L’ALLEANZA STRATEGICA USA-GIAPPONE RESISTERÀ ALLE INTEMPERIE DELLA LORO POLITICA

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L’alleanza strategica tra Washington e Tokyo è entrata in una nuova fase tattica. L’assertività nazionalista e la crescita dell’influenza geoeconomica e geopolitica della Cina nella regione dell’Indo-Pacifico, la nuclearizzazione della Corea del Nord con l’ipotesi di una riunificazione con Seul comandata da Pyongyang, gli effetti economici e sociali della pandemia, l’esigenza degli Usa di riplasmare parzialmente l’approccio al mondo imponendo un maggior impegno militare e di sicurezza alle potenze regionali – con o senza Trump alla Casa Bianca – per venire incontro alle richieste di una consistente fetta dell’opinione pubblica americana, stanca di doversi sobbarcare il carico del fardello imperiale, rappresentano le principali sfide che plasmeranno nei prossimi anni i rapporti bilaterali tra la prime due talassocrazie del pianeta.

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L’intera storia moderna e contemporanea del paese del Sol Levante, il suo ingresso nell’arena geopolitica internazionale (Restaurazione Meiji, 1868) dopo due secoli e mezzo di autoimposta autarchia economica e di chiusura etnica, culturale e diplomatica (sakoku) durante lo shogunato Tokugawa, la sua fulminea ascesa come talassocrazia e grande potenza, sino alla sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale e alla devastazione nucleare di Hiroshima e Nagasaki, quindi la sua rinascita economica, industriale e tecnologica nel secondo dopoguerra, favorita dagli aiuti americani, accompagnata dall’imposta neutralizzazione geopolitica mascherata da pacifismo (leggi isolazionismo), trovano un lungo e decisivo filo rosso nell’incontro-scontro con gli Stati Uniti d’America. 

Dal 1945 il rapporto strategico con il Giappone assumerà un valore assoluto per gli Usa. Importanza che permane tutt’oggi in dimensione plasticamente imperiale, in prevalente funzione di contenimento dell’espansionismo cinese. Alcuni dati ne confermano l’intrinsechezza. Le economie di Usa e Giappone rappresentano insieme il 30% del pil mondiale, quasi il doppio della quota cinese (16%). Con 1,293 trilioni di dollari di debito pubblico americano in mano Tokyo è il primo creditore della superpotenza, davanti a Pechino (1,073 trilioni). Quarto partner commerciale di Washington, con un interscambio che nel 2019 ammontava a 218,3 miliardi di dollari e un deficit statunitense pari a 69 miliardi di dollari. Così la sicurezza strategica ed economica del Sol Levante continua a dipendere dall’ombrello nucleare a stelle e strisce e dalla stabilità delle linee di comunicazione marittima (SLOCs) presidiate dalla Marina Usa. Massimo principio strategico per il più grande importatore di carbone e gas naturale liquefatto e il secondo maggiore importatore di petrolio al mondo.

Nel paese arcipelago gli Usa mantengono la più forte presenza militare all’estero. 55.381 soldati (dati di giugno 2020) appartenenti alle US Forces of Japan (USFJ), distribuiti in oltre 80 basi, tra le quali quelle di Yokosuka (sede della Settima Flotta), Zama (sede del quartier generale dell’Esercito) e Yokota (sede del quartier generale dell’Air Force). Strettissimi sono i rapporti tra l’intelligence nipponica e la rete spionistica-militare dei Five Eyes guidata dalla superpotenza, in particolare nell’ambito della signal intelligence (SIGINT) e dello spionaggio informatico (Computer Network Operations, Cno). Insieme ad Australia ed India, Giappone e Usa sono membri del “Quadrilateral Security Dialogue” (Quad). Informale forum di cooperazione diplomatica su difesa, sicurezza marittima, antiterrorismo, assistenza infrastrutturale e libertà di navigazione, riunisce paesi con un pil congiunto pari a 29,6 trilioni di dollari – più del doppio di quello cinese (13,6 trilioni) – e una spesa militare congiunta pari a 876,6 miliardi di dollari – più di tre volte di quella cinese (261,1 miliardi). Pensato da Tokyo e rispolverato nel 2017 dall’Amministrazione Trump in chiave anti-cinese, destinato ad essere formalizzato, potenziato ed ampliato a nuovi membri che avvertano la comune minaccia cinese, secondo quanto auspicato dal Segretario di Stato Mike Pompeo in occasione dell’ultimo meeting Quad tenutosi a Tokyo.

