È GUERRA IN NAGORNO-KARABAKH?

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Domenica 27 settembre hanno avuto inizio una serie di scontri armati nella regione de facto autonoma contesa tra Armenia ed Azerbaijan del Nagorno-Karabakh, i più tesi dalla “guerra dei quattro giorni” del 2016. Oltre a qualche centinaia di feriti, nei primi due giorni di tensione sono stati registrati in Karabakh circa 50 morti tra soldati e civili, di cui anche una donna ed un bambino. L’Azerbaijan ha dichiarato la legge marziale già domenica, così come la Repubblica dell’Artsakh, dopo aver dato inizio alla mobilitazione militare. Già a luglio si erano verificati dei violenti episodi di scontro sul confine tra Armenia ed Azerbaijan, vicino alla provincia armena di Tavush. Sebbene i timori di una rapida escalation del conflitto fossero elevati, la comunità internazionale confidava in un rapido intervento degli attori esteri maggiormente coinvolti in questa situazione come il gruppo di Minsk, ed in particolare Francia, Russia e Stati Uniti, per fermare gli scontri militari diretti nella zona di confine. Tuttavia, già dopo le tensioni del 2016 pareva una visione fin troppo ottimistica quella di una risoluzione del conflitto attraverso i negoziati, considerata anche la scarsa intenzione da ambo le parti di applicare i cosiddetti “principi di Madrid”, ossia le linee guida stipulate nel 2007 per la risoluzione del conflitto del Karabakh.

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 L’aggravarsi del conflitto

Sebbene si faccia spesso riferimento alla questione del Nagorno-Karabakh come scontro di natura etnico-religiosa, tra una popolazione cristiana (gli armeni) ed una musulmana (gli azeri), è necessario sottolineare come questo conflitto abbia natura puramente territoriale: “ricordando peraltro la differenza culturale e religiosa tra i due Paesi direi che sicuramente le radici del conflitto hanno origini più recenti, novecentesche, e base etno-territoriale ma non culturale e religiosa”. Infatti, l’inclusione del Karabakh nel territorio azero si lega storicamente ad una decisione di distribuzione territoriale avvenuta durante l’Unione Sovietica; alla dissoluzione di quest’ultima, i tentativi degli indipendentisti di scindersi dall’Azerbaijan hanno scatenato una guerra che si è conclusa con un armistizio nel 1994. Se da una parte l’Azerbaijan detiene maggiore supporto nella causa a livello di leggi del diritto internazionale (ossia il principio dell’integrità territoriale degli stati), dall’altra la Repubblica dell’Artsakh è de facto una realtà statale vera e propria resasi indipendente secondo il principio dell’autodeterminazione dei popoli.   Il quadro generale della situazione attuale appare estremamente negativo e fragile; quello che per decenni è stato considerato come un “conflitto congelato”, pur non essendolo completamente e nonostante gli scontri più o meno intensi si siano verificati in modo saltuario e praticamente solo sul fronte, si sta riscaldando sempre di più.

Dopo una decina di giorni dall’inizio delle tensioni, la situazione non risulta essersi ancora distesa e gli attacchi reciproci continuano con particolare intensità. Entrambe le parti si stanno accusando, anche attraverso un intenso utilizzo dei social media, di attacchi di stampo terroristico con obiettivo i civili. Le autorità del Karabakh hanno iniziato a bombardare la seconda città più grande dell’Azerbaijan, Ganja, ma hanno dichiarato di aver interrotto l’attacco per prevenire l’eventualità di colpire obiettivi non militari. Baku ha inoltre accusato l’Armenia di aver deliberatamente preso di mira la città industriale di Mingachevir, dove ha sede la principale centrale idroelettrica azera. Nel frattempo, la capitale dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh, Step’anakert, sta subendo un violento bombardamento dall’inizio degli scontri: “air-raid sirens wailed across this city as a barrage of rockets and mortars rained down […] There has been considerable damage on the buildings in the city centre. […] People were unable to go out. They are hiding in the bomb shelters. Civilians are on the receiving end of this bombardment”.

