LA SVEZIA AGGIORNA LA SUA ARCTIC POLICY: UN CONTINUUM RINNOVATO

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I rapidi cambiamenti in Artico obbligano gli Stati artici ad aggiornare le rispettive strategie nella regione. La Svezia aggiorna la sua Arctic Policy per affermarsi protagonista.

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Nonostante un territorio estremamente esteso la Svezia conta circa dieci milioni di abitanti. Essendo anche circondata da potenze che nel contesto internazionale giocano un ruolo di prim’ordine, l’approccio politico estero svedese è sempre stato improntato sulla ricerca di collaborazione e sinergia a livello internazionale. Un approccio la cui natura deriva anche dall’impossibilità di affrontare individualmente le enormi sfide che la rapida evoluzione del contesto geopolitico artico pone. Come membro del’Unione Europea la Svezia ha più volte ribadito l’importanza di un approccio cooperativo da parte dell’Unione che, tuttavia, sta attraversando un periodo di profondo cambiamento. Infatti, tra i Paesi membri, la Svezia è una delle prime vittime del cambiamento climatico, fattore emerso prepotentemente con l’emergenza incendi che scoppiò nel 2018 coinvolgendo il Paese da Nord a Sud.

La necessità di accelerare su determinati punti ha condotto la leadership svedese a diramare un aggiornamento della sua Arctic Policy che, come quella degli anni passati, ha come leitmotiv la cooperazione internazionale nell’affrontare le nuove sfide. Sei sono i pilastri intorno a cui ruota il documento:

  • International cooperation in the Arctic
  • Security and stability
  • Climate and environment
  • Polar research and environmental monitoring
  • Sustainable economic development, as well as Swedish business interests
  • Securing good living conditions

L’obiettivo dei sei punti sopra citati è quello di rendere la Svezia un Paese dal profilo artico innovativo, attraente e competitivo.

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Non sembra azzardato affermare che la neutralità svedese abbia contribuito alla stabilità del Nord Europa tutto. L’alleato statunitense ha sempre assicurato, almeno a livello percettivo, una sicurezza e una stabiltà priotettata negli anni, tuttavia, nessun partito politico ha mai deliberatamente osteggiato un dialogo con la Cina che in Artico cominicia a far sentire la sua presenza e che per la Svezia rappresenta una fonte di investimento potenzialmente importante e uno dei maggiori mercati. Se un giorno questo atteggiamento possa diventare un trigger point per le relazioni svedesi con l’estero ce lo dirà il tempo, ma al momento la politica estera che ruota intorno all’idea di neutralità e cooperazione attiva sembra aver dato i suoi frutti.

Di primaria importanza e fonte di qualche preoccupazione per Stoccolma, sono la stabilità della regione baltica e il rapporto con il vicino russo. La strada del dialogo e della non ingerenza hanno sempre contraddistinto l’approccio svedese che punta moltissimo sul ruolo dei forum internazionali di cui fanno parte entrambi i Paesi: il Council of the Baltic Sea States, il Barents Euro-Arctic Council e l’Arctic Council. Fattore emerso chiaramente nel periodo di presidenza svedese della North Defence Cooperation (Nordefco) contraddistinto da una forte pressione sul miglioramento delle relazioni tra i Paesi nordici e quelli al di là dell’Atlantico.

La strategia svedese non cambia. Neutralità e collaborazione i punti fermi. Si lavora per rendere la Svezia un Paese ancor più performante dal punto di vista della ricerca e della conoscenza scientifica dell’area. Le nuove sfide che l’Artico pone obbliga gli Stati artici ad aggiornare le proprie Arctic Policy, ma anche se tutte improntate all’approccio collaborativo, sarebbe auspicabile un approccio regionale condiviso, che per la regione in oggetto, consisterebbe in un approccio scandinavo. Interessi e sfere di influenza però determinano il percorso di ogni Paese che è diverso dall’altro. L’augurio è che tutte queste strade convergano nell’intento di adottare regimi di sviluppo sostenibili e rispettosi delle comunità autoctone.

 

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Marco Volpe

Ciao a tutti, sono Marco Volpe, analista dello Iari per la regione artica. La mia passione per l’estremo Nord viene da lontano. Mi piace considerarla come il punto di arrivo che ho inseguito per tanto tempo, raggiunto attraverso un percorso iniziato con lo studio del cinese alla Sapienza di Roma, poi alla Beijing Language and Culture University di Pechino e all’Istituto Confucio di Leòn. Gli studi di relazioni internazionali condotti alla University of Leeds mi hanno dato gli strumenti per poi interpetare l’ascesa inarrestabile cinese nell’ordine globale. A quel punto era diventato imprescindibile approfondire il rapporto della Cina con l’ambiente, e il mio sguardo si è allora posato su quell’area remota del mondo ancora apparentemente fuori dai giochi internazionali e dai grandi investimenti, dove la cura per l’ambiente conta più di tutto. Un’area che ovviamente aveva già attirato le attenzioni della lungimirante leadership cinese. E così, tornato a Roma, ho frequentato un master sulla geopolitica artica e sviluppo sostenibile presso la Sioi, focalizzando la mia attenzione sulle mire cinesi nell’area. Il risultato è un pò il punto di arrivo di cui parlavo: collaborare e far parte di think tanks, tra cui lo Iari e l’Arctic Institute, che mi permettono di avere un confronto maturo, professionale ed appasionato sulle vicende internazionali che scandiscono il ritmo delle geopolitica odierna. Un punto di arrivo che è, ovviamente, un nuovo punto di partenza.
Mi sono appassionato alla fotografia quando, durante il mio primo viaggio in Cina, mi trovavo di fronte delle scene e dei volti che non potevo non immortalare. Ciò di cui non posso fare a meno è sicuramente la musica, soprattutto nella sua dimensione live e di festival. Radiohead, Mumford and Sons e National gli artisti che non posso non ascoltare prima di andare a letto.

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