ECUADOR, COSA È CAMBIATO AD UN ANNO DALLA FINE DELLE PROTESTE?

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Il Presidente Lenin Moreno si accinge a terminare il suo mandato, che cosa dovrà fronteggiare il prossimo presidente? Un’analisi della situazione politico economica ad un anno dalle proteste che hanno sconvolto il paese.

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L’attuale Presidente dell’Ecuador, Lenin Moreno, è ormai quasi giunto al termine del suo mandato, la prima tornata delle elezioni presidenziali si terrà infatti a Febbraio 2021. Dal suo insediamento nel 2017, Moreno ha gradualmente preso una direzione politica sempre più tendente a destra, prendendo importanti decisioni per condurre il Paese verso il libero mercato, e distanziandosi notevolmente dal suo predecessore socialista Rafael Correa. Che effetti avranno queste scelte sul governo che si formerà l’anno prossimo? La situazione che Moreno si è ritrovato ad affrontare appena insediatosi come capo di stato del paese andino non era delle migliori. L’Ecuador era infatti in preda ad una profonda crisi economica e tutt’ora il debito pubblico seguita ad essere molto alto. Per questo, ad ottobre 2019, con il fine di tagliare la spesa pubblica e poter raggiungere un accordo con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), Moreno ha  lanciato un pacchetto di riforme chiamato Decreto 883, contenente varie misure di austerità. Il così definito paquetazo, necessario per poter ricevere un prestito da parte del FMI di circa 4 miliardi di dollari, prevedeva però anche la sospensione dei decennali sussidi per il carburante che erano in vigore fin dagli anni 70, facendo cadere il paese in balia di violentissime proteste da parte di tassisti, autotrasportatori, studenti universitari e rappresentanti delle popolazioni indigene. Le proteste hanno causato almeno 11 morti e ben 1.3450 feriti. Il Paese era  in balia del  caos, e gli eventi  hanno preso  un corso talmente violento e incontrollabile da spingere Moreno a trasferire le attività di governo da Quito, capitale del Paese, a Guayaquil, seconda città per importanza, dove le proteste sembrano non aver preso una piega così violenta. La situazione è giunta finalmente al termine il 14 ottobre 2019, quando il governo ha ceduto e derogato il Decreto 883 a seguito di una lunga negoziazione tra l’esecutivo e i rappresentanti delle popolazioni indigene, frenando bruscamente gli accordi con il FMI.

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Solo qualche mese dopo, Moreno si è ritrovato a dover fronteggiare una seconda ondata di proteste a seguito della messa in atto di nuove disposizioni nel cercare di alleviare il grosso deficit fiscale che seguitava  a gravare sul Paese, ulteriormente aggravato dallo scoppio della Pandemia dovuta al Covid-19. La nuova legge si chiama Ley de Apoyo Humanitario e prevede alcuni drastici provvedimenti quali la diminuzione salariale, una riduzione di quasi il 50 percento della giornata lavorativa, tagli di posti di lavoro nel settore pubblico e di sovvenzioni alle università, chiusura delle imprese statali e una rinegoziazione dei salari nel settore privato. Insomma, un gigantesco passo indietro nel campo dei diritti dei lavoratori secondo quanto afferma uno dei più importanti sindacati nazionali, El Frente Unitario de Trabajadores, tanto che verso la fine di maggio 2020 studenti universitari, sindacati e lavoratori sono scesi in strada, violando la quarantena, intonando il grido “se non ci uccide il coronavirus, lo farà il governo”. Eppure, nonostante la difficoltà da parte del governo di raggiungere consenso interno, il presidente Lenin Moreno si trova al giorno d’oggi dove si sarebbe voluto trovare esattamente un anno fa, procedendo ulteriormente nella liberalizzazione del mercato dei carburanti. Infatti, a fine settembre di quest’anno, il governo ha deciso di togliere il monopolio per l’importazione di combustibili per uso industriale e commerciale alla petroliera statale Petroecuador. Con questo provvedimento, adottato tramite decreto presidenziale, si tenta di fare un ulteriore passo verso il libero mercato, smantellando almeno in parte il sistema di sussidi per poter limitare il peso sulle finanze statali, ma anche per poter riprendere gli accordi con il FMI, i quali vennero bruscamente frenati dalle proteste di ottobre 2019. Le nuove misure non dovrebbero invece avere effetti gravi sul prezzo del gas per l’uso nelle case, automobili o settore agricolo. La popolazione ecuadoriana infatti, non sembra aver avuto le stesse reazioni dell’anno passato, nonostante già da luglio ci sia stato un innalzamento dei prezzi dei combustibili, dovuto alla liberalizzazione del prezzo del diesel e del gasolio.

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Alla fine del suo mandato Lenin Moreno dunque, sembrerebbe aver raggiunto il suo obbiettivo, assicurandosi un accordo con il FMI di 6,5 miliardi di dollari con un prestito di dieci anni. L’Ecuador riceverà i primi 4 miliardi di dollari entro la fine di quest’anno, ma il peggio è davvero passato? Secondo quanto riportato dal governo in seguito agli accordi, questo prestito è la spinta giusta perché la ruota produttiva torni a girare, stabilendo una grande vittoria per Moreno, ma la verità è che le conseguenze di questo accordo saranno visibili solamente l’anno prossimo durante il nuovo mandato presidenziale, quando sarà necessario mettere in atto delle pesanti riforme fiscali necessarie per tenere fede agli accordi con il FMI. Il divario fiscale tra entrate e uscite, che al momento ammonta a 8,3 miliardi di dollari (pari al 9% del PIL) dovrà infatti abbassarsi almeno fino al 6%. L’apparente successo di Moreno nasconde quindi una situazione molto delicata perché quanto successo ad ottobre 2019 potrebbe senz’altro ripetersi in forma molto peggiore dato che la popolazione Ecuadoriana si ritrova al momento stremata dalla situazione di profonda crisi economica, alla quale si sono poi aggiunte la crisi di tipo sanitario e gli effetti della quarantena. Non è infatti un caso che Lenin Moreno abbia già resa nota pubblicamente la sua intenzione di non ricandidarsi per un secondo mandato, e dopo aver aspettato fino alla fine del suo mandato prima di prendere dei reali provvedimenti, lascia adesso le pesanti responsabilità delle sue azioni al futuro nuovo Presidente che dovrà trovare un modo di tenere fede agli accordi presi con il FMI, anche  implementando pesanti riforme fiscali, senza però danneggiare il fragile  equilibrio che si è venuto a creare dopo il 14 ottobre 2019. È difficile quindi prevedere cosa riserva il futuro socioeconomico dell’Ecuador, di sicuro c’è solo la grande responsabilità che graverà sulle spalle del suo nuovo Presidente.

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