RETI DI COMBATTENTI CHE LEGANO SIRIA E LIBIA

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La presenza di milizie di diversa natura nella regione medio-orientale è un fattore che non è possibile ignorare nell’analisi dei conflitti in corso e che solleva una serie di interrogativi riguardo il rapporto stato-società nei cosiddetti ‘’stati arabi falliti’’.

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In Medio Oriente e Nord Africa un numero considerevole di persone, e in particolare le nuove generazioni, è assoldata per combattere a sostegno di attori di varia natura – forze governative, stati esterni e gruppi terroristici – coinvolti nei conflitti in corso nella regione. Gli eventi che hanno seguito lo scoppio della Primavera Araba hanno generato numerosi vuoti di potere nei cosiddetti ‘’stati arabi falliti’’, dalla Libia allo Yemen. Questa situazione ha portato al rafforzamento di fitte reti di combattenti che trascendono i confini statali e che rappresentano una risorsa strategica per gli attori coinvolti nei conflitti tutt’ora in corso in Siria e in Libia.

Gli eventi che hanno seguito la Primavera Araba nella regione medio-orientale, hanno portato alla progressiva internazionalizzazione dei conflitti che ne sono scaturiti. Ne è conseguito un forte afflusso di armi e combattenti di diversa provenienza – Europa, Africa, Asia – a sostegno di milizie pro e antigovernative e da parte di attori di diversa natura. In particolare, sono i più giovani, che rappresentano la maggioranza componente demografica, ad essersi uniti a milizie di varia natura, che hanno offerto loro una sorta di riscatto sociale dal conflitto, con considerevoli guadagni e altri incentivi. Ad esempio, da parte della Turchia le offerte hanno previsto stipendi di $ 2.000 al mese, un anticipo di $ 500 per le famiglie rimaste in Siria e la promessa di migliaia di dollari in indennità in caso di morte. Questi fattori, combinati al precario quadro socioeconomico interno e alla debole legittimità dei governi centrali, hanno portato alla militarizzazione delle società e presagiscono future ondate di radicalizzazione.

Secondo quanto riportato dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, nell’ultimo anno migliaia di siriani, per lo più giovani al di sotto dei trent’anni, sono stati reclutati da Ankara per combattere in Libia, con la promessa di remunerazioni o altri incentivi. Questi combattenti appartengono alle milizie antigovernative che, nel corso della guerra civile siriana, si sono formate nel paese. Il loro trasferimento in Libia si è intensificato nei primi mesi di quest’anno, nello stesso periodo in cui ha preso piede una nuova offensiva da parte del governo siriano con il sostegno di Mosca, volta alla riconquista della provincia meridionale di Idlib. L’ultima roccaforte rimasta nelle mani dei ribelli siriani è sotto il controllo di diversi attori: gruppi ribelli sostenuti dalla Turchia, facenti parte dell’Esercito Nazionale Siriano; combattenti affiliati all’organizzazione terroristica Tahrir al-Sham, ex Jabhat al-Nusra; forze filogovernative sostenute dalla Russia.

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A maggio 2019 un rapporto della Commissione dell’ONU ha rivelato che due compagnie commerciali, con sede a DubaiLancaster 6 DMCC e la Opus Capital Asset Limited FZE, sono state coinvolte nell’invio di foreign fighters, occidentali e sudafricani, per combattere a sostegno delle truppe di Haftar che controllano la regione delle Cirenaica. Qualche settimana prima, al-Jazeera aveva riportato che alcuni funzionari emiratini erano giunti a Khartoum per una visita segreta, finalizzata a reclutare nuovi combattenti in funzione antiturca, alla luce del supporto logistico militare offerto da Ankara al governo di accordo nazionale di Tripoli, rivale dell’uomo forte della Cirenaica. A giugno, sempre secondo quanto riportato dall’Osservatorio, oltre agli elementi provenienti dalla campagna orientale di Homs, sono stati assoldati, a sostegno dell’Esercito Nazionale Libico del generale, anche jihadisti di origine maghrebina.