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Sia Washington che Tokyo hanno lanciato – rispettivamente nel 2019 e nel 2016 – le loro “Free and Open Indo-Pacific (Foip) Strategy”. Per aumentare la resilienza delle nazioni Asean alla penetrazione politica, economica e finanziaria cinese, offrendo loro un ordine regionale basato sulla rule of law, sulla libertà di navigazione, sulla sicurezza marittima, sulla stabilizzazione delle aree di crisi e sul libero commercio. Progetto alternativo al tentativo della Cina di costruire un sistema geopolitico e geoeconomico tributario e sinocentrico, attraverso il braccio commerciale, infrastrutturale e digitale della Belt and Road Iniziative (Bri), l’esportazione del proprio modello politico di “capitalismo della sorveglianza” e la militarizzazione dei Mari Cinesi. Per impedirle di trasformare gli specchi d’acqua compresi tra Malacca e Tsushima in un “lago sinico” da cui espellere gli Usa. Negli anni di governo di Abe Shinzo (2012-2020), l’arcipelago nipponico ha rinforzato i legami militari e diplomatici con Washington – lo attestano ad esempio i numerosissimi incontri ad alto livello con l’omologo Trump. Ha assunto un ruolo di leadership economica e securitaria proattiva nell’area dell’Indo-Pacifico, con il benestare della superpotenza. Si è posto alla guida del Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (Cptpp), l’accordo di libero scambio tra 11 paesi dell’Asia-Pacifico sul commercio, i servizi, l’ambiente, gli investimenti e la tutela della proprietà intellettuale, erede del Tpp dal quale gli Usa si sono ritirati dal 2017 e pensato dall’Amministrazione Obama per isolare Pechino e ridurre la crescente dipendenza economica e commerciale dei paesi del Sud-Est asiatico dal Dragone.

Ha rafforzato la partnership strategica e la cooperazione militare con Australia, India, Vietnam, Filippine e Taiwan. Dal 2015 le Forze di Autodifesa marittima (MSDF) partecipano all’esercitazione annuale congiunta Usa-India Malabar ed insieme alla Air Self-Defense Force (ASDF) hanno incrementato il ritmo delle operazioni di libertà di navigazione (Fonop) con la Us Navy e la Us Air Force tra Mar Cinese orientale e Mar delle Filippine. Per mostrare risolutezza e prontezza nei confronti delle incursioni e delle manovre cinesi intorno alle proprie isole ed acque territoriali, a ridosso delle Senkaku, sotto controllo nipponico dal 2012 e rivendicate dai cinesi come Diaoyu. Lo scorso agosto il Segretario alla Difesa Mark Esper ha incontrato il Ministro della Difesa giapponese Taro Kono. Forti del sostegno dell’opinione pubblica giapponese, che al 69% valuta come positiva l’alleanza con gli Usa e al 79% ne auspica un ulteriore rafforzamento, i due hanno ribadito l’importanza di una stretta e forte alleanza tra Washington e Tokyo per contrastare le minacce provenienti da Cina e Corea del Nord, con particolare enfasi sulla cooperazione in materia di “difesa aerea e missilistica integrata (IAMD) e per le funzioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR)”, coordinamento delle risposte all’epidemia di Covid-19 e protezione delle reti Ict critiche dalle iniziative digitali cinesi. Tuttavia, l’approccio unilateralista agli affari globali scelto dall’attuale Amministrazione americana, la retorica protezionista e mercantilista del presidente Trump, i suoi attacchi al Trattato di mutua cooperazione e sicurezza Usa-Giappone del 1951 – che battezzava il lungo protettorato americano sull’arcipelago consentendo agli Stati Uniti di mantenere basi militari permanenti “per scoraggiare un attacco armato” – bollato come “ingiusto” dal tycoon, le sue minacce di ritrarre l’ombrello di sicurezza per i partner che non contribuiscono a sufficienza al suo mantenimento e al burden sharing, hanno creato una percezione di disimpegno globale e regionale degli Usa.

