MENO PETROLIO, PIÙ ENERGIA GREEN: UN AFFARE PER LA CINA

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Accelerato dagli effetti della pandemia e dalle preoccupazioni ambientali, il futuro del sistema energetico globale sembra segnato. Un cambio di paradigma dalle forti implicazioni economiche e geopolitiche: la Cina corre e si pone come leader di una nuova “globalizzazione dal volto verde”.

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Il futuro del sistema produttivo e dei consumi è indirizzato verso le cosiddette fonti di “energia green” e verso un abbandono progressivo di idrocarburi e combustibili fossili. Nel solco degli Accordi di Parigi e di un amplissimo consenso internazionale, l’obiettivo della riduzione delle emissioni di CO2 sta orientando i piani degli Stati per la ripresa economica post-pandemia. Durante le prime fasi del lockdown, abbiamo assistito ad una gravissima crisi petrolifera, evento che si verifica ciclicamente allorché interviene una crisi economica. Il virus si è abbattuto pesantemente sui consumi, ma ha anche dettato l’agenda energetica, spingendo Stati ed imprese private a rivedere i propri piani energetici a lungo termine. È un percorso lungo e maturo, reso evidente nell’ultimo decennio dal mercato azionario americano: mentre nel 2010 le compagnie petrolifere statunitensi valevano il 12% dell’indice Dow Jones, oggi hanno un peso inferiore al 2.5%. Tuttavia, gli Stati Uniti sono ancora in ritardo nella transizione energetica; basti pensare che più dell’80% dell’energia del Paese viene prodotta con combustibili fossili, e solo il 4% attraverso fonti di energia rinnovabile, come quella solare ed eolica. A tal proposito British Petroleum- una delle principali multinazionali di gas e petrolio- ha annunciato di voler “moltiplicare per venti la sua capacità eolica entro il 2030” (Federico Rampini su Repubblica.it). Chi non è rimasto a guardare, bensì si fa promotore di una transizione ecologica, è sicuramente la Cina. Spinta non da propositi ambientalisti, ma dalle possibilità di guidare il processo globale, monetizzare e ottenere vantaggi competitivi, la Cina ha ingaggiato una sfida ambientale dalle ambiziose ramificazioni geopolitiche ed economiche.

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L’ ‘ELETTROSTATO’ CINESE E IL SEMI-MONOPOLIO SULLE TECNOLOGIE RINNOVABILI

L’economia pianificata e il controllo dello Stato sulle imprese private hanno permesso alla Cina di conquistare virtualmente la leadership mondiale nelle energie rinnovabili. Una posizione dominante, per anni sottovalutata, è quella sulle terre rare, un gruppo di 17 elementi chimici indispensabili per l’industria high tech, ma soprattutto per la costruzione di “tecnologie verdi” (elettriche, solari, eoliche). In questo settore, la Cina è un attore quasi monopolistico, in quanto produce circa l’85% degli ossidi di terre rare mondiali, il 90% dei metalli derivanti dall’estrazione di terre rare (litio, grafite, neodimio e terbio, tra gli altri) e controlla le miniere di cobalto nella Repubblica Democratica del Congo, che soddisfano il 70% della domanda mondiale di tale minerale. Grazie a queste capacità, la Cina è diventata il più grande produttore al mondo di energia eolica e solare, nonché il più grande investitore in rinnovabili. Come osserva, Zhao Ohmin (giornalista di Argus Media) la domanda globale di terre rare salirà rapidamente nei prossimi dieci, venti anni, addirittura del 25% l’anno per alcuni elementi. Il fenomeno è già in atto. Non stupirà, dunque, la competitività cinese nella produzione di auto elettriche (considerata l’abbondanza di litio); il primato nella costruzione di scooter e monopattini elettrici e la grossa fetta di mercato sui pannelli solari, il 70% di quelli in commercio sono “made in Cina”. Quando nel 1992 Deng Xiaoping affermava: “Il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha le terre rare”, si poteva già intuire a cosa puntasse la Cina: liberarsi dalle importazioni di petrolio, perlopiù provenienti dallo Stretto di Malacca, per sviluppare una industria energetica innovativa ed indipendente. È l’industria delle terre rare che da un lato può salvare l’ecosistema cinese dall’inquinamento derivante dai combustibili fossili (7 tra le 10 città più inquinate al mondo si trovano in Cina) e dall’altro, grazie ai sussidi del Governo per ridurre le emissioni, accresce la potenza internazionale delle società cinesi nel campo delle rinnovabili. Nel 2016, quattro dei cinque più grandi accordi mondiali sulle rinnovabili sono stati siglati da compagnie cinesi; mentre nel 2017 cinque tra le sei maggiori compagnie manifatturiere di turbine eoliche e pannelli solari erano cinesi.

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Inoltre, la Cina sta investendo in numerosi progetti basati sulle energie rinnovabili, aumentando i suoi contributi all’interno delle organizzazioni multilaterali. La nuova “globalizzazione dal volto verde”, che la Cina intende guidare, nasconde anche propositi propagandistici a livello internazionale. Innanzitutto, è probabile che si inasprisca la critica verso Stati Uniti per aver sottovalutato le tematiche ambientali ed essersi sottratti alle responsabilità dei cambiamenti climatici. Anche Joe Biden, qualora dovesse essere eletto, ha annunciato che non sosterrà un “Green New Deal”. Per la Cina, dunque, si aprono nuove opportunità di cementare il suo consenso morale nel mondo. Ne è la prova l’ultimo discorso in via telematica del Presidente Xi Jinping alle Nazioni Unite: la Cina si pone come leader mondiale della transizione energetica ed entro il 2060 abbandonerà definitivamente il carbone, responsabile per l’80% delle emissioni nel Paese. Se si aprono autostrade per un nuovo ordine mondiale energetico fondato sulle rinnovabili, la Cina sta certamente guidando la vettura più veloce. I prossimi dieci anni saranno decisivi.

 

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Emanuele Gibilaro

Classe 95, analista di politica estera USA, membro del direttivo IARI e brand ambassador. Studente magistrale in Relazioni Internazionali (indirizzo Diplomazia e Organizzazioni internazionali) presso l’Università degli Studi di Milano. Ho conseguito la laurea triennale in “Storia, politica e Relazioni internazionali” a Catania- città di cui sono originario- con una tesi sul rapporto tra giornalismo e comunicazione politica durante alcuni eventi salienti della storia contemporanea di Italia e Stati Uniti.
Per IARI mi occupo di politica estera e interscambio diplomatico degli Stati Uniti con i principali attori internazionali. Ma anche di questioni energetiche e sicurezza nazionale. Approfondisco tali tematiche da diversi anni, in un’ottica che contempera dimensione giuridica, storica, diplomatica, militare ed economica.
Ho sposato il progetto IARI fin dal primo giorno della sua fondazione, perché ho visto un gruppo affiatato, competente e motivato a creare una realtà che diventasse un punto di riferimento per il mondo accademico italiano, ma anche per chi desidera avere un quadro sulla politica e i fenomeni internazionali. Abbiamo scelto il formato di think tank specializzato in quanto fenomeni complessi come quelli internazionali meritano un’elaborazione analitica, precisa e pluridimensionale, che non semplifichi le questioni con ideologie e luoghi comuni (così come spesso accade nelle testate giornalistiche del nostro Paese). Pertanto, l’analista deve mettere le sue competenze a disposizione del lettore, individuando possibili scenari e fornendo a chi legge tutti gli elementi necessari alla formazione di un’opinione.

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