USA-IRAN: TREGUA CHE LASCIA IL TEMPO CHE TROVA

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Dopo gli ultimi attacchi alle postazioni statunitensi presenti in Iraq, le brigate di Hezbollah hanno annunciato una tregua temporanea con Washington, ma a due condizioni precise.

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La scorsa settimana, Mohammad Mohi, il portavoce delle brigate di Hezbollah ha dichiarato una tregua temporanea tra le milizie filo-iraniane e le truppe americane in Iraq. Qualche settimana prima, alcuni missili avevano colpito la Green Zone di Baghdad, sede dell’ambasciata americana nel paese, e un ordigno esplosivo aveva preso di mira un convoglio diretto verso il governatorato settentrionale di Salah Al-Din, dove si trovano le truppe statunitensi della Coalizione Internazionale anti-terrorismo. Le dichiarazioni di Mohi confermano che i responsabili di questi attacchi, come anche quelli dei mesi precedenti, sono gruppi paramilitari filo-iraniani di cui, l’attuale governo di Mustafa al-Kadhimi, ha sottolineato la necessità di dover ridurre il peso politico-militare in Iraq.

Ricostruire gli eventi che, dalla fine dello scorso anno a oggi, hanno coinvolto Teheran e Washington in Iraq, ci aiuta meglio a comprendere come si è arrivati a questa tregua e quanto potrà essere duratura. A dicembre 2019, l’amministrazione americana, preoccupata dalla presenza di milizie finanziate e addestrata dall’Iran in Medio Oriente, aveva bombardato in Siria e Iraq alcuni depositi d’armi sotto il controllo del gruppo paramilitare sciita Hezbollah. Il 3 gennaio 2020, in un raid aereo americano, vengono uccisi Qasim Suleimani e Abul Mahdi al-Muhandis, Il primo era capo della falange al-Quds, facente parte della coalizione militare filo-iraniana delle Forze di Mobilitazione Popolare, l’altro era il vicecomandante di quest’ultime. Da quel momento in poi, al maggior deterioramento delle relazioni USA-Iran, si sono intensificati gli attacchi alle postazioni statunitensi presenti in Iraq, al punto tale che, a fine settembre, l’amministrazione americana ha minacciato la chiusura della sua ambasciata a Baghdad.

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Ritornando alle ultime dichiarazioni del portavoce delle brigate di Hezbollah, sono due le condizioni che regolano la tregua temporanea con le truppe statunitensi: le milizie filo-iraniane non dovranno essere colpite; il governo iracheno dovrà disporre un calendario che regoli il ritiro definitivo dei soldati americani, attuando la decisione emanata dal Parlamento iracheno all’indomani del raid aereo di gennaio.  

Nonostante il numero delle truppe statunitensi presenti in Iraq si sia progressivamente ridotto dall’inizio di quest’anno, è certo che un loro ritiro non si realizzerà nel breve termine. Non solo per il rinnovato attivismo di alcune cellule terroristiche a nord del paese, dove si trovano le truppe americane della Coalizione internazionale anti-terrorismo di cui necessita il governo iracheno nella lotta ai brandelli dello Stato Islamico, ma anche perché un loro ritiro consentirebbe a Teheran di rafforzare la sua influenza in Iraq e nella regione, ultima cosa che Washington vuole in Medio Oriente. Alla luce di ciò, è evidente che il livello di tensione tra milizie filo-iraniane e truppe statunitensi è destinato a rimanere alto in Iraq, paese che, a meno di un anno dal raid aereo del 3 Gennaio, rischia sempre più di diventare scenario del confronto militare indiretto tra Washington e Teheran.

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Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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