L’ATTUALE SITUAZIONE DEI DIRITTI UMANI IN INDIA

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New Delhi ha una lunga storia di prevaricazioni ai danni di ONG internazionali. Ma sotto il governo Modi, le cose potrebbero aver raggiunto un punto critico e a farne le spese sono Amnesty International e l’anima democratica del Paese.

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Il governo indiano guidato dal primo ministro Narendra Modi e dal partito BJP, già avverso alle attività di organizzazioni non governative impegnate in vari ambiti nel Paese, ha dato il via a una progressiva repressione delle indagini di agenzie indipendenti operanti nel settore dei diritti umani. Alla fine di settembre di quest’anno il governo ha congelato tutti i conti bancari di Amnesty International  nel Paese. La motivazione ufficiale è che l’attività della più importante e autorevole organizzazione non governativa che vigila sullo stato dei diritti e della loro applicazione, fosse in violazione della legge indiana. A parte le ragioni menzionate, questa ferma e inaspettata decisione del governo si è avuta probabilmente in risposta all’ampia esposizione mediatica dei rapporti pubblicati da Amnesty International sul deterioramento dello stato dei diritti umani in India negli ultimi due anni. I resoconti di Amnesty International che più di tutti hanno infiammato la risposta del governo indiano sono stati, in particolare, quelli inerenti a: 1) la repressione armata delle istanze della popolazione kashmira, la detenzione e gli abusi ai danni di leader politici, giornalisti e attivisti a seguito della riduzione dell’autonomia politica, sociale ed economica messa in atto dal governo di New Delhi in Jammu e Kashmir a partire dall’agosto 2018; 2) la dura e violenta soppressione delle proteste portate avanti soprattutto da studenti e giornalisti in risposta alla controversa legge sulla cittadinanza (Citizenship Amendment Act , o CAA) promulgata il 12 dicembre 2019, e da questi ritenuta altamente discriminatoria; 3) la sempre più precaria condizione delle minoranze etniche, sociali e religiose del Paese, in particolare donne, individui appartenenti a caste inferiori o “fuori casta”, e musulmani. Questa non è certo la prima volta che un’amministrazione indiana, di fronte a critiche simili, reagisce con ostilità all’attività di ONG operanti nel campo dei diritti umani, e nemmeno la prima in cui Amnesty International ha scelto di sospendere le sue attività in India. L’ultima volta fu nel 2009, quando, l’organizzazione fu costretta a sospendere le proprie attività per carenze di budget derivanti dal costante rifiuto del governo indiano di accogliere le richieste dell’organizzazione nell’ottenere l’autorizzazione ad accettare fondi provenienti dall’estero.

 
 

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Da allora, Amnesty International in India è stata sottoposta a notevoli pressioni, soprattutto dall’attuale governo, continuativamente alla guida del Paese dal 2014.
Infatti, il continuo giro di vite nei confronti di Amnesty International in India negli ultimi due anni culminato con il completo blocco dei conti bancari non è casuale, ma è stato invece il risultato delle inequivocabili richieste di trasparenza del gruppo al governo.  Dal 2014, il governo di Modi ha iniziato a imporre restrizioni a migliaia organizzazioni di beneficenza, in particolare quelle sostenute da donazioni straniere. I funzionari del BJP, il partito guidato da Modi, hanno denunciato l’attivismo a favore dei diritti umani e dell’ecologismo come “antinazionale” e “anti indiano”.  Nel 2018, su ordine del ministero degli Interni indiano sono state revocate le licenze a circa 20.000 ONG operanti nel Paese. Molte di queste organizzazioni sono state attive nel criticare o documentare il ruolo di Modi e di altri personaggi legati al suo partito o all’estremismo di destra indù nelle rivolte anti-musulmane avvenute nel 2002 nello Stato del Gujarat quando Modi ne era primo ministro. Sempre nel 2018, specificatamente nel mese di ottobre, una delle agenzie anticorruzione del governo indiano, l’Enforcement Directorate, ha accusato Amnesty di violare il Foreign Contribution Regulation Act, il cui scopo è disciplinare l’accettazione e l’utilizzo di contributi esteri al fine di evitare che questi vengano utilizzati per attività “lesive dell’interesse nazionale”, e dispose quindi il sequestro dei suoi conti bancari. Successivamente, nel 2019, il dipartimento indiano delle imposte, dipendente dal Ministero delle Finanze, ha accusato l’organizzazione di irregolarità fiscali.  Ad ottobre dello stesso anno il ministro degli interni Amit Shah affermò che gli standard “occidentali” dei diritti umani non possono essere applicati “ciecamente” all’India, in quanto bisogna guardare a questi problemi con una prospettiva indiana. Inoltre, a suo dire il governo Modi si è adoperato come mai prima d’ora per aumentare il tenore di vita delle persone e quindi garantire più diritti umani.  Quindi, con un’abile manovra di benaltrismo mediatico e politico, di cui gli esponenti di movimenti populisti e autoritari sono dei veri maestri, il più importante ministro della “più grande democrazia del mondo” ha di fatto minimizzato violenze, atrocità e abusi di potere commessi in operazioni di controguerriglia e repressione di proteste popolari in quanto i “veri” diritti umani da proteggere in India sarebbero solo quelli inerenti al tenore di vita dei cittadini.  A questo punto è necessario il paragone con le dichiarazioni di un altro politico di prim’ordine di un altro Paese ripetutamente accusato di violazioni dei diritti umani, l’Egitto. Nel 2016 infatti, il presidente egiziano Al-Sisi dichiaròche la questione dei diritti umani e delle libertà civili in Egitto non dovrebbero essere affrontate da una “prospettiva occidentale”.

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Il clima di insicurezza di insicurezza e ostilità nel quale operano le ONG impegnate nella difesa dei diritti umani nel Paese è stato definito da Amnesty International come uno “schema di intimidazioni“. Amnesty non è stata purtroppo l’unico obiettivo del governo di questa crociata contro qualsiasi controllo indipendente sulla situazione dei diritti umani in India.  Le molestie e le intimidazioni nei confronti delle ONG critiche sull’operato del governo sono correlate anche a due implicazioni profonde per la democrazia indiana. In primo luogo, tale comportamento minaccia ovviamente l’esercizio delle libertà civili e dei diritti personali che di per sé è già profondamente inquietante. Secondo, ciò mina la legittimità e l’autonomia delle istituzioni governative incaricate dell’applicazione della legge e della lotta alla corruzione, perché viene chiesto loro di agire in modo completamente parziale nel perseguitare le organizzazioni non governative.  L’intolleranza del governo Modi verso l’attività di ONG internazionali impegnate nel campo dei diritti umani è in crescita, grazie anche alla significativa asimmetria di potere tra queste e il governo.  A queste condizioni, ci sono poche speranze che la situazione dei diritti umani nell’India di Modi possano migliorare. A ciò si aggiunge anche il fatto che la magistratura indiana, che dovrebbe ufficialmente operare in regime indipendenza e fuori da influenze personali o politiche, è sempre più sottomessa all’agenda del governo.

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