“TEAR(e)ING DOWN” MADURO

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La questione della presidenza venezuelana è stata rimessa a “(l’)Oro”. A loro chi? Ai giudici inglesi.  La lotta a muso duro tra il Presidente Maduro e il cd. Presidente ad interim Guaidò per chi debba essere considerato colui che deve guidare il Paese, non ha ancora cessato di fare sorprese. Paese del resto che, già allo stremo politicamente ed economicamente,  non ha sofferto meno l’emergenza sanitaria del Covid-19.  A causa della pandemia, infatti, sia il governo di Maduro che quello di Guaidò hanno richiesto di avere accesso alle riserve auree detenute nella Bank of England (BoE), la quale però prima ancora di dare direttive in tal senso, ha voluto che fossero i giudici a pronunciarsi sulla questione, riconoscendo, alla fine, Guaidò come il vincitore legittimo della battaglia giuridica.

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E’ stata, quindi, una recente sentenza dell’Alta Corte di Inghilterra e Galles, in particolare il contributo del giudice Teare, il cui cognome si è anche prestato bene per intendere l’effetto demolitore della vicenda (da qui “tearing down” nel titolo), ad avere la meglio sulle sorti dell’oro venezuelano e, di conseguenza, su quella del popolo che, di quell’oro, ne aveva tanto bisogno per far fronte all’emergenza Covid. In effetti, da quando il Paese ha sdoppiato la propria leadership presidenziale sembra ormai zoppicare in quasi tutte le questioni interne. Non ultima, la vicenda relativa al direttivo della Banca Centrale Venezuelana (BCV) che necessita di affrontare dapprima l’ impasse Boliviano del riconoscimento dell’uno o dell’altro Presidente  per – poi eventualmente- essere in grado di dare legittimità alle azioni delle Istituzioni governative del Paese. Del resto, anche nella Comunità Internazionale questa situazione ha avuto particolare eco e anche particolari conseguenze: ad esempio, all’ONU, il Venenzuela è rappresentato da Maduro, mentre il Consiglio permanente dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA) sostiene, invece, l’esatto contrario, in quanto “la autoridad precidencial de Nicolàs Maduro carece de legitimidad  y que sus nombramientos para cargos publicòs, por lo tanto, carecen de la legitimidad necesaria”.  Quindi, ne consegue che, se per alcuni Stati la nomina del board direttivo della BCV fatta da Maduro (Mr. Calixto Ortega Sànchez, presidente) è legittima, per altri, invece, non lo è. 

Ma allora chi può disporre delle riserve auree depositate presso la BoE di oltre un miliardo di dollari? La risposta non è certa e incontrovertibile. Il giudice Teare ha comunque cercato di dare un ordine alla vicenda giudiziaria, almeno da un punto di vista procedurale. Infatti, la sentenza risponde in via prelimenare a due questioni sollevate in due procedimenti diversi: l’uno relativo al contratto swap su oro contro la Deutsche Bank, il secondo,  già accennato, intentato dal governo Maduro il 14 maggio scorso a seguito del rifiuto della BoE di ricevere direttive dal boad della BCV nominato dallo stesso, sulle riserve auree boliviane, riconoscendo che “le due questioni preliminari riflettono l’ ormai largamente pubblicizzato dibattito di chi sia il Presidente del Venezuela; Mr Maduro o Mr. Guaidò” (par.2). Il giudice inglese,  ha comunque deciso di pronunciarsi esclusivamente sotto il profilo “of English Law” (par.9), ossia dal punto di vista del diritto interno. Esiste, infatti, un principio- in tema di riconoscimento di governo- secondo cui le Corti inglesi devono rispettare la posizione espressa dal proprio governo (la “one voice doctrine”). Quindi, gran parte della questione è stata quella di capire se effettivamente il Regno Unito avesse o meno riconosciuto Guaidò come Presidente della Repubblica Boliviana del Venezuela.

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Orbene, il giudice ha ricordato nella sentenza che nel 2019 il Regno Unito – unitamente a Spagna, Francia e Germania-  aveva dato un cd. ultimatum a Mr Maduro per poter indire nuove elezioni entro otto giorni da quando Guaidò si era proclamato Presidente ad interim, al termine del quale lo avrebbe riconosciuto come tale. E così, in effetti, fu. Infatti, allo spirare del termine, il Regno Unito si premurò di comunicare dagli Esteri che “until credible presidential elections can be held ” il governo inglese avrebbe- d’ora innanzi- riconosciuto il suo avversario politico, Mr Guaidò, alla guida del Paese. Pertanto, “is consequential upon the court’s ruling, is that the appointment by Mr Maduro of Mr Ortega as President of the Central Bank of Venezuela is null and void(Ruling 1, par.9), considerando la suddetta dichiarazione dagli Esteri sufficiente, chiara e vincolante per i giudici inglesi. La prima obiezione del governo Maduro fu che la dichiarazione del Ministro degli Esteri inglese non sarebbe stata di per sé sufficiente per sostenere che l’esecutivo avesse effettivamente riconosciuto Guaidò come Presidente della Repubblica. Ciò sarebbe infatti in contrasto una dottrina del 1980 di Lord Carrington (allora Ministro degli Esteri) – che non è stata ancora formalmente superata- secondo cui “il Foreign Office dovrebbe astenersi dal compiere riconoscimenti formali di governo”, poiché tali rapporti con Paesi stranieri dovrebbero essere valutati caso per caso (sentenza, par.29).

