IL SILENZIO SULLA QUESTIONE CINESE NELLE ELEZIONI NEOZELANDESI

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A pochissimi giorni dalle elezioni generali in Nuova Zelanda il silenzio da parte di entrambi i candidati riguardo al fondamentale rapporto con la Cina è più eloquente di quanto sembri. L’assenza del gigante asiatico dal dibattito elettorale testimonia un approccio tanto cauto quanto pragmatico ai problemi generati dalla dipendenza commerciale dal “Dragone”.

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La Nuova Zelanda si prepara ad una tornata elettorale dall’esito apparentemente scontato. Forte dell’ampio consenso guadagnato grazie alla prudente gestione dell’emergenza COVID-19, il candidato del Labour Party e attuale Primo Ministro, Jacinda Ardern vanterebbe di un vantaggio di 15 punti percentuali sull’avversaria del National Party Judith Collins, secondo i più recenti sondaggi. Si tratta di una situazione invidiabile per qualunque partito politico. Tali numeri, infatti, permetterebbero al Labour Party di governare quasi indisturbato, evitando, così, la rincorsa a coalizioni di governo eterogenee che inevitabilmente rallenterebbero i lavori della maggioranza. A meno di futuri colpi di scena, Jacinda Ardern ha poco di cui preoccuparsi. Dibattito dopo dibattito, la leader labourista guadagna consensi e si prepara al secondo mandato. Le critiche da parte dell’opposizione riguardanti le risposte alla duplice crisi generata dalla pandemia – sia finanziaria che economica – sembrano infatti non avere presa sull’elettorato. Nonostante l’economia neozelandese abbia subito una contrazione del proprio PIL del 2% solamente nell’ultimo semestre, gli elettori kiwi sembrano riporre la propria fiducia nell’attuale primo ministro Ardern per uscire dalla recessione.

 Questa via d’uscita dipende in gran parte da un fattore che permea l’agenda di qualsiasi policy maker neozelandese da più di quaranta anni: il rapporto con la Cina. Tuttavia, nessuno dei due principali candidati ha sfiorato questa ingombrante questione. Come si comporterà, quindi, il prossimo governo a riguardo? Il rapporto tra il dragone e i kiwi è una storia di record. Dopo il riconoscimento da parte di Wellington della Repubblica Popolare Cinese nel 1972, la Nuova Zelanda è stato il primo stato “occidentale” a spingere per l’inclusione di Pechino nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 1997 e, successivamente, a concludere un accordo di libero scambio con la Cina nel 2008. Più recentemente, Wellington detiene il primato di primo stato “occidentale” ad entrare a far parte della Asian Infrastructure Investment Bank e della Belt and Road Initiative, rispettivamente nel 2015 e nel 2017.

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Sin dall’entrata del Regno Unito nel mercato unico europeo nel 1972, infatti, il destino dell’economia neozelandese è legato a doppio filo al più prossimo nord. In particolare, Wellington ha trovato nella Cina una meta ideale per le proprie esportazioni – principalmente prodotti agricoli. Pechino è di gran lunga il principale partner commerciale di Wellington e l’intensificarsi dei rapporti con la Cina ha permesso alla Nuova Zelanda di ripararsi dagli effetti della crisi economico-finanziaria del 2008. Tuttavia – come i propri cugini australiani – Wellington sembra essere preoccupata dall’eccessiva dipendenza commerciale dalla Cina. In particolar modo, le ansie neozelandesi derivano dall’uso di Pechino del commercio come oggetto contundente per salvaguardare i propri interessi strategici, guadagnarsi supporto in diversi forum multilaterali e, talvolta, silenziare critiche. Forte dell’esperienza australiana, Wellington mantiene un approccio più cauto, pur cercando di diversificare i propri partner commerciali e limitare l’influenza cinese sulla politica interna neozelandese. La Nuova Zelanda, infatti, sta attualmente negoziando trattati di libero scambio con il Regno Unito e l’Unione europea e ha rivisto le proprie leggi regolanti gli investimenti esteri. Il tutto evitando di esternare le proprie preoccupazioni legate all’assertività cinese. L’esclusione di Huawei dalla lista di fornitori di tecnologie core per lo sviluppo della rete 5G è stata motivata da valutazioni legate alla “sicurezza nazionale” – clausola introdotta dalla nuova legislazione sugli investimenti esteri – accuratamente evitando di menzionare il rischio di interferenze del Partito Comunista Cinese.

Inoltre, in seguito alle rivelazioni sul passato come insegnate di inglese per i servizi segreti cinesi del parlamentare del National Party Jian Yang, il parlamento neozelandese ha avviato un’indagine senza introdurre leggi più severe per contrastare influenze esterne – mossa che, invece, ha scatenato l’ira del “Dragone” sull’Ausralia. In questo modo, Wellington è riuscita ad evitare quelle ritorsioni che ultimamente caratterizzano la postura strategica di Pechino. Le due sfidanti nelle attuali elezioni generali sanno che, tentativi di diversificazione a parte, il gigante asiatico rimane un partner essenziale per rilanciare la crescita economica nel periodo post-pandemia. Il silenzio di Jacinda Ardern e Judith Collins non è, quindi, da interpretare come un atteggiamento di deferenza. La Nuova Zelanda sta cercando di diminuire la dipendenza dalla Cina per ritagliarsi un maggiore spazio strategico che le permetta di difendere al meglio i propri interessi senza sacrificare i propri valori. D’altronde, i kiwi sono famosi per il loro proverbiale pragmatismo. Il silenzio dei candidati sembra significare che, piaccia o meno, il rapporto con la Cina rimarrà fondamentale, specie in tempi di crisi. Evitare atteggiamenti dichiaratamente conflittuali – o evitare proprio di politicizzare eccessivamente la questione in campagna elettorale – è parte dei calcoli di Wellington per non inimicarsi Pechino. Indipendentemente dal risultato elettorale, cautela e pragmatismo sembrano essere le parole chiave che guideranno la politica estera neozelandese nei confronti della Cina.

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