PALESTINA: HAMAS E FATAH, ULTIMA CHIAMATA

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Dai Territori Palestina arrivano i primi, timidi, tentativi di ricostruire un architrave politico all’ombra di un sempre più sgomitante Stato di Israele. I chiacchieratissimi accordi di Abramo, che hanno visto l’inedita triangolazione di Emirati Arabi Uniti, Bahrein e appunto Israele – il tutto sotto il benevolente placet statunitense – è la più nitida prova che l’atteggiamento muscolare degli ultimi anni di relazioni internazionali di Tel Aviv le stia portando in dote cospicui dividendi geopolitici soprattutto con i paesi arabi, quelli che fino a non molto fa erano la principale sponda dell’irredentismo palestinese. L’inefficacia dell’azione diplomatica delle autorità palestinesi degli ultimi anni è, però, una proiezione esterna di problematiche e dissidi interni, dove le principali fazioni – Fatah e Hamas – vivono da separate in casa da più di un decennio e stanno, proprio in questi giorni, cercando di ricucire i delicati rapporti. È annuncio di questa settimana, infatti, che le due formazioni si sono accordate con l’Autorità Palestinese per indire nuove elezioni legislative all’inizio del prossimo anno. Una decisione che non aveva precedenti dal 2006, anno delle ultime elezioni in Palestina quando dalle urne emerse un travolgente successo di Hamas, e che lasciano carpire la minaccia che da Ramallah percepiscono del nuovo progetto mediorientale firmato Israele.

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Lo schema disegnato dall’AP prevede infatti il rinnovo dell’assemblea legislativa e, successivamente, il rinnovo del elezioni Presidente dell’Autorità e del consiglio centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.  Una strategia che, fra le righe, indica chiaramente il suo obbiettivo: nuova linfa alla vita democratica dei Territori, per rafforzare e consolidare l’unità nazionale in risposta ai pericoli esterni.Fra il capitolo degli accordi Abramo e quello delle annunciate elezioni palestinesi, la narrazione del futuro prossimo della Terra Santa passa anche per le pagine delle prossime elezioni presidenziali americane. In Cisgiordania e nella Striscia di Gaza si tifa caldamente per la vittoria di Joe Biden, il candidato democratico. Altri quattro anni alla Casa Bianca di Donald Trump non farebbero che rafforzare il legame sempre più stretto fra Washington, Tel Aviv e Riyad, la capitale dell’Arabia Saudita che è la vera protagonista dietro le quinte delle vicende mediorientali descritte. Quattro anni che sarebbero minerebbero nel concreto le fondamenta dell’architrave politico che Ramallah sta faticosamente cercando di ricostruire.

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Davide Agresti

Ha studiato Sviluppo e Cooperazione Internazionele all’Università di Bologna e Emergenze e Interventi Umanitari all’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano.
Ha viaggiato curioso dall’Iran alla penisola arabica, dalla Giordania al Maghreb, dal Libano ai territori tirchi, lavorando a lungo in Grecia ed in Egitto.
Esperto di politiche migratorie, ha lavorato per Caritas Italiana.
Oggi è Assesore al Welfare, Europa e Smart City della sua Città, Faenza.

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