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La partecipazione degli attori internazionali: Russia e Turchia

Il rischio che gli scontri si acuiscano maggiormente è sempre più probabile anche a causa del coinvolgimento di diversi attori internazionali schierati a supporto di una o dell’altra fazione. È necessario sottolineare come questo conflitto, pur rimanendo fondamentalmente confinato sul territorio conteso tra Armenia ed Azerbaijan ed in particolare nella zona del Nagorno-Karabakh, vede un ampio coinvolgimento in particolare di due grandi player della regione: Russia e Turchia. Olesya Vartanyan, esperta del Crisis Group, ha affermato che “the use of rockets and artillery brought a higher risk of civilian casualties that could make the escalation hard to stop by diplomatic means. […] If there are mass casualties, it will be extremely difficult to contain this fighting and we will definitely see a full-fledged war that will have a potential intervention of Turkey or Russia, or both of them”.

Dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica, l’Azerbaijan e l’Armenia hanno preso strade estremamente differenti. Infatti, se da una parte il primo ha un territorio ricco di risorse petrolifere che hanno permesso una straordinaria crescita economica e una discreta indipendenza sia dalla Russia che dall’Occidente, la seconda ha invece risentito molto economicamente della propria dipendenza da Mosca. Questo legame, inoltre, è stato rafforzato dalla necessità di protezione di Yerevan dai vicini turchi, alleati dell’Azerbaijan, con i quali non scorre buon sangue sin dal genocidio armeno del 1915: “questo conflitto rischia di innescare una crisi politico-militare di dimensioni grandissime, potenzialmente addirittura di dimensioni mondiali, vista l’adesione delle Turchia alla NATO”. Le autorità armene hanno ripetutamente accusato la Turchia di avere una presenza militare diretta schierata a favore dell’Azerbaijan, tra cui esperti militari turchi, droni e armi altamente specializzate e migliaia di mercenari siriani. Il presidente turco Erdogan ha inoltre invitato l’Armenia ad abbandonare i territori azeri occupati e a porre fine al conflitto in Nagorno-Karabakh. Parallelamente, Baku ha accusato la Federazione Russa di essersi apertamente schierata con l’Armenia fornendole armi e implementando la base militare nella città armena di Gyumri, vicino al confine con la Turchia.

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La questione energetica

Seppur in minor parte, la situazione di grave tensione legata a questi scontri militari sta alimentando le tensioni degli osservatori internazionali in merito alla fragile stabilità del Caucaso meridionale in quanto corridoio strategico di gas e petrolio. Il conflitto non si sta infatti svolgendo in un luogo di particolare interesse per quanto concerne la questione energetica, tuttavia “una guerra su larga scala […] potrebbe avere conseguenze sulla sicurezza delle infrastrutture energetiche dell’area, attraversata in particolare dal Corridoio Meridionale del Gas e dall’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan”. Da una parte infatti, l’avanzare del conflitto verso il recente South Caucasus Pipeline potrebbe limitare la fornitura di gas verso Georgia e Turchia, dall’altra la possibilità di un attacco allo strategico oleodotto Baku-Tbilisi-Cheyhan (BTC) potrebbe potenzialmente interrompere il trasporto dell’80% del petrolio azero, di cui beneficia ampiamente anche l’Italia.

Sebbene l’Europa non risentirebbe particolarmente nel breve termine di un’eventuale espansione del conflitto con un coinvolgimento delle risorse energetiche azere, tuttavia un attacco diretto a questi oleodotti – ed in particolare il BTC, potrebbe avere conseguenze decisamente disastrose ed immediate per l’economia azera. L’Azerbaijan infatti, come numerosi paesi la cui economia dipende in gran parte dal prezzo molto volatile del petrolio, soffre della cosiddetta “sindrome olandese”: ciò significa che il benessere economico del paese è legato da un filo diretto con l’andamento dei prezzi del petrolio. Per questo motivo, “war between Azerbaijan and Armenia threatens to spill over and impact regional oil and gas export infrastructure”.

 

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