LA “RIVOLUZIONE DI OTTOBRE” IN IRAQ: VERSO UNA GUERRA CIVILE INEVITABILE?

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Il mese di ottobre segna l’anniversario delle proteste in Iraq. Durante il corso dell’anno appena trascorso, la popolazione si è riversata nelle strade e nelle piazze domandando riforme durevoli, la fine della corruzione e del nepotismo dilaganti all’interno del governo. La risposta governativa è stata la repressione violenta dei protestanti, con qualsiasi mezzo. Nonostante ciò gli iracheni hanno continuato e continuano a protestare affinché le loro richieste vengano accolte. Il perdurare del malcontento, potrebbe creare le condizioni per un ritorno alla guerra civile, uno scenario che ricorderebbe la situazione destabilizzante che si è verificata durante i primi anni post caduta Saddam Hussein.

La natura delle proteste e le istanze dei protestanti: motivazioni socio-economiche e politiche

Ma cosa ha dato inizio alle proteste irachene? Apparentemente il motivo scatenante sembra essere stato la rimozione del Generale al-Sa’adi – figura simbolo della lotta al Califfato Islamico – dal proprio incarico di Vicecomandante delle Unità antiterrorismo. La popolazione si è autonomamente riunita, dunque, in piazza Tahrir per protestare contro tale decisione. Nonostante ciò, le cause profonde alla base di questo movimento spontaneo, venutosi a creare dal basso, vanno ricercate a livello socio-economico e politico. Esso, infatti, è la conseguenza di anni di risentimento nei confronti di una élite politica corrotta e di un sistema politico, la muhasasa ta’ifiyya, in vigore dal 2003, che stabilisce una rappresentanza governativa su base etno-settaria secondo criteri proporzionali, favorendo di fatto la popolazione sciita. Tale sistema non solo ha perpetrato una situazione di indigenza dello stato iracheno, permeato da disoccupazione, mancanza di servizi, clientelismo e corruzione, ma ha anche esacerbato la divisione settaria presente all’interno del paese, sulla scia del divide et impera abitualmente attuato in Medio Oriente, non permettendo di fatto la creazione di una vera e propria identità nazionale. Ed è proprio una nuova vera identità nazionale quella che domandano i manifestanti nelle piazze e nelle strade, intonando cori quali “Nurid Watan”, vogliamo una nazione, nonché riforme socio-economiche tali da permettere una prospettiva di futuro alle migliaia di manifestanti che vivono in condizioni di indigenza e precarietà.

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Un movimento eterogeneo

Sarebbe estremamente riduttivo analizzare il movimento di protesta popolare sorto in Iraq leggendolo in chiave settaria. A rendere tale movimento un unicum nella storia irachena post- Saddam è la propria natura a-settaria e acefala: il movimento, nato in maniera spontanea, non risulta essere né confessionale né etnico ed è composto da una base sociale sciita che contesta le élite dirigenti sciite. La nuova narrativa politica che emerge dalle proteste ci permette di identificare due tipi di attori all’interno del movimento. Innanzitutto, la nuova generazione di giovani socialmente svantaggiati e non istruiti, simbolo di una integrazione sociale assente che, nell’utilizzo di slogan quali “vogliamo una nazione” e inneggiando alla caduta del regime, adottano una logica rivoluzionaria di ampia portata. La risposta delle élite di governo alla quale si trovano di fronte è l’utilizzo della violenza per difendere i privilegi da loro acquisiti negli anni. Dall’altro lato abbiamo invece gli intellettuali impegnati: medici, studenti universitari e giornalisti i quali tentano di adottare la logica di funzionamento di un movimento sociale, ma non hanno la stessa capacità di mobilitazione dei primi. Un movimento di contestazione di tale ampiezza ed eterogeneità mette in discussione l’identità, la sovranità e la capacità dello stato iracheno di porre in atto cambiamenti efficaci che rispondano alle istanze di una società che va culturalmente trasformandosi.

