CINQUE ANNI DALL'INTERVENTO RUSSO IN SIRIA: FACCIAMO IL PUNTO

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Sono ormai passati cinque anni dall’intervento militare russo in Siria,  da quando il Cremlino ascoltando la richiesta di aiuto di Assad, decise di intervenire direttamente sul territorio siriano. La decisione della Russia di lanciare un’operazione militare in Siria, a supporto del governo, contro i ribelli anti-Assad che insieme agli estremisti dello Stato Islamico (ISIS) tramite azioni terroristiche cercavano  di rovesciare il Presidente siriano,   ha cambiato radicalmente il ruolo di Mosca in Medio Oriente; dando così vita ad un nuovo corso della politica estera russa. Infatti, è dai primissimi anni post crollo Unione Sovietica, che non si vedeva un simile attivismo e dinamismo in politica estera  da parte della Federazione Russa.

L’intervento in Siria da parte dei militari russi, ha costretto sia le potenze regionali che i grandi attori occidentali, a fare nuovamente i conti – dopo quasi vent’anni di assenza – con la Federazione Russa sull’arena politica globale. Il Cremlino così, ha saputo cogliere, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, l’occasione che stava aspettando per decretare definitivamente la fine dell’unipolarità statunitense, che ha guidato il mondo per quasi un ventennio. L’operazione in Siria a guida russa, non è riuscita solamente a dare nuova credibilità e prestigio internazionale ad un attore politico, che sembrava definitivamente impantanato e sepolto da quelle problematiche che l’avevano circoscritto dentro ai propri confini regionali, vedasi ad esempio i problemi derivanti dai complicati rapporti diplomatici con le ex repubbliche sovietiche (come Georgia o Ucraina tanto per citarne alcune), oppure i problemi derivanti dal  separatismo/terrorismo islamico, tipico delle repubbliche del Caucaso, ma ha creato un nuovo ordine strategico-politico anche all’interno della regione medio-orientale.

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Qualche giorno fa, inizio ottobre 2020, a distanza di cinque anni dal ritrovato dinamismo in politica estera, il Cremlino, ha celebrato la propria e personalissima vittoria in Siria, con l’editoriale di un alto esponente di governo, il ministro della Difesa Sergei Shoigu, pubblicato sul quotidiano Krasnaya Zvezda. L’articolo non solo ricorda il quinto anniversario dell’operazione, ma è incentrato sulla celebrazione della vittoria contro il “nemico di tutta l’umanità” – lo Stato Islamico (ISIS)  – avvenuta quasi esclusivamente per merito della forza militare russa.  Come sempre avviene in questi casi, una volta aver sconfitto il nemico sul campo, tocca alla diplomazia dover riportare la situazione ad un livello pacifico, compito non sempre facile da disimpegnare. È vero che grazie all’assistenza militare e diplomatica russa,  Damasco è riuscita a riprendere il controllo di una parte significativa del suo territorio, ma è anche vero che la diplomazia Russa attualmente si è impantanata sulle prospettive di una soluzione politica che in Siria rimane ancora molto lontana se non addirittura utopica. 

Il trio del processo di Astana ( processo di pace per la guerra civile siriana messo in atto a partire dal dicembre 2016, complementare a quello ufficiale di Ginevra, dove le Nazioni Unite  svolgono un ruolo di osservatore) composto da Russia, Turchia e Iran,   ha indiscutibilmente aiutato le Nazioni Unite ad avviare i lavori del Comitato costituzionale siriano, ma purtroppo non ha assolto a quel ruolo fondamentale che ci si aspettava potesse eseguire, ovvero una risoluzione politico-diplomatica che accontentasse tutti, in prima battuta il popolo siriano. Ad esempio le riforme costituzionali, di cui si è dibattuto anche nel corso degli incontri trilaterali russo-iraniano-turco, non saranno prese in considerazione prima delle elezioni presidenziali del prossimo anno, in cui molto probabilmente si candiderà anche il presidente Bashar al-Assad. 

