L’EREDITÀ DI DENG XIAOPING: LE RIFORME ECONOMICHE

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Il sogno di Xi Jinping di una Cina potente e al contempo influente, sia a livello economico che politico, trova le sue radici nelle riforme economiche degli anni ’80. Il passaggio da un’economia pianificata (planned economy) a un’economia di mercato (market economy) può essere considerata come la più grande sfida che la Cina abbia affrontato sino ai giorni d’oggi e ciò che ha reso Pechino la seconda potenza economica mondiale dopo gli Stati Uniti.

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Le riforme economiche iniziate da Deng Xiaoping nel 1980 costituirono l’unica via per evitare l’impasse economica causata dall’isolamento cinese dai mercati globali, eredità del periodo maoista. La sfida principale era abbandonare l’economia pianificata a livello centrale verso un’economia di mercato, evitando squilibri macroeconomici, tumulti sociali o un eventuale collasso economico, già sperimentato dalla vicina Unione Sovietica. L’obiettivo principale era dunque aprirsi ai mercati mondiali tramite l’evoluzione delle istituzioni di base in un sistema più moderno, fronteggiando al contempo le varie difficoltà dell’epoca: la totale assenza di imprese private, il controllo dei prezzi centralizzato e, soprattutto, l’isolamento economico della nazione nel più ampio quadro globale. La trasformazione completa fu possibile solo grazie a una serie di strategie messe in atto gradualmente. Infatti, sebbene in questo periodo furono introdotti nuovi elementi nel sistema economico, è chiaro che la crescita della Cina è per lo più ascrivibile all’eredità del sistema pre-riforma.   L’economia di proprietà statale cinese trova le sue radici nel sistema socialista sovietico. Quando la Repubblica Popolare venne fondata nel 1949, la Russia costituiva il più grande partner commerciale, unico modello di riferimento e fonte di tecnologia per la neonata Repubblica.  Sebbene parte dell’exploit economico sia ascrivibile alla liberalizzazione del settore agricolo, è alle riforme indirizzate alle imprese che la Cina deve la sua fortuna.  Il sistema socialista infatti, implicava grandi riforme verso lo sviluppo del settore industriale; questa spinta (Big Push industrialization) destinava l’80% degli investimenti totali all’industria pesante. Pertanto, l’obiettivo principale dell’economia pianificata era quello di sviluppare un massiccio complesso industriale socialista attraverso il controllo diretto del governo. Questo, sotto il controllo del PCC, possedeva il pieno controllo di tutte le fabbriche, delle imprese di comunicazione e di trasporto; mentre i ‘pianificatori’ (planners) erano incaricati di assegnare gli obiettivi di produzione e di allocare beni e risorse tra i diversi produttori. La crescita industriale fece aumentare il PIL, e di conseguenza portò alla creazione di nuove industrie centralizzate. Sebbene questo sistema basato sull’economia di stato sembrasse avere molteplici vantaggi, le sue istituzioni si rivelarono del tutto incompatibili con il mercato dei capitali; nel caso dell’Unione Sovietica, l’incapacità di riformare le istituzioni economiche portò di fatti ad una profonda crisi economica. Dopo la morte di Mao, la necessità di rompere l’isolamento della Cina portò i leader ad avviare il periodo delle riforme: il primo periodo di transizione accelerata e il secondo di transizione completa.

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 Le riforme del 1978-1999

Nel primo periodo di transizione, vi era l’urgenza di passare a un’economia di mercato in modo graduale e costante, al fine di aumentare la produttività e innalzare il tenore di vita, evitando il collasso sperimentato dall’Unione Sovietica. Lo scopo delle riforme cinesi, contrariamente al quelle sovietiche, era quello di preservare i risultati economici ottenuti negli anni precedenti e di riparare e rafforzare il sistema economico e politico per scongiurare il collasso del partito stesso. La prima fase delle riforme si concentrò dunque sull’implementazione del sistema di responsabilità contrattuale nel settore agricolo e del trasferimento dell’eccedente forza lavoro agricola verso il settore industriale; tramite la decollettivizzazione e relativo smantellamento delle Comuni, i privati potevano gestire autonomamente il ciclo di produzione agricola su un determinato appezzamento di terreno, conservandone il surplus.