Tuttavia, l ‘Alta Corte ha ritenuto di non dare importanza alla dottrina del 1980 in quanto non vincolante per i governi successivi. Anzi, la dichiarazione del 4 febbraio 2019 resa dal Ministro degli Esteri inglese in favore di Guaidò, avrebbe dovuto dipendere più che da questa, da un ‘interpretazione “of that statement understood in their factual context” (sentenza, par.30). L’altra eccezione, invece, era legata al fatto che il  Regno Unito avesse comunque continuato ad intrattenere delle relazioni diplomatiche con il governo Maduro anche dopo quella dichiarazione, riconoscendolo, quindi, tacitamente. Il che quindi smentiva di fatto le dichiarazioni del Ministro degli Esteri Inglese. Secondo autorevole dottrina, infatti, il riconoscimento tacito è considerato una “safe guide” per comprendere le intenzioni nel riconoscimento di uno Stato. Il giudice Teare, tuttavia, ha deciso di non prendere in considerazione tale obiezione, ritenendo di potervisi discostare. Inoltre, il governo Maduro sul piano del diritto internazionale aveva contestato l’ingerenza del governo inglese negli Affari interni del proprio Paese, in quanto considerata violazione del principio di non intervento. Nella sentenza si fa riferimento principalmente alla peculiare questione delle riserve auree sotto la giurisdizione inglese dalla quale dipende l’ autorizzazione alla gestione delle stesse da parte di un governo sovrano. Il giudice Teare, però, ancora una volta giustifica la posizione dell’Alta Corte sostenendo che, in linea con le manifestazioni chiare, univoche e vincolanti del governo britannico, la questione non avrebbe potuto essere interpretata alla luce del diritto internazionale (ma solo dal punto di vista interno). E ancora, lo stesso giudice ha chiarito un’ulteriore aspetto relativo alla legittimità del cd.” Act of State” da parte del governo di Guaidò che ha nominato un proprio direttivo. Un atto del genere, nullo e incostituzionale, secondo le obiezioni sollevate da Maduro, non rientrerebbere, in ogni caso, nel raggio di competenza della High Court britannica poiché nessuno può pronunciarsi sulla legittimità degli atti legislativi ed esecutivi di uno Stato straniero.

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Si sono, quindi, voltate le spalle al diritto internazionale celandosi dietro una esclusiva competenza interna della questione?

La linea labile tra il principio di non ingerenza e il riconoscimento preventivo di un governo (si ricordi l’ultimatum a Maduro da parte degli inglesi dal quale seguì il riconoscimento del governo Guaidò) potrebbe, de facto, trovare diversi problemi di netta demarcazione, poiché subordinare un riconoscimento pieno di un governo- già tra l’altro esistente- all’ intimazione di dover indire nuove elezioni, in effetti, potrebbe avere un po’ più a che fare con la violazione del principio di non ingerenza che con quello di riconoscimento preventivo. Infatti, anche dal punto di vista pratico, potrebbe risultare incongruente che un governo in soli otto giorni possa passare dall’essere legittimo al non esserlo per via di condizioni imposte dall’esterno. Inoltre, considerando la intrinseca politicità di alcuni atti o legislativi o esecutivi di un governo (i suddetti act of State) su cui una Corte estera non può pronunciarsi, ma comunque prodromici ad altri in una sequenza di azione e reazione (riconoscimento legittimo presidente- autorizzazione atti istituzionali), allora dovremmo domandarci se anche queste mancate o “preferibilmente” omesse pronunce non siano, in realtà, un ingerenza negli Affari interni di uno Stato. Ad ogni modo, quali che siano i quesiti che si pongono dal punto di vista del diritto internazionale, che al momento, più che irrisolti, non sono stati piuttosto affrontati adeguatamente dagli attori coinvolti, l’unico auspicio potrebbe essere quello di rivendicare il ruolo che il diritto in generale potrebbe rivestire quale premessa o quale conseguenza della politica internazionale: in altre parole, piuttosto che lavarsene le mani- i giudici interni- avrebbero potuto creare una più solida e contestualizza base giuridica affinchè gli Stati, anziché muoversi sulle sabbie mobili della politica internazionale fatta di scelte e decisioni appunto politiche, avrebbero invece potuto ancorarsi al più sicuro porto del diritto partendo da quello interno, via via in una digressione più generale, utile- del resto- a tutta la comunità Internazionale.

Dati gli sviluppi della questione, si intuisce, infatti, che se da un lato il giudice Teare si è fortemente aggrappato al rispetto della posizione del suo governo in ossequio ad una prassi ormai seguita da molti altri Stati, dall’altro ha perso l’opportunità di apportare, forse, un contributo alla comunità internazionale, in quanto il rifiuto di interpretare la questione delle riserve auree venezuelane alla luce del diritto internazionale avrebbe potuto costituire un modo per approfondire il fondamento delle pretese del governo Maduro che, con la bandiera dell’ingerenza negli Affari dello Stato e del principio di non intervento, avrebbe potuto creare precedenti per esplorare nuove forme di “ intervento” nella politica di un Paese straniero e spenderle, o più propriamente denuciarle, poi, nella prassi internazionale. Ferma restando, in ogni caso, l’importanza del ruolo del diritto, vi è, inoltre, un’ulteriore aspetto fondamentale che viene a galla da questa vicenda, per nulla secondario: se si pensa che quelle ingenti riserve auree sono e sarebbero state utili per cibo, medicine, aiuti economici ad un popolo già in ginocchio ancor prima dell’imprevedibile pandemia mondiale, forse, allora più che uno schiaffo al diritto internazionale, si potrebbe- giustamente- parlare di uno schiaffo alla popolazione venezuelana tutta e alla loro sofferenza, vittime civili di una “guerra” tra poteri e velati riconoscimenti manipolatori.

 

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