Va sottolineato che Damasco è perfettamente soddisfatta dell’attuale status quo e non ha alcun incentivo ad impegnarsi per un dialogo politico che possa sfavorire l’attuale governo. Tuttavia però, senza alcun progresso nel raggiungimento di una soluzione politica del conflitto, la Siria rimarrà soggetta alle sanzioni occidentali e non riceverà quei finanziamenti che risultano indispensabili per la ricostruzione postbellica del Paese. Piuttosto, tutto il denaro proveniente dall’occidente e da altri finanziatori esteri, andrà a quelle parti della Siria che non sono sotto il controllo di Assad, creando inevitabilmente per lo Stato siriano che verrà, zone economicamente più prospere e sviluppate, ed altre più povere e meno ricche.

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Appurato l’attuale stato dei fatti, la Siria rimarrà probabilmente divisa in tre parti: una controllata dal governo ( con il sostegno dei militari russi), una controllata dalla Turchia e dalle sue forze di opposizione per procura e una terza controllata dai curdi e dai gruppi di opposizione alleati degli Stati Uniti.  Sebbene le tre parti possano concludere un accordo su Idlib o altre singole regioni, è molto probabile che l’Occidente stabilisca uno o anche due territori semiautonomi, sulla falsariga del Kurdistan iracheno; purtroppo questo tipo di processo di reintegrazione territoriale richiederà anni. La situazione nel territorio attualmente controllato da Damasco, rimarrà potenzialmente esplosiva in assenza di investimenti significativi; anche il territorio meridionale che dal 2018 è  sotto il controllo del governo vacilla sull’orlo di una seconda rivolta, non dimenticando che anche le zone che vivono al di fuori del controllo di Assad e sotto il controllo  indiretto del governo turco, non hanno alcuna prospettiva per un futuro luminoso. 

Abbiamo già scritto che la Russia ha deciso di imporsi nella vicenda siriana per riaffermare il proprio ruolo di  potenza globale, ma non abbiamo specificato che il pretesto fu ben diverso; infatti, il Cremlino “ufficialmente” parlò di possibile minaccia derivante dalla diffusione del terrorismo islamico sul proprio territorio. Una possibile escalation in Siria, sarebbe potuta degenerare con la nascita di un Califfato Islamico che avrebbe portato  probabilmente un pericolosissimo nemico in una zona di influenza (seppure indiretta) della Federazione Russa, la quale,  fin dalla sua nascita come soggetto di diritto internazionale, combatte una lunga ed asimmetrica guerra con le forze islamiste destabilizzatrici all’interno dei propri confini federali.

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In conclusione si può facilmente affermare che Mosca ha salvato Assad, ma ora è diventata ostaggio dell’euforia di quest’ultimo e del suo rifiuto di essere flessibile nel dialogo politico. Damasco spera che possa cavarsela senza investimenti occidentali e che riceverà fondi sufficienti dalla Russia e da altri partners disposti a cooperare con le autorità siriane. Come ha annunciato lo stesso Assad all’inizio di settembre a Damasco, durante la visita del vice Primo Ministro russo Yury Borisov e del Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ” La Siria è seriamente interessata al successo degli investimenti russi in Siria“. Ovviamente Mosca sente di non poter abbandonare la Siria e Assad soprattutto in virtù della “road map energetica” firmata nel 2018, in cui la Russia prevede di ripristinare circa 40 strutture infrastrutturali siriane, inclusa una cascata di centrali idroelettriche di costruzione sovietica.

 Alla fine di questa breve disamina,  l’unica considerazione che si può fare attualmente circa la campagna diplomatico-militare russa in Siria è che la Federazione Russa riconosce la fondamentale posizione strategica del Paese siriano nello scenario medio orientale e non intende perderne il controllo; motivo per cui, ha anche fatto un serio tentativo per mantenere una presenza a lungo termine in Siria, con i suoi investimenti nello sviluppo non solo di infrastrutture militari – come la base aerea di Khmeimim e la base navale di Tartus – ma anche del porto civile di Tartus per il quale Mosca è stato concesso un contratto di locazione di 49 anni. 

 

 

 

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