A VENT’ANNI DALLA SECONDA INTIFADA

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.24.1″ custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat” custom_margin=”0px||” custom_padding=”0px||”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

Alla luce della scarsa legittimità popolare delle forze politiche istituzionali palestinesi, oggi il possibile sembra poter essere incarnato dal movimento Tal’at. 

  1. La valenza simbolica dei venti anni della II intifada

Lo scorso 28 settembre ricorreva il ventennale dell’inizio della seconda intifada: il secondo capitolo della rivolta palestinese, dal carattere spontaneo e popolare, all’epoca legata alla frustrazione generata dal già evidente fallimento di Oslo e la cui radicalità non risparmiò nemmeno la storica leadership di Arafat. Quest’anno l’anniversario è avvenuto in un momento in cui i (dis)equilibri del sistema internazionale e le esigenze politiche interne alle maggiori potenze coinvolte stanno rimodellando i rapporti di forza del conflitto arabo-israeliano. Si tratta di un anniversario dalla forte valenza simbolica, che offre un’occasione necessaria di bilancio sullo stato di salute della società palestinese, in modo da spostare il focus delle analisi dagli accordi tra stati verso ciò che si muove al loro interno. Si è parlato, infatti, di nuove annessioni, di normalizzazioni diplomatiche e dei nuovi paladini della cosiddetta questione palestinese. Però, nei fatti, solo pochi hanno posto l’accento sul grado di vitalità interno alla società palestinese: come stanno resistendo i e le palestinesi a questa ridefinizione storica degli spazi della loro esistenza politica?

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

  1. La storia  

Le immagini della passeggiata di Ariel Sharon, allora capo politico del Likud e non a caso primo ministro a partire dall’anno successivo, cordonato dalle sue forze di sicurezza e polizia sulla Spianata delle Moschee; quelle relative all’uccisione del dodicenne Muhammad Al-Durrah, mentre cercava rifugio dagli attacchi israeliani assieme al padre, che scioccarono il mondo interno, così come quelle delle incursioni a Rafah, sono tornate alla ribalta in queste settimane, confermando la continuità storica dell’approccio massimalista della destra israeliana – e del Likud in particolare – al conflitto. Una linea politica che risulta, come vedremo, dalla progressiva regressione della condizione dei e delle palestinesi a popolo dispensabile. Nello specifico, “separation with domination” fu il mantra politico che Israele tenne a mente durante la costruzione e per l’intero percorso degli Accordi di Oslo: la separazione ed esclusione politica ed economica dei e delle palestinesi dalla vita quotidiana della società israeliana avrebbe significato, infatti, l’ottenimento di una libertà e autonomia d’azione tali da garantire la facile prosecuzione dei sui progetti egemonici. 

Inoltre, lo svolgersi dell’intifada coincise con gli anni di maggior vigore della “war on terror” statunitense, alla cui dottrina Israele attinse per legittimare le sue azioni di contrasto e criminalizzazione della resistenza palestinese. Dalla stessa tendenza globale non fu esente l’Autorità Nazionale Palestinese, per la quale il richiamo allo spettro del terrorismo fu necessario al controllo della resistenza popolare, finendo così per contribuire essa stessa alla corrosione della fiducia del popolo di cui voleva essere il rappresentante istituzionale.  La mai terminata costruzione degli insediamenti israeliani nei Territori occupati aveva concretamente reso vani gli accordi firmati ad Oslo, inaugurando così un nuovo periodo di impasse politica, che il vertice di Camp David del 2000, promosso dagli USA, aveva l’obiettivo di superare. I disaccordi strutturali sull’occupazione, lo status di Gerusalemme e dei palestinesi all’interno del territorio israeliano, il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi e la nuova organizzazione geografica avviata dagli Accordi di Oslo finirono inevitabilmente col decretare il fallimento di quest’ulteriore vertice diplomatico, giusto un mese prima dello scoppio della seconda intifada, durante la quale più di 3.000 palestinesi e 1.000 israeliani persero la vita

