CODICE CIVILE CINESE: MODERNIZZAZIONE O STATUS QUO?

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L’emanazione del codice civile cinese potrebbe avere forti ripercussioni sul sistema statale vigente, ma la loro direzione è ancora incerta.

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A partire dal primo gennaio 2021, entrerà in vigore in Cina il primo vero codice civile del paese. La sua emanazione rappresenta una pietra miliare della storia del diritto cinese per svariati motivi. Anzitutto, la stessa parola “codice” porta con sé un forte valore simbolico: per la prima volta la Cina, la quale ha tentato a più riprese di codificare le proprie leggi in maniera sistematica ed organica sin dalla tarda dinastia Qing (1644 – 1911), riesce a superare in maniera parziale quello che da molti è stato definito un pesante “nichilismo giuridico” dovuto principalmente all’usanza cinese di procedere in ambito legislativo con un sistema “a macchia di leopardo”. Il legislatore cinese infatti ha sempre operato, per così dire, sul campo, emanando di volta in volta testi giuridici capaci di regolare, anche efficacemente, la vita sociale e economica del paese in base a quelle che in un dato periodo storico rappresentavano esigenze impellenti per l’intera struttura statale. Tale modus operandi era perfettamente comprensibile per un paese in costante e rapida crescita ma ha iniziato a perdere gradualmente di significato con la crescente globalizzazione del paese, in particolare a seguito dell’istituzione del cosiddetto “Socialismo di mercato” nel 1993 e dell’ingresso del paese nell’ Organizzazione mondiale del commercio nel 2001. Tali cambiamenti portarono per la prima volta il governo cinese a comprendere la necessità di creare una codificazione legislativa capace di rassicurare adeguatamente i partnercommerciali recentemente acquisiti.

In secondo luogo, il primo Codice civile cinese rappresenta un grande balzo in avanti per quanto riguarda la modernizzazione della Repubblica Popolare Cinese, specie in ambito economico. Non a caso la spinta decisiva a tale immenso progetto giuridico viene dalla necessità per lo stato cinese di adeguarsi in maniera efficace al mercato globale. A tal fine il codice, che consta di ben 1260 articoli suddivisi in sette libri, nella sua sezione relativa alla materia contrattuale (la più estesa dell’intero codice) include nuove tipologie di contratto estremamente rilevanti nell’attuale contesto storico quali il contratto di garanzia, partnership, factoring e property management, con un occhio di riguardo verso i moderni e-contract, ovvero i contratti redatti e stipulati completamente per via telematica.

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Infine, l’emanazione del Codice civile cinese, formalmente approvato il 28 maggio di quest’anno, risulta emblematica in quanto farebbe della RPC uno “Stato di diritto” a tutti gli effetti. Il codice civile cinese, infatti, mira a chiarire in maniera scientifica, razionale e quasi definitiva quello che è il rapporto fra la proprietà, l’individuo e lo Stato. Numerosi sono i riferimenti in questo caso ai diritti della persona e alla tutela della proprietà privata.  In particolar modo, spicca l’insieme delle normative atte alla protezione del singolo individuo, tra le quali si possono sottolineare il diritto alla tutela della vita, dell’integrità fisica, del nome e della privacy. Nell’ambito delle relazioni internazionali, è interessante tentare di capire i meccanismi e i modelli adottati dal governo cinese per la realizzazione di tale maestosa opera. L’influenza occidentale in questo ambito è, infatti, tanto innegabile quanto controversa.

 La Cina fin dal XIX secolo ha tentato di studiare assiduamente i testi giuridici occidentali al fine di eguagliarne la potenza economica, sociale e militare in un’epoca in cui i sistemi tradizionali parevano letteralmente allo sfascio. Durante la breve esperienza della Repubblica di Cina (1912-1949), a guida nazionalista, il governo tentò di dare vita a un primo vero e proprio codice civile nel 1930 sulla base dei codici tedeschi, che si erano recentemente diffusi nel mondo istituzionale della repubblica grazie all’influenza giapponese. Con l’avvento della RPC nel 1949, tale sistema venne completamente abrogato in favore dell’istituzione di un sistema socialista di stampo sovietico. In seguito, nuovi tentativi atti a realizzare un corpus organico di leggi vennero abbandonati a causa di problematiche interne di innegabile spessore; si citano in questo caso, a titolo di esempio, il fallimento economico del cosiddetto Grande Balzo in Avanti e il conseguente scoppio della Rivoluzione Culturale. Entrambi gli eventi, nel tentativo di migliorare il sistema preesistente, portarono alla diffusione di contrasti sociali, politici ed economici che forzarono il governo a ritardare i complessi lavori di redazione necessari all’emanazione di un vero e proprio codice civile.

