IRAQ: LE NUOVE SFIDE DEL GOVERNO AL-KHADIMI

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A seguito delle dimissioni presentante nel novembre scorso dall’ex capo del governo Abudl Mahdi, il parlamento iracheno ha votato, a Maggio, la fiducia ad un nuovo governo guidato dall’ex capo dei servizi segreti Mustafa al-Khadimi. Sono quattro le sfide principali che il governo dovrà affrontare: la pandemia da coronavirus, le proteste della popolazione, Daesh e gli Stati Uniti.

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L’elezione del nuovo governo tra tensioni e proteste

I mesi antecedenti alla formazione del nuovo governo da parte dell’ex capo dei servizi segreti iracheno Mustafa al-Khadimi, sono stati complessi. L’Iraq ha infatti vissuto più di sei mesi di intense ed estenuanti negoziazioni politiche condotte in un clima di forti proteste da parte della popolazione. Nonostante l’instabilità, che purtroppo da sempre caratterizza gli scenari politici e sociali iracheni, comunque il parlamento è riuscito ad approvare 15 ministri su 22 ed a formare il governo. Numerosi manifestanti sono scesi in piazza Tahrir a Baghdad, luogo simbolo delle rivoluzioni, per mostrare il loro disaccordo nei confronti del nuovo governo e in particolare per la scelta della nomina di primo ministro. Le proteste partite da Baghdad, si sono poi rapidamente propagate nelle principali città del paese: Najaf, Babylon, Wasit e Basra. Le manifestazioni esprimevano un sentimento di rabbia diffuso (ancora presente) tra la popolazione: con l’elezione di Mustafa al-Khadimi si eleggeva una figura espressione del vecchio sistema di potere clientelare: muhasasa ta’ifiyya”.  Questo sistema, che ha alla base la divisione del potere su basi etniche e religiose, ha prodotto negli anni, divisioni settarie, corruzione e instabilità politica. La popolazione chiede l’abolizione di questo sistema in quanto si ritiene responsabile di aver cronicizzato, per decenni, le problematiche del paese. Sono state molte le promesse fatte anche dai governi precedenti per rispondere ai bisogni della popolazione, ma la maggior parte delle volte non sono state mantenute. Non vedendo risultati concreti, la società è oggi, nei confronti della classe politica, molto sfiduciata. La società irachena ha bisogno di un innalzamento dei livelli di occupazione, specialmente nel settore giovanile, di una maggiore efficienza dei servizi pubblici e della garanzia di un sistema politico trasparente che agisce all’interno di un un regime democratico che sappia condannare e rendere giustizia anche alle le vittime uccise durante le proteste.

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La pandemia da Coronavirus

La pandemia da coronavirus inoltre ha aggiunto ulteriori criticità all’interno del sistema politico, sociale ed economico iracheno. Da Febbraio, mese in cui si ebbe il primo caso di coronavirus, i contagi crebbero rapidamente, a causa anche del contenzioso tra la popolazione e il governo. Tra questi, non si è riuscito a stabilire una collaborazione efficiente nella lotta contro il virus. Infatti nonostante il virus preoccupi una parte della popolazione, ci sono zone abitate da gruppi che non condividono lo stesso tipo di pensiero. Nelle zone rurali per esempio — dove si è concentrato il maggior numero di contagi e una scarsa osservanza delle misure di sicurezza — mercati aperti e assembramenti dovuti a funzioni religiose, non hanno agevolato l’osservanza delle misure di contenimento. Non solo nelle zone rurali si è registrata l’inosservanza delle misure di sicurezza ma anche in città come Baghdad, Najaf e Wasit. L’esplosione della pandemia infatti, ha comportato il crollo dei prezzi del petrolio, ed essendo lIraq il secondo paese OPEC in termini di produzione di greggio, l’economia è ora quasi al collasso. La chiusura dei servizi commerciali, dovuta alle misure per contrastare il più possibile i contagi, ha incontrato una grave crisi finanziaria, generando ulteriori malcontenti. Questi hanno trovato sfogo nelle piazze. L’assembramento di migliaia di persone non ha così assicurato il mantenimento delle distanze e delle misure di sicurezza. Il sistema sanitario, impreparato a causa della guerra, degli elevati livelli di corruzione e degli scarsi investimenti nel settore della sanità, non è stato in grado di gestire l’emergenza.