La militarizzazione del conflitto, che non risparmiò il territorio israeliano, non tardò ad arrivare: alla resistenza palestinese – quest’ultima assunse varie forme dagli scioperi alle manifestazioni, alle azioni di guerriglia urbana agli attacchi kamikaze – la parte israeliana rispose con operazioni di rappresaglia che culminarono nell’operazione “Scudo Difensivo” e nella costruzione del muro in Cisgiordania, con il quale si contribuì, tra l’altro, ad aumentare la parcellizzazione del territorio e con esso delle possibilità d’azione dei e delle palestinesi.  Si è soliti far coincidere la fine dell’intifada con il cessate il fuoco, firmato da Abbas e Sharon (nel 2004 muore Arafat) durante il summit di Sharm El-Sheikh del 2005. Lo stesso accordo verrà poi contestato da Hamas, così inaugurando un periodo di tensioni interno alle forze politiche palestinesi che arriva fino ad oggi ed in più foraggiate in questi anni da Israele stesso che trae vantaggio, inevitabilmente, dall’avere davanti una leadership debole e frammentata con cui confrontarsi all’occorrenza. Bashir Abu-Manneh ha recentemente riconosciuto in questo una parte della complessiva strategia politica israeliana, che inscrive tra le tecniche di “wars of politicide”, necessaria alla continuazione della sua espansione coloniale. 

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

  1. Le criticità al ruolo dell’Anp

Oltre alle divisioni interne e alla competizione intrapalestinese per la ricostruzione, tra gli strascichi complessivi ereditati dalla seconda intifada va ricordato il rafforzamento della dipendenza dell’Autorità Palestinese dall’estero. In realtà, sin da Oslo, l’Autorità Nazionale Palestinese è stata definita un “donor-driven state” che ha fatto dell’apparato di sicurezza il perno dello sviluppo della sua burocrazia statale. D’altronde, la linea guida seguita ad Oslo fu strettamente legata all’idea di sicurezza. Era questa, infatti, la garanzia riconosciuta come necessaria alla pace. Un’idea di pace costruita attorno al mantra della stabilità, il cui raggiungimento sarebbe stato possibile soltanto attraverso la convergenza tra élite israeliane e palestinesi, risoltasi in una cooperazione impari che ha finito per rafforzare lo status quo e ha incastrato lo sviluppo del processo di state-building palestinese all’interno della cornice dell’occupazione. Oslo ha quindi rappresentato un momento centrale nell’ istituzionalizzazione del carattere parassitario del sistema politico palestinese, quotidianamente oggetto di denuncia e sfiducia popolare. 

Il 25 settembre scorso, col discorso in occasione della 75esima Assemblea Generale ONU, Abbas ha sottolineato la continuità e la coerenza della posizione palestinese dal 1988 fino ad oggi, ricordando le tappe cruciali del processo di pace, passando quindi per Madrid e Oslo. Questo gli ha permesso di sottolineare la delegittimazione della mediazione internazionale operata da Israele, con l’appoggio dell’attuale amministrazione statunitense, e di ricordare ai vicini arabi che la rottura della pace araba, verso cui gli Accordi di Abramo stanno andando, significa compromettere la possibilità di ottenere una pace duratura nel rispetto del diritto internazionale. Solo contro tutti e con le casse interne in rosso, Abbas sembra oggi attaccarsi al diritto internazionale in quanto ultimo strumento attraverso cui rilanciare la paternità della causa palestinese. La richiesta di una conferenza che abbia piena autorità nell’avviare un nuovo processo di pace, a partire dal coinvolgimento di tutte le parti storicamente protagoniste del conflitto, testimonia l’urgenza palestinese di trovare nuovi e forti appoggi interni alla comunità internazionale. Infatti – nonostante l’impegno di indizioni di nuove elezioni legislative e presidenziali, volte al superamento delle ormai pluriennali divisioni politiche intrapalestinesi e come nuovo tentativo di recupero della fiducia interna – Abbas sa benissimo di non potersi permettere azioni forti di rottura, a causa dello scarso sostegno, sia sul piano domestico che internazionale, di cui oggi gode. 