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Sovversione dei ruoli di genere: le donne come vettore di cambiamento

Il processo di unità popolare che tale manifestazione ci mostra, solleva una questione fondamentale e rimarchevole nell’ambito dei sollevamenti popolari, ovvero il ruolo delle donne. Dal Libano all’Iraq, passando per il Sudan, le donne sono stati e sono tutt’ora simboli e motori di questi nuovi movimenti popolari, nonché vettori di cambiamento. In Iraq, la partecipazione femminile dimostra che quella dinanzi alla quale ci troviamo è una società civile nuova e rinnovata, che sta guarendo da anni di frammentazioni sociali profonde. I protestanti, donne e uomini, scendono in piazza riappropriandosi dello spazio pubblico, e, creando norme sociali e legami nuovi, danno vita un nuovo ordinario nel quale non solo chiedere, ma mettere in atto tale cambiamento per il quale scendono in piazza e mettono a rischio le proprie vite. La partecipazione femminile alle proteste irachene risulta essere assidua e continuativa sin dal loro inizio. Nonostante ciò, l’ala governativa ha costantemente cercato di sminuirne il ruolo, circoscrivendolo alla mera “divisione delle tende dei manifestanti”. Caso esemplare risulta essere il Tweet datato 8 Febbraio di Mukqtada Al-Sadr, personaggio ambivalente in relazione alle proteste, nel quale egli fa uso di queste parole per sottolineare la condotta immorale delle protestanti in particolare e, così facendo, sminuirne il ruolo e la portata. In risposta, il 13 Febbraio donne di ogni età ed estrazione sociale si sono riversate nelle strade e nelle piazze di molte città, da Baghdad a Al-Najaf -la capitale spirituale sciita- dando vita ad una marcia dai toni rosa.

Interessante notare come la maggior parte delle partecipanti indossasse kūfiyyāt rosa, copricapi tipici maschili marcati da colori prettamente femminili, proprio a rimarcare l’unione della popolazione in totale contrasto rispetto un sistema che si è fatto giocoforza di decenni di divisioni e politiche identitarie. Risulta quanto mai necessario citare la definizione coniata da Maya Mikdashi di “Sextarian System”, un sistema basato non solo sulle divisioni settarie, religiose ed etniche ma anche su quelle di genere, e che esercita il suo potere attraverso di esse. Tale definizione ci permette di integrare una ulteriore componente al complesso scenario che risulta essere il sistema politico e sociale iracheno e che necessita di essere letto con una nuova chiave di lettura soprattutto alla luce della quarta ondata femminista che sta permeando il mondo.  La presenza delle donne nelle piazze e nelle strade le rende quanto mai bersaglio di ripercussione e violenza da parte dello stato; moltissime sono le attiviste che hanno pagato con la loro vita il loro essere in prima linea. Nonostante ciò, le donne continuano nelle loro attività di protesta e disobbedienza civile, scrivendo sui giornali e documentando on-line le brutalità del governo contro i manifestanti.

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Verso una nuova guerra civile?

A distanza di un anno, il rischio di scivolamento verso un conflitto potenzialmente devastante se non si giungesse ad un punto di incontro tra governo e movimento si fa sempre più presente. E, date le modalità repressione adottate dallo stato, la situazione nella quale l’Iraq si trova non è poi così lontana da quella di una guerra civile. Quello dell’Iraq è un sistema statale fragile che, al posto di comprendere le richieste dei manifestanti, si fa gioco delle debolezze di un movimento, che, seppur omogeneo e unito, è al suo interno frammentato tra diverse fazioni, pro-Iran, pro-US e nazionalisti, e che potrebbero comprometterne il moto unitario contro settarismo, divisioni di genere e corruzione endemica. Se le cause profonde del conflitto non verranno prese seriamente in considerazione dal governo e se questo non si muoverà con ogni mezzo per far sì che un cambiamento sia veramente in atto, le proteste rischiano di continuare o intensificarsi. Se ci poniamo al livello del paradigma di un movimento sociale, ci sono stati dei successi considerevoli: a seguito delle proteste si è assistito tre cambi di Primo Ministro, a seguito delle dimissioni di Adi Abdul-Mahdi, la riforma della legge elettorale e della costituzione sono state approvate ma devono essere revisionate dal Parlmaneto e il governo si è impegnato a costruire dei lotti abitativi popolari per i meno abbienti e a creare nuovi posti di lavoro. Le proteste probabilmente si disperderanno solo se il sistema politico sarà riformato alla radice, le milizie saranno perseguite per le loro azioni violente contro i manifestanti, la corruzione sarà effettivamente sradicata e i servizi pubblici forniti, con pari opportunità di lavoro per i giovani che non dipendono dallo Stato o dal settore petrolifero.

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Fonti

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