Lo scioglimento delle Comuni incanalò gran parte della forza lavoro verso il settore industriale, stimolando una crescita industriale massiccia. Un altro elemento di continuità con il passato è rappresentato dal sistema a doppio binario, considerato il perno delle riforme di mercato. Questo consisteva nella coesistenza di un piano tradizionale e di un canale di mercato per l’allocazione di un determinato bene, con lo scopo di liberalizzare i mercati senza creare “perdenti”, e d’altra parte, assicurare la stabilità del sistema tradizionale centralizzato. Il primo periodo di riforme si arrestò nel 1989, con la crisi politica di piazza Tiananmen.

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Il secondo periodo di riforme: 1993-1999

Il secondo periodo fu caratterizzato da un’inflazione costante sopra il 20% fino al 1995 e dal disuso del sistema a doppio binario. Il crollo del controllo monetario rese necessario la trasformazione delle istituzioni monetarie cinesi, e un maggior controllo politico diretto per raggiungere la stabilità. Le riforme istituzionali del Primo Ministro Zhu Rongji agirono dunque su quattro aree principali: in primo luogo, la riforma del sistema fiscale introdusse un’imposta sul valore aggiunto del 17% con aliquote basse. In secondo luogo, il sistema bancario e finanziario venne modificato; la Banca popolare cinese assunse uno statuto formale nel 1995, divenendo così responsabile, sotto la guida del consiglio di stato, della definizione e dell’attuazione della politica monetaria.

In terzo luogo, l’adozione del Diritto Societario nel 1994 fece sì che tutte le imprese statali potessero essere gradualmente riconosciute come società a responsabilità limitata, facenti capo ad istituzioni di governo societario ben definite. Per ultimo, venne implementata la Open door policy, la politica della porta aperta, attraendo così investimenti diretti esteri verso la formazione di joint ventures. Lo scopo della politica di apertura era quello di espandere il commercio internazionale, di consentire investimenti esteri diretti, di acquisire conoscenze tecnico-industriali di cui la Cina in via di sviluppo mancava e al contempo perseguire l’adesione all’OMC. Questo secondo periodo segna la fine della transizione economica cinese verso un’economia di mercato.Sebbene molti siano stati i risultati positivi evidenziati in questo periodo, come la stabilità dei prezzi e la crescita del settore privato, la seconda ondata di riforme ha lasciato fuori dall’economia di mercato molti dei lavoratori delle SOE e ha generato una profonda dipendenza dagli investimenti stranieri, a scapito dei consumi domestici.

In generale, le riforme hanno avuto successo sotto molti aspetti, in particolare per via della loro politica gradualista; la transizione non solo non ha seguito l’approccio della terapia d’urto tipico dei paesi socialisti, ma si è affidata a quelle ex istituzioni collettive che sebbene permettessero di mantenere basso reddito e disuguaglianza di ricchezza, hanno reso possibile il processo di liberalizzazione e democratizzazione economica. Alcuni studiosi affermano che se un paese socialista soffre la mancanza di istituzioni, la sua crescita economica potrebbe essere difficile da raggiungere, questo è però completamente errato nel caso cinese. Come citato dal World Development Report, politiche coerenti, che combinano la liberalizzazione dei mercati, il commercio e l’ingresso di nuove imprese con una ragionevole stabilità dei prezzi, possono avere risultati positivi anche in paesi privi di chiari diritti di proprietà e forti istituzioni di mercato, a patto che vi siano presenti delle istituzioni forti. Nel caso della Cina, la crescita economica non sarebbe stata possibile senza le istituzioni ereditate dall’era Maoista. 

Se da un lato le riforme cinesi hanno rotto l’isolamento della Cina dai mercati mondiali, hanno però creato un’indipendenza dagli investimenti stranieri che a sua volta si può tradurre in una debolezza economica. La leadership di Xi Jinping dovrà dunque implementare delle strategie volte ad assicurare l’autonomia dell’economia cinese per salvaguardare l’eredità di Deng Xiaoping e per raggiungere il suo sogno cinese di una società completamente sviluppata entro il 2049. Ciò potrà essere perseguito da una strategia a doppia circolazione (dual circulation strategy): da un lato, assicurarsi l’autosufficienza da possibili implicazioni che potrebbero scaturire da una rottura totale con gli Stati Uniti, quindi un minore dipendenza da finanziamenti esteri e export; dall’altro, indirizzare riforme istituzionali al fine di incoraggiare un maggior consumo interno.

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