 

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block; text-align:center;” data-ad-layout=”in-article” data-ad-format=”fluid” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”8401026869″>[/et_pb_code][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″]

  1. Una boccata d’ossigeno: il movimento femminista e anticoloniale Tal’at

Il discorso in sede ONU sopra citato restituisce al meglio la debolezza attualmente vissuta delle istituzioni palestinesi, incastrate in scelte politiche strategiche passate – maggiore causa della corrosione della loro legittimità popolare – che hanno finito per restringere al massimo le loro possibilità d’azione.  Pertanto, la sfiducia popolare nei confronti delle forze politiche dall’ampio spettro istituzionale palestinese non ricalca semplicemente l’attuale tendenza globale di sfiducia nei confronti degli apparati politici tradizionali, ma ha radici storiche rintracciabili nella colonizzazione passata e presente. 

 “L’essere stato” diventa l’unica ed esigua lente attraverso cui la leadership politica esamina il progetto di liberazione nazionale, e contro cui vengono valutate le strategie. Diventa anche la lente analitica e funzionante che gli attori internazionali usano per giustificare gli interventi, i pacchetti di aiuti, il benchmarking politico. Eppure, tale convergenza di obiettivi e approcci rinforza l’impasse.”  Vedere nel controllo della popolazione lo strumento attraverso cui costruire la propria legittimità statale ha significato fare il gioco dell’occupante, rendendo minime le possibilità di libertà popolari. Il risultato è ormai sotto gli occhi di tutti: da Fatah ad Hamas nessuno ha più la forza di organizzare l’opposizione popolare ad Israele.  Eppure, l’imprevisto può cambiare il corso della storia. E l’imprevisto è sempre stato incarnato dai movimenti femministi. Anche oggi in Palestina il rinvigorimento del movimento nazionale potrebbe essere determinato dalla spinta proveniente dal nuovo movimento femminista e anticoloniale Tal’at, che sta performando una nuova narrazione della liberazione nelle piazze degli ultimi mesi. Dal rigetto collettivo della violenza patriarcale passa, secondo la nuova generazione di palestinesi, la forma nuova della politica di liberazione.

La frammentazione dell’agire collettivo, rafforzata dal consolidamento delle strutture patriarcali intracomunitarie, ha favorito il controllo e la colonizzazione israeliana. A partire da questa consapevolezza, il nuovo agire femminista e anticoloniale trae forza dal quotidiano e interroga ogni forma relazionale, andando oltre i confini statali dell’immaginazione politica ed incarnando, contemporaneamente, una risposta “ […] al silenzio delle fazioni politiche, al progetto fallito di Stato palestinese voluto dall’Anp in Cisgiordania, che non tiene conto della volontà del popolo perché nega che la questione palestinese sia unica e non frammentata”.

[/et_pb_text][et_pb_code _builder_version=”4.5.4″ hover_enabled=”0″] style=”display:block” data-ad-format=”autorelaxed” data-ad-client=”ca-pub-7315138348687543″ data-ad-slot=”3043690149″>[/et_pb_code][/et_pb_column][/et_pb_row][/et_pb_section]

Latest from ANALISI

LA CAMBOGIA RISCHIA DI NON VEDERE PIÙ LA DEMOCRAZIA

[et_pb_section fb_built=”1″ _builder_version=”3.22″][et_pb_row _builder_version=”3.25″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”][et_pb_column type=”4_4″ _builder_version=”3.25″ custom_padding=”|||” custom_padding__hover=”|||”][et_pb_text _builder_version=”4.5.4″ background_size=”initial” background_position=”top_left” background_repeat=”repeat”] Tra