È stato necessario attendere il 1998 perché l’élite dirigenziale cinese decidesse di riaffrontare l’intera questione. Il primo quesito che la classe politica si pose in tale contesto fu quello di decidere se adottare un sistema legato al Common Law di origine britannica o al Civil Law derivante dal diritto romano. È qui interessante citare il lavoro svolto da Oliviero Diliberto, Ministro della giustizia dal 1998 al 2000 e fondatore del Partito dei Comunisti Italiani. Nel 1999, quando la Cina decise formalmente di dotarsi di un moderno Codice civile, fu Diliberto insieme a Sandro Schipani, eminente docente di diritto romano, a occuparsi di formare la classe di giuristi incaricata di redigere il codice in questione. La Cina, infatti, non solo prova da anni un fascino smodato per la cultura classica ma condivide col nostro paese una parte rilevante di storia; ovvero, entrambi gli stati, seppur così diversi e distanti, sono stati entrambi culla di imperi millenari.

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Tuttavia, non bisogna in questo caso giungere all’errata conclusione che il codice civile emanato in questo travagliato anno da parte del Partito Comunista Cinese sia di derivazione completamente occidentale: “l’enciclopedia della vita sociale”, come è definito il codice nella bozza rilasciata a maggio 2020, deve anzitutto rispondere alle esigenze tipicamente cinesi. Il codice che entrerà in vigore nel 2021 si presenta come un interessante mix di tradizione, socialismo e visioni occidentali. È sufficiente a tal proposito citare gli articoli dedicati al matrimonio e alla famiglia. Sebbene i contenuti attuali sostituiscano la ormai obsoleta legge sul matrimonio del 1970, essi si rifanno al contempo alle virtù di stampo confuciano. I concetti di buona morale e di pietà filiale inseriti in tale contesto risultano evidenti, nonostante le stessi leggi in questione promuovano una maggiore tutela dell’individuo all’interno della coppia e del nucleo familiare. In tal senso, si sono dimostrate particolarmente controverse le nuove direttive relative ai divorzi, le quali prevedono un periodo di cooling-off di trenta giorni a cui le coppie che decidono di separarsi devono sottostare prima che la loro richiesta venga presa in carico. Tale disposizione, benché non dovrebbe essere applicata nei casi di violenza domestica, ha suscitato qualche preoccupazione in merito alla questione della libertà individuale.

A questo punto parrebbe lecito domandarsi quanto effettivamente il nuovo codice civile influirà positivamente sul sistema statale cinese in termini di modernizzazione e diritti umani, specie in un periodo in cui il paese, dopo un certo periodo di relativa tranquillità, si ritrova nuovamente bersaglio di pesanti critiche a livello internazionale. Sicuramente il codice, benché sia visto da numerosi esperti come un’organizzazione di leggi preesistenti piuttosto che un vero e proprio sistema di riforme, costituisce simbolicamente un tentativo da parte dello stato cinese di adeguarsi più efficacemente all’attuale sistema globale. L’emanazione del codice civile, infatti, coincide con la promulgazione di diverse leggi destinate a rassicurare la comunità internazionale su temi che da mesi e anni si sono ormai consolidati quali oggetto di critica nei confronti della Repubblica popolare: privacy, ambiente e risposta alle emergenze sanitarie sono solo alcuni esempi di tematiche “scottanti” che il governo comunista sta tentando di approcciare secondo standardpiù moderni e in linea coi modelli delle potenze occidentali. 

Come affermato dallo stesso Diliberto, tuttavia, non si può pretendere che un paese quale la Cina, frutto di dinamiche storiche completamente aliene al nostro sistema, cambi il proprio assetto in un lasso di tempo relativamente contenuto e in linea con il proprio sviluppo economico, il quale, pare superfluo ricordare, si muove su binari completamente differenti. In conclusione, per quanto il codice non si possa propriamente definire una vera e propria rivoluzione dell’assetto legislativo cinese, resta il fatto che un piccolo passo avanti, in termini di democrazia e diritto, è stato fatto nella speranza che questo accorcerà le distanze ancora presenti nei confronti della società internazionale.

 

 

 

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