L’IRAN: LO “STATO DELLA RESISTENZA”

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L’Iran è stato il paese dell’area medio orientale ad essere maggiormente colpito dal covid-19 e fa ancora oggi i conti con questo “nemico” invisibile. La gestione della pandemia tramite l’adozione di misure di distanziamento sociale si accompagna ad una retorica che unisce passato e presente. I primi casi da coronavirus sono stati annuncianti il 19 febbraio 2020. Si trattava di due decessi, e non contagiati, presso la città santa di Qom. Queste circostanze lasciavano presagire la pericolosità della situazione: è semplice ipotizzare che i due individui in questione, infatti, abbiano facilitato la circolazione del virus prima di scoprirsi infetti. D’altro canto, la città di Qom è un hub per il turismo religioso internazionale; altro aspetto di non poco rilievo. Tuttavia, l’adozione delle misure necessarie per ridurre i contagi è giunta lentamente favorendo la diffusione della pandemia. Dopo la prima ondata, il graduale allentamento delle misure di distanziamento sociale e la riapertura delle attività economiche, misure necessarie per la ripresa di un paese al collasso a causa dell’emergenza sanitaria e della crisi economica, la Repubblica Islamica ha subito una seconda ondata di infezioni nel periodo estivo. Come se ciò non bastasse, è al momento alle prese con una terza ondata e la maggior parte delle 32 provincie del paese sono in stato di allarme. Il presidente Rouhani per affrontare questa drastica situazione ha annunciato nuove misure di contenimento, tra cui: divieto di fornitura dei servizi a chi si rifiuta di indossare una mascherina negli spazi pubblici, multe e pene per chi non rispetta le regole, lista delle attività e dei business che hanno il diritto di richiedere un lockdown di una settimana se ritenuto necessario, interruzione dei contatti con l’Iraq per motivi religiosi.

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Tuttavia, tra le mani del presidente della Repubblica vi è un ulteriore strumento di natura retorico-ideologica che ha consentito a quest’ultimo di presentare il paese come in un costante “stato di resistenza”. Il particolare contesto politico attuale – che vede la Repubblica combattere con le devastanti conseguenze economiche della politica di massima pressione statunitense, la costante ma latente guerra fredda con l’Arabia Saudita, il coinvolgimento nei diversi conflitti regionali per mezzo di proxy actors e ultimo ma non meno importante la lotta contro il coronavirus – hanno consentito al presidente iraniano di premere sull’esistenza di un file rouge tra passato e presente, tra vecchi traumi nazionali e presente emergenza sanitaria/economica. Questo collegamento – realizzato facendo ricorso a slogan, musica, video e, soprattutto, immagini – è frutto di una strategia di potere abilmente orchestrata volta a garantirsi l’appoggio della popolazione in nome di una resistenza contro minacce che pongono l’esistenza della Repubblica in pericolo. L’enfasi è infatti posta sulla creazione di un “fronte di difesa comune” piuttosto che sull’eliminazione diretta della minaccia. Così, l’attuale crisi è messa in relazione diretta con la guerra Iran-Iraq (1980-88), con il conflitto contro lo Stato Islamico d’Iraq e della Siria (ISIS) e il coinvolgimento militare iraniano in Siria. Non a caso, coloro che sono alle prime fila per la lotta contro la pandemia sono definiti “Health Defenders”, difensori della salute. Un soprannome che richiama in modo piuttosto chiaro e diretto la “Sacred Defense” della guerra contro l’Iraq o, ancora, la “Shrine Defense” con cui si definiscono le truppe iraniane coinvolte in Siria. È chiaro che si tratta di tre eventi differenti per la natura della minaccia, per l’epoca temporale di riferimento, per lo spazio geografico in cui hanno luogo e per gli attori direttamente coinvolti. In un caso si tratta di una guerra di otto anni iniziata con l’invasione irachena del territorio iraniano durante la quale ad essere minacciata era la sovranità territoriale. In un altro caso, si fa riferimento al supporto fornito a Bashar al-Asad e al tentativo di protezione dei luoghi sacri e della popolazione in Iraq e in Siria dalle minacce provenienti dall’ISIS. In questa occasione gli attacchi non sono condotti direttamente da truppe iraniane ma da proxy actors al di fuori del territorio iraniano. Infine, si fa riferimento a un’emergenza sanitaria che coinvolge e unisce la popolazione civile e militare nella lotta contro un “nemico” invisibile. Eppure è proprio la diversità tra questi tre accadimenti che assicurano la riuscita della retorica presidenziale. Il file rouge tra passato e presente è ripreso nell’iconografia, poster e collage diffusi dai media che utilizzando un linguaggio legato al topos del sacrificio e la necessaria mobilizzazione della popolazione ricordano, senza neppure troppi veli, la guerra Iran-Iraq.