L’utilizzo di mercenari siriani in Sira e Libia, come anche nel conflitto Nagorno-Karabakh, costituisce una risorsa particolarmente strategica per la difesa degli interessi geopolitici di Ankara. Anche la Russia è consapevole della proficuità di tale strategia di warfare come dimostrano alcuni recenti rapporti dell’ONU, i quali hanno confermato la presenza di mercenari di proprietà dall’azienda russa Wagner in Cirenaica. Nonostante Russia e Turchia appaiono come i maggiori beneficiari dei conflitti in corso nella regione, dimostrandosi maggiormente in grado di sfruttare il caos mediorientale a loro vantaggio, ciò non esclude che, le reti di combattenti sotto la loro protezione, possano sfuggire nei prossimi mesi al loro controllo, mostrando la loro lealtà verso miglior offerenti.

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Tra gli attori coinvolti nel conflitto libico e siriano ci sono anche gruppi terroristici di varia natura, brandelli dello smembrato Stato Islamico di Siria e Iraq. Quest’ultimi hanno sfruttato, in particolare nel periodo post-primavere, i vuoti di potere presenti nella regione medio-orientale, sviluppando notevoli capacità finanziarie e auto-organizzative, che hanno permesso loro di reclutare combattenti, provenienti da diversi parti del mondo, e assumere il controllo di porzioni significative dei territori statali della regione. Nelle ultime settimane si sono intensificati gli attacchi da parte di queste cellule terroristiche: in Siria, nella zona semi-desertica che comprende Hama, Aleppo e Raqqa; mentre in Iraq, nelle provincie di al-Anbar, Ninive e Salah al-Dinn, situate a nord di Baghdad. In Libia, invece, è nella regione meridionale del Fezzan, rimasta sempre lontana dalle dinamiche del confitto, che si registra oggi una considerevole presenza di milizie terroristiche. Il territorio in questione è difatti un importante crocevia per i gruppi jihadisti dell’intero continente africano.

Alla luce degli scenari attuali, alcuni studiosi esperti di Medio Oriente sostengono che sia in corso una sorta di ri-tribalizzazione della società nei cosiddetti ‘’stati arabi falliti’’: gerarchie militari e vincoli tribali legano le comunità locali a cellule terroristiche, stati esterni e proxy actors, sostituendosi ai legami stato-società. Questa situazione pone dinnanzi alla comunità internazionale diverse questioni che dovranno essere affrontate nella pianificazione di strategie efficaci di risoluzione dei conflitti e di ricostruzione post-conflitto nei prossimi mesi: il rinserimento dei combattenti nella società di provenienza, o di nuova acquisizione, e il ripristino del contratto sociale che lega stato e società. La necessità di dover affrontare tali interrogativi scaturisce dal fatto che, il protrarsi dei conflitti o il loro temporaneo congelamento, non fa nient’altro che rafforzare l’agency delle reti di mercenari che legano non solo Siria e Libia ma anche altri stati medio-orientali con diverse aree del mondo.

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Nicki Anastasio

Sono Nicki Anastasio, ho 23 anni e studio presso la facoltà di relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’Orientale. Da quasi cinque anni vivo a Napoli, per studio e lavoro, ma sono originario della Costiera Amalfitana. Negli ultimi tre anni, ho fatto due esperienze studio in Marocco e in Egitto che mi hanno permesso di approfondire lo studio della lingua araba e della cultura dei paesi arabo-islamici, di cui sono affascinato sin da piccolo. Dopo aver conseguito la laurea triennale in mediazione linguistica e culturale, ho ritenuto che analizzare le complesse dinamiche geo-politiche che caratterizzano i paesi della macro area medio-orientale fosse il proseguimento più naturale e spontaneo dei miei studi. Ritengo che per comprendere le ragioni alla base della perenne instabilità dell’area più calda del mondo sia necessario costruire una genealogia della crisi di legittimità che caratterizza gran parte dei suoi stati, considerando le specificità storico-culturali e socio-economiche di ogni contesto nazionale. Sono molto fiero di far parte dello IARI, una comunità di analisti unica nel suo genere.

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