I LAOGAI: IL PREZZO DELLA LIBERTÀ

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“I laogai sono dei posti in cui si fabbricano due generi di cose: i prodotti e gli uomini”. Harry Wu

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láogǎi 劳改 , abbreviazione di láodòng gǎizào 劳动改造,  sono dei campi di lavoro nati intorno al 1950 e ancor oggi esistenti e funzionanti in tutta la Cina. Dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese avvenuta il 1° ottobre 1949 e la proclamazione del Presidente Mao, il sistema giudiziario preesistente è stato sostituito da un nuovo sistema legale che si ispirava a quello stalinista. Nei primi anni ’50, le politiche messe in atto da Mao Zedong con l’obiettivo di eliminare il dissenso hanno portato all’arresto di centinaia di migliaia di persone considerate “nemiche del popolo” e alla consequenziale necessità di realizzare delle strutture detentive nelle quali internarle. I laogai sono stati ufficialmente instituiti il 26 agosto 1954 attraverso la pubblicazione dello “Statuto sui Laogai” che li definisce come dei “centri di educazione e di addestramento” necessari per attuare “un processo di riforma dei criminali attraverso il lavoro, essenzialmente un metodo efficace per eliminare i criminali e i controrivoluzionari”. Secondo quanto ricercato da Sanne Deckwitz , fino al 1976, anno della morte di Mao, sono stati costruiti circa 2500 laogai in tutta Cina. Nel 1988 il Ministero di Giustizia ha affermato che i laogai  hanno una triplice funzione: punire e tenere sotto sorveglianza i criminali, riformarli e utilizzarli nel lavoro e nella produzione creando in tal modo ricchezza per la società”.La mancata definizione giuridica del termine “criminale” nel contesto cinese può legittimare la detenzione arbitraria di tutti quei soggetti considerati un pericolo per la stabilità sociale del Paese quali oppositori politici, dissidenti religiosi, minoranze etniche, businessman, giornalisti, studenti e professori.

Secondo quello che è il piano di Pechino, chi mina la stabilità del PCC e della Cina deve essere incarcerato e convertito in un buon cittadino sinizzato. Secondo quanto narrato nel testo “Gaobie Jiabiangou”  di Yang Xianhui, la trasformazione avviene attraverso varie fasi: la prima viene definita“Jiaodai zuixing” 交代罪行 ovvero “confessione dei crimini” e consiste in estenuanti sedute di critica durante le quali il detenuto è costretto ad auto-denunciarsi e a denunciare chiunque abbia espresso una opinione contraria al partito; la seconda è la“ Pipan rishi” 批判惹事 ovvero il pentimento e il riconoscimento pubblico della magnanimità del PCC che viene elogiato e al quale il detenuto si sottomette completamente nella terza fase, la “ Fuguan fujiao” 付管复交. Una volta superati questi tre stadi, i prigionieri sono sottoposti a 16-18 ore al giorno di lavori forzati, alla privazione di cibo e di sonno e a soprusi continui volti a demolire completamente l’identità del singolo e a creare un notevole vantaggio economico per la Cina che immette sui mercati internazionali merce prodotta a un costo bassissimo. Sebbene non se ne conoscano i dati precisi e sui documenti ufficiali i numeri varino di volta in volta, i vantaggi economici derivanti da questi campi sono indubbi: i bassissimi costi di manodopera e l’elevata produzione rendono la Cina tra i Paesi più competitivi nei mercati internazionali. Le aziende-laogai attualmente funzionanti si impegnano in molti tipi di produzione: dall’estrazione mineraria all’agricoltura e da grandi a piccoli prodotti dell’industria manifatturiera.

 

 
 
 

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Nel 2007 la Commissione europea ha cercato di limitare l’entrata dei prodotti “made in China” nei mercati europei affermando che “su ogni bene esportato la Cina deve dare garanzia scritta che non è prodotto nei laogai altrimenti la Commissione deve proibirne l’importazione nell’Ue”. Un rapporto della Laogai Research Foundation di Washington redatto tre anni dopo ha però rivelato l’esistenza di almeno 120 aziende-laogai ancora attive che non solo continuavano ad esportare in Europa i loro prodotti ma li pubblicizzavano anche sul web facendo concorrenza sleale alle imprese estere che operavano nel rispetto dei diritti umani.  L’ONU, Amnesty International e altre importanti ONG hanno denunciato e continuano a denunciare le gravi violazioni di diritti umani all’interno dei laogai ma la mancanza di clamore globale per l’arbitrarietà e la segretezza con la quale la Cina continua a far funzionare questo sistema sono un evidente segnale del potere che il Paese ha nello scacchiere internazionale e dei vantaggi economici . Come osserva Kenneth Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch, il gigante asiatico fa affidamento sulla sua forza economica per mettere a tacere le critiche e indebolire il controllo delle Nazioni Unite: si è opposta alle risoluzioni che condannano le violazioni dei diritti umani in Myanmar, Siria, Yemen, Bielorussia e altri paesi ampliando il suo consenso e ha fatto in modo che governi considerati leader dei diritti umani ignorassero la questione per non compromettere le relazioni commerciali con il Dragone. Inoltre oggi la Cina guida quattro delle 15 agenzie specializzate ONU ed è membro di una commissione del Consiglio per i diritti umani. Come sottolineato dal consigliere del ministero degli Esteri indiano, Ashok Malik, la Cina può così facilmente influenzare “le norme, i modi di pensare e la politica internazionale”.