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Fonte immagine: Kevin L- Schwatz, Olmo Golz, Going to War with the Coronavirus and Maintaining the State of Resistance in Iran, MERIP https://merip.org/2020/09/going-to-war-with-the-coronavirus-and-maintaining-the-state-of-resistance-in-iran/ (25/09/2020)

 

Come è possibile notare da quest’immagine diffusa dall’agenzia di stampa Teheran Times, la militarizzazione dell’emergenza attuale è chiaramente anche visiva. Le mascherine indossate dagli assistenti sanitari viene infatti paragonata alle mascherine indossate dai militari durante la guerra del 1980 per proteggersi dalle armi chimiche del nemico. La strategica securitizzazione della pandemia non è un elemento innovativo nella gestione dell’attuale pandemia. Diversi sono infatti i paesi che hanno presentato il virus come un vero e proprio “nemico” interno, giustificando in questo modo l’adozione di misure di emergenza, spesso legate alla militarizzazione delle strade e al ricorso alle forze militari per garantire il rispetto delle norme di distanziamento sociale. Malgrado ciò, innovativo è il riferimento a eventi appartenenti al passato storico della nazione. Per cui, il coronavirus è certamente una nuova minaccia, un nuovo nemico contro cui unirsi, ma è parte di una storia antica che risale alla battaglia di Kerbala del 680dC. E ricorda il martirio del nipote del profeta Muhammad, Husayn bin Ali, e dei suoi seguaci durante un contrasto con il califfo Yazid. Si tratta di un episodio storico che acquisisce quasi un carattere mitologico in nome della rivoluzione e della resistenza. “Ogni mese è Muharamm, ogni giorno è Ashura e ogni battaglia è Karbala”. Questo lo slogan che, accanto alla retorica marziale/militarizzata, accompagna la lotta del presente. Presente e passato sono così connessi in una prospettiva retorica e ideologica che acquisisce anche toni teologici. Coloro che combattono nel presente sono martiri parimenti alle vittime delle battaglie del passato.

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Fonte immagine: Kevin L- Schwatz, Olmo Golz, Going to War with the Coronavirus and Maintaining the State of Resistance in Iran, MERIP https://merip.org/2020/09/going-to-war-with-the-coronavirus-and-maintaining-the-state-of-resistance-in-iran/ (25/09/2020)

 

 

 

 

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Ancora, questo continuum è messo ulteriormente in luce in queste due immagini dell’Ufficio delle relazioni pubbliche del governatorato di Dzeful. Il richiamo a un clima di guerra è palese: alle spalle degli assistenti sanitari un adulto, madre o padre dell’individuo, che si preoccupa di legare la mascherina. Quest’ultima prende così il posto della bandana, simbolo di sacrificio nazionale, posta sul capo dei combattenti che sarebbero partiti per il fronte. In conclusione, la Repubblica Islamica affronta adesso una terza ondata di contagi da coronavirus ed è allo stremo a causa delle tensioni con gli Stati Uniti e la lenta ripresa del mercato petrolifero. La gestione della pandemia e delle disastrose conseguenze in ambito economico e sociale è affiancata a una strumentalizzazione retorica e iconografica della pandemia stessa. In un clima di grande sfiducia popolare nei confronti della classe governativa al potere, l’utilizzo di un’ideologia militaristica e teologica che lega il presente ad un passato mitologico è funzionale all’unione del popolo iraniano nella lotta contro il “nemico”.

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Martina Brunelli

Ciao a tutti, sono Martina Brunelli, laureata in Mediazione linguistica e culturale e attualmente laureanda in Relazioni e istituzioni dell’Asia e dell’Africa presso l’università degli studi di Napoli “L’Orientale”. Sono fluente in quattro lingue e la mia voglia di migliorarmi mi ha portata ad approfondire i miei studi a Siviglia (Spagna) e Rabat (Marocco). La mia collaborazione con lo IARI è iniziata ad ottobre 2019 spinta dal desiderio di mettermi alla prova e di comprendere al meglio l’ambiente socio-politico mutevole e dinamico della regione del Medio Oriente e Nord Africa, la macro-area di cui mi occupo nelle mie analisi per lo IARI. Scrivere per questo giovane think tank mi dà la possibilità di coadiuvare i miei interessi per le relazioni internazionali e gli equilibri geopolitici dell’area MENA al mio desiderio di crescita professionale. Mi permette, inoltre, di confrontarmi con un ambiente giovanile ma allo stesso tempo stimolante.

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