce in ospedale con il COVID-19. Le elezioni americane, ormai da secoli, giocano un ruolo fondamentale nello scacchiere geopolitico internazionale. Tra le zone del mondo di interesse chiave per gli Stati Uniti c’è la penisola coreana. L’importanza strategica della penisola fa sì che sorga spontanea una domanda importante: come cambierà la politica estera americana nella regione dopo il 3 novembre? Le opzioni sono due: la vittoria di Trump o la vittoria di Biden.

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Ipotesi 1: vittoria del candidato democratico.

Durante la campagna elettorale e durante il primo indimenticabile dibattito presidenziale di poche settimane fa, non è stato posto un particolare focus sulla politica estera. Biden però ha nella sua campagna decine di consiglieri esperti in politica estera, tra cui anche vecchi membri dell’amministrazione Obama. Anche se, per ovvi motivi, la politica estera non sarebbe l’immediata priorità di Biden, la sua intenzione sarebbe quella di “riunire nuovamente le nazioni democratiche del pianeta” per portare avanti la lotta per i diritti umani, la libertà di stampa e gli altri valori chiave dell’America. Da questa nuova base si potrà poi partire per ricominciare a negoziare su temi caldi quali Iran, Corea del Nord e Cina.

Sappiamo di certo che con Biden si avrà un gran ritorno di quella che è stata chiamata informal diplomacy. Michael Crowley ha scritto un interessante articolo per il New York Times in cui tratta proprio questo argomento. Crowley sottolinea come, pur non avendo in precedenza portato a casa grandi successi nè come senatore nè come vicepresidente, i decenni passati da Biden a incontrare e mantenere solidi rapporti con la maggior parte dei leader mondiali, saranno un importante vantaggio nel ristabilire le relazioni internazionali dopo l’isolazionismo “trumpiano”. “I knew the world and America’s place in it in a way few politicians did” aveva detto Biden nel 1988, mostrando una sicurezza che sarebbe interessante vedere applicata a questo secondo decennio del 21esimo secolo e se manterrebbe o meno le stesse idee una volta seduto nell’Oval office.

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Ipotesi 2: la riconferma dell’attuale presidente

Più fresche nella nostra memoria, e senza dubbio più eclatanti e vistose, sono state le mosse fatte da Trump nelle relazioni con la Corea del Nord. Abbiamo avuto negli ultimi 4 anni modo di vedere, chiaramente o meno, quali siano le idee di Trump in merito alla penisola. Chiare ma spesso contraddittorie sono state le sue azioni e la sua “speciale” relazione con Kim. Se da un lato Trump sembra mostrare zero tolleranza nei confronti di quelle che sono le richieste della DPRK, dall’altro canto sembra che lui e Kim abbiano una relazione meravigliosa che li porta a scambiarsi “bellissime lettere” (a sentire le parole di Trump, più volte smentite da Kim).

Al di là delle convinzioni di Trump, la politica estera americana per la Corea del Nord, sembra aver ottenuto grandi risultati dal punto di vista diplomatico, con alcuni momenti storici che hanno per sempre segnato le relazioni tra gli Stati Uniti e il regno eremita. L’immagine di Trump che attraversa il confine alla zona demilitarizzata e diventa il primo presidente americano a mettere piede in Corea del Nord è rimasto impresso nella mente di tutti. Come molte altre volte però quello che poteva essere l’inizio di un processo diplomatico tra i due paesi, si è rivelato essere niente di più di un momento temporaneo di esibizionismo, dal quale entrambi i lati avevano qualcosa da guadagnare. Quando si è trattato di arrivare ai fatti, come doveva essere per il fallito summit di Hanoi di febbraio 2019, i risultati sono stati pochi, se non nulli. Con una nuova presidenza Trump potremmo attenderci nuovi sviluppi? Con l’interesse mediatico che si è allontanato (almeno per il momento) dalla Corea del Nord, è probabile che venga messa in secondo piano e che i prossimi anni non ci siano altro che “bellissimi scambi di lettere” e nulla più. Se il focus nell’area rimane la Cina, la Corea del Nord diventerà probabilmente una pedina da giocare e sacrificare per riuscire a vincere la partita contro la Cina.

 In fin dei conti, pur essendo gli Stati Uniti un giocatore importante nell’area e la presenza americana una carta giocata nei negoziati tra Nord e Sud Corea, colui che sembra dettare effettivamente l’evoluzione della situazione nella penisola è Kim Jong-un, l’unico giocatore che non cambia, l’unico giocatore che non è obbligato a lasciare il posto dopo qualche anno. La speranza è quindi che chiunque vinca possa adottare un approccio più diplomatico e più aperto (almeno al tavolo dei negoziati) nei confronti del Leader Supremo e che possa ottenere qualche risultato concreto e duraturo che vada oltre le semplici sanzioni economiche.

 

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