 

Secondo le ultime analisi svolte dalla Laogai Research Foundationnella Repubblica Popolare Cinese sono oggi ancora attivi e funzionanti oltre 1500 Laogai e il numero dei prigionieri oscilla tra i 5 e gli 8 milioni di persone.  La situazione più allarmante si riscontra nello Xinjiang, regione di frontiera a nord ovest della Cina considerata tra gli snodi geostrategici più importanti per la realizzazione del Sogno Cinese e del mastodontico progetto One Belt One Road. In questo territorio vivono circa 13 milioni di uiguri, una minoranza etnica musulmana ampiamente sorvegliata e repressa da Pechino. Questa infatti risulta essere, dalla fine della seconda Guerra Mondiale ad oggi, la più gigantesca incarcerazione su base etnica al mondo. Dal 2016, anno in cui si è insediato il nuovo segretario provinciale del partito Chen Quangguo, la situazione è ulteriormente peggiorata e le politiche restrittive si sono fortemente inasprite: gli uiguri vengono costantemente perquisiti, scansionati da telecamere intelligenti e controllati attraverso programmi televisivi come “Uniti come un’unica famiglia” 结对认亲, Jiéduì rèn qīn), una iniziativa che ha coinvolto un milione di cinesi Han inviati dal governo centrale direttamente nelle case degli uiguri. Questi “ospiti” promuovono l’unità nazionale e vengono descritti come parenti ma in realtà sono delle vere e proprie spie del PCC che prendono nota e trasmettono tutti i comportamenti tenuti tra le mura domestiche al governo segnalando chi non ha un corretto livello di fedeltà al Partito. Il Consiglio di Stato cinese ha difeso le politiche adottate in questa regione attraverso la divulgazione del Libro bianco intitolato “Occupazione e diritti dei lavoratori nello Xinjiang”. Pubblicato a settembre 2020, il documento elogia il programma messo in atto da Pechino sottolineando gli importanti risultati ottenuti sia da un punto di vista economico che sociale per i residenti: circa 1,3 milioni di lavoratori sono stati inclusi in corsi di formazione volti all’apprendimento del mandarino e di  know-how da impegnare in tutti i settori. Nella relazione, i centri di educazione vengono definiti vocazionali e necessari per reprimere lo spirito indipendentista degli uiguri trasformandoli in partecipanti attivi e convinti della società cinese e facendoli uscire dalla povertà e dall’arretratezza.        

 
 

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La vita di chi ha resistito: Harry Wu        
           
Harry Wu è un cinese dissidente, è un attivista e difensore dei diritti umani. Wu è un testimone di verità che è sopravvissuto all’orrore dei laogai e ha continuato a vivere per rivendicare i diritti di tutti quelli che, come lui, sono stati privati della libertà. Detenuto per 19 anni, è stato punito perché cattolico, appartenente ad una famiglia benestante e in disaccordo con il supporto del PCC all’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956.    Il professor Wu, nel libro “Laogai: the Chinese gulag”, sostiene che “le parole “laogai”, “libertà” e “democrazia” non possono coesistere. Se esistono i laogai, non c’è né libertà né democrazia. Se ci sono libertà e democrazia, non possono esistere i laogai”. All’interno di queste strutture l’essere umano “perde la sua identità e diventa manodopera a costo zero, carne da macello; ti plasmano a loro piacimento, ti indottrinano, ti educano al comunismo, ti fanno il lavaggio del cervello, ti insegnano a non pensare e a non essere”.

Rilasciato nel 1979 in seguito alla morte del Presidente Mao ed espatriato negli USA, Harry Wu è stato investito della carica di portavoce di milioni di prigionieri e ha trascorso il resto della sua vita ad effondere l’inferno nascosto dietro la parola “laogai” davanti ad importanti istituzioni come il Congresso degli USA e il Parlamento EU, tra la gente e in migliaia di scuole ed università; nel 1992 ha fondato la Laogai Research Foundation, un’organizzazione no-profit che divulga questa terribile realtà, infrange l’assordante silenzio dell’Occidente sulla questione e denuncia il connubio tra comunismo e capitalismo sfrenato che caratterizza il sistema cinese di oggi.
 Harry Wu è morto in Honduras nel 2016 con il sogno di inserire la parola “laogai” nei dizionari di tutto il mondo ma la Cina, che ha ormai il potere di scegliere chi dovrà vagliare le denunce di violazioni di diritti umani, permetterà mai la diffusione di un suo “segreto di Stato”?

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