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Innescando tra i conservatori al governo di Tokyo sentimenti di sfiducia sull’affidabilità della deterrenza estesa statunitense. Alimentando le esigenze di un maggior impegno in iniziative espansive nella difesa e nella sicurezza finalizzate ad aumentare le prospettive di autosufficienza. Necessità strategica simboleggiata dai dibattiti intorno al superamento del pacifismo costituzionale e dalla rinuncia al dispiegamento di due sistemi americani di difesa anti missili balistici Aegis Ashore basati a terra. Da sostituire attraverso lo sviluppo di capacità di offesa preventiva indipendente in grado di colpire i vettori missilistici nord-coreani e cinesi, in caso di attacco imminente, direttamente sul territorio nemico. Montando missili balistici e intercettori missilistici su navi da guerra per difendersi in avanti ed aumentare il raggio d’offesa delle proprie forze anti-missilistiche. Le dimissioni di Abe Shinzo per motivi di salute, la sua sostituzione al vertice del governo e del Partito Liberal Democratico (Ldp) con Suga Yoshide, l’eventuale nomina di Joe Biden alla Casa Bianca non influiranno sulla rafforzata continuità strategica del rapporto Washington-Tokyo. La notizia del nono aumento annuale consecutivo del bilancio per la difesa – che dovrebbe raggiungere nell’anno fiscale 2021 la cifra record di 44 miliardi di euro, pari a 5,4 trilioni di yen – testimonia l’impegno del nuovo governo Suga a porsi in perfetta continuità con il predecessore Abe.

Seppur considerato, da autorevoli analisti americani, il candidato numero uno a sfidare, nel lungo termine, il predominio americano nella regione, gli Usa nel medio periodo continueranno ad incentivare un maggiore protagonismo geopolitico del Giappone per bilanciare la Cina nell’ottica dell’equilibrio di potenza. Ricorrendo ai suoi formidabili fattori di potenza. Paese geopoliticamente compiuto al proprio interno, con una popolazione tra le più capaci del pianeta ed una compattezza ed una omogeneità etnica e culturale unica al mondo – il 98,1% della popolazione è etnicamente giapponese. Terza economia del globo, tecnologicamente avanzata e sofisticata, con una ricchezza distribuita in modo uniforme sul territorio – a differenza della Cina. Potenza nucleare in fieri con le più ricche riserve di plutonio al mondo, in grado di arricchire uranio e di dotarsi di un “piccolo arsenale atomico” nel giro di 1 o 2 anni. Sfruttandone la buona immagine nelle nazioni del Sud-est asiatico, dalle quali è considerato di gran lunga come la potenza regionale più affidabile per la stabilizzazione e la crescita economica – il Giappone è il primo investitore estero nei paesi Asean con $367 miliardi di investimenti infrastrutturali, di gran lunga superiori ai $255 miliardi dei progetti di marca cinese. Favorendone la rimilitarizzazione attraverso il progressivo attenuamento del pacifismo isolazionista sancito dall’articolo 9 della Costituzione del 1946 imposta dalle forze di occupazione del generale Douglas MacArthur. Risvegliando per la seconda volta in 167 anni il paese del Sol Levante dal suo torpore geopolitico. Conscia di poterne nuovamente incrociare il destino sul mare.

 

 

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Vito Fatuzzo

Classe 1994, laurea in giurisprudenza con lode all’Università LUISS Guido Carli di Roma, ha conseguito un Master in Affari Strategici alla School of Government della LUISS Guido Carli, con tesi in “L’interesse nazionale italiano nel contesto della sfida strategica tra Usa e Cina per la leadership globale. Rischi e opportunità dell’adesione italiana alla Belt&Road Initiative”, e un Master in Geopolitica e Relazioni Internazionali presso il Centro Studi Geopolitica.Info – Università Sapienza di Roma, con tesi in “La maturazione imperiale degli Stati Uniti e il nuovo secolo americano”. Appassionato e studioso di geopolitica americana, collabora con IARI dal giugno 2020 per l’area Usa&Canada, della quale dal settembre 2021 è caporedattore.

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