IL MAROCCO NELL’ERA COVID: UN CASO UNICO NEL SUO GENERE, IN NORD AFRICA

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Con una decrescita del PIL nazionale del 4,1% il Regno di Mohamed VI ha a cuore la salute dei suoi cittadini, e non solo. Su istruzioni del Sovrano è stato istituito un Fondo speciale che ha raccolto oltre tre miliardi di euro, senza intaccare il sostegno verso la Repubblica Centrafricana: 8 milioni di mascherine e altri dispositivi di sicurezza sono stati prodotti in Marocco per poi essere donati agli altri paesi africani coinvolti nell’epidemia globale.

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Già ad inizio agosto aleggiava la notizia di un nuovo lockdown per il Marocco, paese in cui la pandemia di Covid-19 ha avuto un bilancio di 142.953 contagiati, con una media di 2.000 casi al giorno. Tuttavia, secondo il suo sovrano il crescente numero di contagi è da attribuire unicamente all’irresponsabilità, tanto individuale quanto collettiva del suo popolo che, nonostante i decessi – 2.486 aggiornati all’8 ottobre scorso – e le numerose campagne di sensibilizzazione, continua a sottovalutare la gravità della situazione. Dello stesso avviso è il ministro della Salute Khalid Ait Taleb, che in seguito al picco di casi registrato a Casablanca nel mese di settembre – 2.234 nuovi contagi in un solo giorno – ha parlato della necessità di adottare misure drastiche prima che la situazione sfugga di mano. Probiviri, insomma, che sebbene abbiano a che fare con numeri decisamente inferiori rispetto a quelli europei – 330.263 i casi confermati in Italia – sono di gran lunga superiori a quelli registrati nel restante dei paesi maghrebini (in Tunisia i contagi da Covid-19 ammontano a 25.765). D’altronde, tutto il Nord Africa è da ritenersi particolarmente fragile di fronte all’avanzare dell’epidemia da Corona virus: dai dati del Global Health Security Index 2019, Tunisia ed Algeria si collocano rispettivamente al 133° e 141° posto su 195 paesi in assistenza sanitaria per numero di cliniche, ospedali e case di cura. Non risulta essere migliore la situazione del Marocco che, seppure si collochi al 97° posto, prima che il Paese dichiarasse l’emergenza offriva solamente 250 posti letto in rianimazione, e una media di 2,3 medici ogni 10 mila abitanti.

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Ma la sanità non rappresenta di certo l’unico vulnus di cui tener conto nella regione. È cosa nota che l’economia di tutta l’Africa settentrionale sia irreversibilmente debole, e anche durante la crisi in atto la Lega araba e l’Unione del Maghreb non hanno stanziato aiuti finanziari verso nessuno dei paesi in questione. Eppure, il Regno di Mohamed VI non si è lasciato scoraggiare dagli effetti della quarantena sulla propria economia, e ha approvato un piano senza precedenti cui è valso l’appellativo di “Piano Marshall marocchino”. Si tratta di un programma azzardato e pieno di rischi, dal momento che la crescita del PIL reale continua a rallentare (-4,1% rispetto al 2019), ma che non sembra preoccupare gli addetti ai lavori, intenzionati a salvaguardare prima di tutto la salute dell’intera popolazione. Il piano, a scopo totalmente preventivo, è stato avviato nel mese di aprile e, oltre ad influire positivamente sulla salute dei suoi cittadini tramite l’apertura di nuovi posti letto in rianimazione, e al coinvolgimento della sanità militare con l’obbligo di aprire le porte ai civili contagiati dal virus, ha previsto l’adozione di una serie di misure finanziarie che mirino a risollevare quella parte di lavoratori più colpiti dal rallentamento delle attività economiche. Su istruzioni del Sovrano in persona sono stati istituiti un “Fondo speciale per la gestione della pandemia di Covid-19” – che ha raccolto finora oltre 33 miliardi di dirham in donazioni – e un comitato di vigilanza economica (CVE) per monitorare e anticipare le eventuali ripercussioni dirette ed indirette del virus sull’economia del Paese. Particolare attenzione è stata posta a favore dei dipendenti statali, infatti il CVE ha disposto la sospensione del pagamento di alcuni oneri fiscali, nonché l’indennità secondo casi specifici. Re Mohamed VI sembra aver pensato proprio a tutto, e a tutti. Infatti, se in Italia il governo ha preferito non affrontare il problema dei contagi da Corona virus nei centri di detenzione, in data 6 aprile 5.564 detenuti, in base a criteri oggettivi quali età, stato di salute e buona condotta, ottenevano la grazia per volere del Sovrano, preoccupato che l’epidemia si diffondesse a macchia d’olio anche nelle carceri del paese. Risale invece al 2 ottobre scorso, la notizia secondo cui Nasser Bourita, ministro degli Affari Esteri della Cooperazione africana e dei marocchini residenti all’estero, in occasione della seconda riunione ministeriale dedicata alla Repubblica Centrafricana (RCA), durante la 75a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, abbia evidenziato l’encomiabile sostegno ricevuto dal Marocco in questi mesi “nonostante” la crisi sanitaria in atto. Il Regno marocchino, infatti, mantiene relazioni storiche con la Repubblica Centrafricana da anni, e questi legami continuano a rafforzarsi “grazie ad una partnership solidale, concreta e multiforme”, ha dichiarato il Ministro in occasione dell’incontro presieduto dal presidente della Commissione dell’Unione Africana, Mouassa Faki Mahamat.

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Se la situazione in fatto di economia sembra aver messo d’accordo ministri e sovrano, quella riguardante la riapertura delle scuole ha destato non pochi problemi. Il ministro della sanità Khalid Ait Taleb continua a parlare della necessità di misure rigide, tanto dall’essere favorevole ad un nuovo lockdown, magari circoscritto alle zone maggiormente colpite, ma di diverso avviso appare il ministro dell’istruzione Said Amzazi, il quale ha placidamente dichiarato a mezzo televisivo che la situazione non è poi così drastica come si voglia far credere. Non si è trattato di semplici affermazioni, dato che in merito all’inizio del nuovo anno scolastico 2020-2021, aveva ipotizzato l’attuazione di tre diversi scenari possibili, la cui scelta sarebbe dipesa dall’evoluzione epidemiologica delle rispettive regioni del paese, e al rifiuto categorico di soluzioni nazionali. Tutti e tre gli scenari prevedevano la riapertura delle scuole sul territorio il 7 settembre, ma a cambiare sarebbe stata la didattica: in presenza (in caso di un netto miglioramento), alternata (in caso di un lento miglioramento), a distanza e con i dovuti supporti tecnologici (nel caso di un forte aumento dei contagi). La generale apprensione di altri politici, e l’intervento lodevole di un movimento di genitori, ha influito sul Ministro, che ha fatto più di un passo indietro sulle decisioni precedentemente dichiarate. Amzazi non solo ha posticipato l’apertura delle scuole di altre due settimane, ma ha aggiunto ai suoi possibili scenari una quarta ipotesi: saranno i genitori degli studenti a scegliere come dovrà essere la didattica dei propri figli. Che sia questa una lezione democratica da cui attingere, o trattasi semplicemente di una patata “troppo” bollente? Intanto, il movimento dei genitori, imbevuti da un simil potere decisionale, ha ottenuto il rinvio definitivo dell’inizio dell’anno scolastico al 5 ottobre, una soluzione che persino Mohamed El Khomsi (professore di professione, molto apprezzato dal pubblico radiofonico marocchino) ha giudicato come pratica e oculata, affinché il rientro a scuola sia per tutti gli studenti – genitori inclusi – il più sereno possibile.

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