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La presenza di Daesh e la sua attività sul suolo iracheno

In termini di sicurezza e governance, la sfida principale del nuovo governo sta nel riuscire a prevenire una resurrezione di Daesh. La preoccupazione del governo riguarda l’azione del gruppo in tutto il paese, ma in particolare si dovrà porre particolare attenzione nelle regioni settentrionali disputate tra il governo centrale di Baghdad e il governo del Kurdistan, ad Irbil. Proprio qui tra Kirkuk, Diyala, Saladin e Niniveh Daesh è più forte a causa dell’assenza di forze di sicurezza, sia da parte del governo iracheno che dei peshmerga, le forze militari curde. In questi luoghi, la ricchezza in termini di petrolio è la prima ragione fondamentale che spiega l’origine del conflitto tra Baghdad ed Irbil. La contesa, che in prima istanza nasce per ragioni economiche, si scontra poi anche con problemi settari, essendo questi territori abitati da una grande pluralità di etnie e religioni. A seguito dell’espulsione da queste zone delle forze militari curde e della prese del potere da parte dell’esercito iracheno insieme alle forze di mobilitazione sciite, molte zone rurali — come per esempio lungo le montagne Hamrin — rimangono incontrollate. Questa zona  oggi viene sfruttata da Daesh come base di addestramento e accampamento. Attualmente essendo gran parte dell’attenzione del governo iracheno focalizzata sul contenimento della pandemia da coronavirus, Daesh riesce ad ottenere margini di manovra maggiori, libertà di movimento e possibilità di riorganizzazione. Nonostante molti esperti di terrorismo internazionale sostengono che sia improbabile una restaurazione del califfato islamico, comunque l’attività di Daesh alimenta intenzionalmente — a scopi politici — proprio quelle divisioni settarie e tensioni (per esempio quella tra sunniti e sciitii) che la popolazione vuole invece eliminare.

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Il ruolo degli Stati Uniti

Nella lotta contro Daesh, il neoeletto governo di al-Khadimi dovrà affrontare il futuro ruolo degli Stati Uniti nel paese e la relativa presenza delle truppe statunitensi. Le relazioni tra i due paesi a causa dell’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani su suolo iracheno, si sono incrinate e hanno portato ad una nuova ondata di tensioni. Si spiega così anche l’uccisione di Abu Mahdi al-Muhandis — capo della forza di mobilitazione popolare (milizia irachena prevalentemente sciita nata nel contesto della guerra civile che da sempre è attiva contro le forze militari americane) — che ha ulteriormente peggiorato i rapporti bilaterali USA-Iraq. In questo contesto, nell’Agosto scorso, si è tenuto il secondo round di incontri bilaterali tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro iracheno Mustafa al-Khadimi con l’obiettivo di discutere il futuro delle economie, della politica e della sicurezza nazionale dei due paesi. Questi incontri hanno favorito una presa di coscienza fondamentale: la promozione della stabilità delle relazioni tra Washington e Baghdad in un’ottica di sviluppo degli interessi reciproci dei due paesi.

 

I rapporti bilaterali tra  USA e Iraq ed il ritiro delle truppe

I round negoziali hanno fatto emergere, tra i due leader, una ulteriore necessità condivisa: il ritiro progressivo delle truppe statunitensi dal suolo iracheno. Donald Trump ha più volte manifestato l’intenzione di ritirare le sue truppe e al-Khadimi ha preso coscienza che non può più ignorare le richieste di chi, come la popolazione, scende in piazza per esigere un ritiro immediato. Il ritiro delle truppe statunitensi si pone come obiettivo quello di ristabilire la sovranità nazionale irachena e la rivendicazione della propria integrità territoriale. Certamente questo obiettivo non sarà raggiungibile se la lotta contro lo stato Islamico in Iraq — pur vedendo una nuova fase di cooperazione con gli USA — finisse per essere usata come pretesto per l’inizio di una nuova proxy war (un conflitto armato tra due stati o due attori non statali che agiscono sulla base di istigazioni di terzi che non sono direttamente coinvolti nelle ostilità) tra Stati Uniti e Iran in cui tutti, ma sopratutto l’Iraq, ne pagherebbero soltanto i gravi costi.

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