NAMIBIA: PERCHÉ LE FORZE POLITICHE NON RIESCONO A RISOLVERE IL PROBLEMA DELLA VIOLENZA DI GENERE

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#SheHerName è l’hashtag che sta accompagnando le proteste in Namibia in seguito al ritrovamento, di mercoledì 7 ottobre, del corpo di Shannon Wasserfall, sepolto tra le dune della città portuale di Walvis Bay.Migliaia di donne, attivisti ed intellettuali sono scesi per le strade di Windhoek, ed altre città del Paese, per contestare i continui episodi di violenza e chiedere l’intervento delle forze politiche. Oltre alle strade, le proteste hanno trovato terreno anche nei social media favorendo la diffusione di una petizione che chiede le dimissioni del Ministro per l’uguaglianza di genere, Doreen Sioka, e la dichiarazione dello stato di emergenza. Attualmente è noto che la polizia è intervenuta cercando di sedare le proteste utilizzando lacrimogeni e sparando sulla folla pallottole di gomma. Inoltre almeno 27 persone sarebbero state arrestate, tra cui 3 giornalisti.

Il ritrovamento di Shannon Wasserfall, la cui scomparsa era stata denunciata ad aprile, ha riportato l’attenzione sul problema della violenza di genere in Namibia. Secondo un report di UNWOMAN, del 2016, almeno il 26,7% delle donne intervistate tra i 15 e i 49 anni hanno dichiarato di aver subito forme di violenza e abusi dai propri partner almeno una volta nella vita. Prendendo in riferimento, invece, un periodo di 12 mesi (2015-2016), le donne vittime di violenza sarebbero state il 20%. Non si dispone invece di dati sui casi di stupro o molestie perpetrati da estranei. I dati indicati sono in grado di fornire solo un’immagine parziale della situazione. È chiaro, infatti, che le donne spesso rinunciano a denunciare gli abusi subiti per diversi fattori: il timore che ne deriva; la carenza di strutture di sostegno; la diffidenza verso le istituzioni e le forze dell’ordine.

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Dal punto di vista formale, in realtà, la Costituzione del 1990, modificata nel 2014, riconosce alcune forme di tutela. Oltre all’articolo 10 che vieta qualunque forma di discriminazione (per sesso, colore o appartenenza religiosa), gli artt. 8 e 9 dichiarano che nessuno può essere sottoposto a forme di schiavitù o a torture, umiliazioni o trattamenti degradanti. Dal punto di vista legislativo le forze politiche hanno cercato di dare attuazione a questi principi in tutela delle donne attraverso il Combating of Domestic Violence Act, del 2003, e il National Plan of Action on Gender Based Violence, del 2012. Tuttavia il Comitato per la lotta alla discriminazione e alla violenza contro le donne (CEDAW) ha evidenziato il perdurare di episodi di violenza nel Paese, in particolare casi di stupro o di femminicidio commessi dai partner delle vittime. Ad aggravare la criticità della situazione è il numero bassissimo dei procedimenti giudiziari contro gli autori delle azioni di violenza e il numero altrettanto basso di denunce da parte delle vittime. Nonostante quindi lo Stato abbia cercato negli anni di adottare alcune misure contro la violenza di genere, tra cui l’inasprimento delle pene, il suo intervento continua a dimostrarsi insufficiente.

Le ragioni sono da ricercare soprattutto in due aspetti: l’inadeguatezza e l’impreparazione del sistema giurisdizionale dotato spesso di giudici conservatori e tendenzialmente sessisti; il persistere di forti stereotipi di genere che alimentano la violenza in tutti i livelli della società.Ostacoli che per essere rimossi richiederebbero la cooperazione sinergica delle scuole, dei media e di tutte le forze politiche e sociali, con il fine di espandere i programmi di istruzioni pubblica, informare le donne sui loro diritti ed implementare veri e propri programmi di sostegno. Combattere gli stereotipi, del resto, si rivela spesso l’arma migliore per sconfiggere la violenza.

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Giusy Monforte

Cari lettori, ho il piacere di presentarmi, sono Giusy Monforte, analista dell’Istituto Analisi Relazioni Internazionali (IARI).
La mia passione per la geopolitica è iniziata a Catania, dove mi sono laureata in Politica e Relazioni internazionali. Successivamente mi sono spostata a Napoli, città che mi ha letteralmente incantata per la sua capacità di restare fedele alle sue radici identitarie pur guardando verso l’Europa. A Napoli ho conseguito una laurea magistrale in Studi Internazionali presso “L’Orientale”, dedicando particolare attenzione al mondo arabo e al diritto islamico, con il fine di inquadrare quest'ultimo nelle scienze giuspubblicistiche. Dopo la laurea ho continuato i miei studi e non ho mai smesso di scrivere: ho collaborato con diverse riviste di geopolitica.
Ho avuto la fortuna di salire a bordo di questo Think Tank sin dall’inizio riuscendo, in questo modo, a dare il mio contributo dalle sue prime manovre e a crescere professionalmente insieme ad esso. Allo IARI mi occupo soprattutto di temi afferenti al costituzionalismo in Africa e negli Stati a maggioranza musulmana.
La mia curiosità verso il mondo si riversa probabilmente anche nelle altre attività.
Dedico il resto del mio tempo alla ricerca delle scoperte musicali e vado spesso ai Festival che ti permettono di spaziare dal dreampop alla Jazztronica, senza sembrare una persona confusa, e a condividere, contemporaneamente, la passione per la musica con persone provenienti da tutto il mondo. Amo viaggiare, oltre che fisicamente, anche attraverso il cinema: seguo con particolare interesse il cinema iraniano e coreano, ma confesso che il mio cuore appartiene al canadese Xavier Dolan.
La parola che odio di più è etnocentrismo: spesso si ignora che non esiste solo una prospettiva e che la realtà ha diverse facce se imparassimo a guardarla con gli occhi degli altri.
La mia parola preferita, invece, è prònoia: perché l’universo può giocare anche a nostro favore ma a volte lo dimentichiamo

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